La montagna nuovamente al centro

[Vrin, comune nel Cantone dei Grigioni che da anni è al centro di uno dei più interessanti progetti di rigenerazione socioeconomica attivi nelle Alpi, del quale ho scritto qui. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le Alpi sono state negli ultimi decenni un banco di prova interessante che ha tentato di capovolgere al positivo la propria condizione di marginalità a partire dalle peculiarità del proprio territorio, dando vita a esperienze, a volte divenute politiche, in grado di porsi come modelli di riferimento per forme abitative alternative a quelle urbane.
Rarefazione insediativa, qualità paesaggistica e ambientale, disponibilità di oggetti edilizi da recuperare e da trasformare, sono gli elementi su cui le recenti progettualità del mondo alpino stanno lavorando per costruire nuove prospettive per il territorio, attraverso logiche di re-infrastrutturazione, di creazione di servizi di prossimità, di economie circolari e di forme produttive innovative.
Progettualità che vanno viste in una prospettiva “metromontana” che […] consentano di ridare una nuova centralità alla montagna.
La ridefinizione di una “giusta distanza” tra città e territori è dunque […] una questione centrale per ripensare un sistema di infrastrutturazione integrato che garantisca possibilità di vita e di lavoro sulle Alpi.
Molti progetti e esperienze attualmente in atto sull’arco alpino sono riconducibili a due grandi questioni, tra loro fortemente intrecciate e interdipendenti.
Da una parte abbiamo il tema del welfare, ovvero di come l’architettura e il progetto dello spazio fisico collaborino alla messa a punto di una rete di strutture a servizio delle comunità locali, in un’ottica di valorizzazione qualitativa dei luoghi a tutto tondo. Pensiamo ai casi della Val Bregaglia in Svizzera, della Val Pusteria in Sudtirolo o ancora delle valli slovene, in cui l’architettura contemporanea è stata al tempo stesso veicolo ed epifenomeno della creazione di una efficiente rete di servizi alle comunità. Dall’altra, il tema della rigenerazione di quei territori fortemente toccati dallo spopolamento del Novecento e dalle mutazioni socioeconomiche della modernità e che sono diventati oggi dei laboratori in cui si sperimentano nuove forme di sviluppo a partire dalla cultura e dal coinvolgimento sociale delle comunità.

Testo tratto da Per una nuova abitabilità delle Alpi: architetture per il welfare e la rigenerazione, pubblicato su architettilombardia.com il 28 aprile 2021 e adattato dall’editoriale di “ArchAlp – Rivista internazionale di architettura e paesaggio alpino” edita dall’Istituto di Architettura Montana del Politecnico di Torino,  nr.4/2020.

Nota bene: ovviamente qui si parla di quelle Alpi che stanno sviluppando forme e percorsi di sviluppo socioeconomico, e di rimando culturale, ben diversi se non antitetici a quelle altre Alpi che, loro malgrado, vengono ancora sottoposte alle pratiche del turismo consumistico massificato e che per questo vengono rivolte di forza verso il passato – un passato peraltro rivelatosi sovente fallimentare – anziché verso il futuro, provocandone così un inesorabile decadenza.

(Ri)pensare l’abitare

[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

(A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)

“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.

In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori  e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.

Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovato un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:

[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.

Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.

Il paesaggio non esiste (se non nella mente di chi lo “osserva”)

[Foto di Alessandro da Pixabay]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello (ultra classico!) ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia belloPerché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noiè una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe di se stesso di essere “brutto” dentro?

Nella differenza culturale tra “territorio” e “paesaggio”, cioè tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che concepiamo da quella visione, nella relazione che si forma tra i due elementi e nella sua stortura (il più delle volte inconsapevole, in certi casi no), si può riscontrare sia la fortuna di essi, ovvero la loro frequentazione antropica armoniosa, sia la loro sfortuna, cioè l’origine dei danni che l’uomo con le sue attività vi compie. Comprendere che l’antropizzazione e la territorializzazione realizzate in armonia con lo spazio e l’ambiente naturale generano un altrettanto armonioso e bel paesaggio, nel quale ci si trova bene perché è bello starci, è fondamentale tanto quanto capire che la confusione tra i due elementi e il travisamento del loro valore, innanzi tutto da parte di chi opera e gestisce quegli spazi vissuti e antropizzati, è garanzia pressoché certa di danni e di degrado della bellezza peculiare dei luoghi, dunque conseguentemente anche della nostra relazione con essi, del nostro atteggiamento, della capacità di comprenderne e salvaguardarne il valore. Per questo il paesaggio deve necessariamente scaturire da una nostra elaborazione intellettuale e culturale: se ciò non accade, il territorio diventa come un dipinto dai colori bellissimi ma che non si capisce cosa rappresenti.

La montagna anonima (e pure un po’ ridicola)

Tornando alla montagna vista dal cittadino, la città ha segnato indelebilmente il paesaggio alpino nella memoria collettiva, che ha captato l’idillio dell’alpe e se lo è portato in città mediante una sovrapposizione al tessuto urbano di improbabili castelletti neogotici montani o peggio ancora di finti chalet o portinerie realizzate come cabine elettriche alpestri che replicano la miniatura della montagna; viceversa la stazione alpina moderna è essa stessa un modellino in scala del corso cittadino.
Ma qualsiasi riduzione, in architettura come nella socialità dell’abitante, che in città difficilmente indossa i calzoni alla zuava, porta all’anonimato oltre che al ridicolo: il rischio è la perdita dell’identità a favore dell’impersonalità urbana, cosi pericolosa.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.144.)

Il camminare è una forma d’arte

Da una delle finestre della mia postazione di lavoro quotidiana posso vedere la Grigna Meridionale, o Grignetta, sul cui corpo montuoso, nonostante la distanza (oltre 15 km in linea d’aria dal mio punto in osservazione), distinguo nettamente la linea zigzagante dell’itinerario di salita alla vetta che percorre la cresta Cermenati, la “via normale” alla sommità e probabilmente uno dei sentieri non banali più famosi e frequentati delle Alpi italiane. Dalle immagini lì sopra potete constatare quanto sia visibile il tracciato in questione: la prima di esse mostra come la vedo io, quotidianamente (la qualità è quella dello zoom del cellulare, chiedo venia).  Una “impronta” evidentissima lasciata dal passaggio di chissà quanti escursionisti nel corso del tempo al punto da essere diventata un elemento distintivo della montagna, del suo paesaggio, e una scrittura antropica ben leggibile che narra la storia della relazione con essa delle genti che hanno frequentato e frequentano il luogo.

A osservarla, quella linea così netta impressa sul fianco della Grignetta, mi torna in mente ciò che scrisse Richard Long, uno dei padri della Land Art, a proposito di una delle sue prime e fondamentali “opere”, A Line Made By Walking, una semplicissima linea rimasta impressa sul terreno dal ripetuto cammino, avanti e indietro, dell’artista – la vedete nell’immagine qui sotto. La dimostrazione di come la relazione tra l’uomo e l’ambiente possa diventare, se non già sia per sua natura, un “fatto” creativo per eccellenza, una forma d’arte il cui supporto fondamentale è il territorio, con il “messaggio” dell’opera che si condensa nel suo paesaggio, inteso come la concezione culturale del territorio stesso. Un’opera, con la sua idea di fondo, che mi aiutò molto a esplorare il tema del camminare come pratica artistica, materiale e immateriale, poi espresso e illustrato in alcune conferenze di qualche anno fa.

Così scrisse Long, all’epoca:

Iniziai a camminare nella natura, e ciò sviluppò in me l’idea di fare scultura camminando. Il camminare stesso ha una sua storia culturale, dai pellegrini ai poeti erranti giapponesi, ai romantici inglesi fino agli escursionisti contemporanei (….) La mia intenzione era di fare una nuova arte che corrispondesse, al tempo stesso, ad un nuovo modo di camminare: il camminare come arte. La pratica del cammino nel paesaggio mi fornì un mezzo ideale per esplorare le relazioni tra il tempo, le distanze, la geografia e le misure.

Ecco, potrà sembrare forzata e esagerata l’attribuzione di una natura artistica ad un mero sentiero di salita a una montagna, tuttavia, come dicevo, la relazione umana con il territorio, e la concezione del paesaggio che ne deriva, ha molto a che fare con l’invenzione artistica, e in diverse forme di essa: quella “letteraria” – la traccia sul terreno come scrittura e narrazione della presenza umana nel luogo, appunto – , quella prettamente artistica – la traccia come atto di modificazione del territorio, dunque a suo modo architettonico, e come scultura, nel senso indicato da Long -, la traccia come testimonianza performativa collettiva e rappresentazione della storia del luogo in chiave antropica, eccetera.

D’altro canto, la nostra interazione con i territori e i luoghi, ancor più se particolari e particolarmente pregiato come quelli montani, è, deve essere a sua volta una forma d’arte:  una manifestazione costante di creatività e di espressione estetica nei riguardi del paesaggio, a sua volta elemento prettamente culturale, che deve avere connotati altrettanto costantemente virtuosi e valorizzanti, per noi stessi e per i luoghi stessi. Un’arte che spesso non sappiamo di poter coltivare ma che è a dir poco fondamentale e tra le più preziose, anche se le sue “opere” non verranno mai battute in nessuna casa d’aste: ma come si può conferire un valore a ciò che è formalmente inestimabile?