Kadriorg, il Genius Loci silvestre di Tallinn

Avevo già in mente di visitare, dopo la testa, il cuore, la pancia di Tallinn, il luogo che rappresenta, e nemmeno troppo metaforicamente, i polmoni della città: Kadriorg, il più vasto parco pubblico cittadino, del quale pare i tallinesi vadano parecchio orgogliosi. Stamattina quell’intenzione è quasi divenuta necessità. Sovente la visita di una città non contempla le sue aree verdi se non come momento di relax, di riposo tra un monumento e l’altro. Invece ho sempre pensato che – paradossalmente, ma nemmeno troppo – il livello di urbanità di una città lo si possa riscontrare quasi più nei suoi elementi meno antropizzati ‒ se così si possa dire per un parco pubblico cittadino, che nel bel mezzo dei palazzi e delle vie ‒ ovvero dove l’impulso irrefrenabile della civiltà, volto a modificare profondamente il paesaggio a proprio favore al punto da sovvertirne totalmente non solo la forma ma anche la sostanza, è stato messo in pausa, in stand-by. E non tanto riscontro ciò nella cura di essi, che ovviamente è buona cosa e qui a Tallinn ho già accertato in modo inequivocabile un po’ ovunque, semmai, come dire… nell’atmosfera di naturalità che vi ritrovo, nella dimensione ambientale che posso percepire tra le piante e le radure erbose e ogni altro elemento presente. E nella quiete, pure, con cui non intendo solo la tranquillità rispetto al rumore della città, anzi, ma soprattutto nella serenità interiore che si può percepire standoci dentro. Non è questione di dimensioni dell’area verde, sia chiaro: un parco enorme, vastissimo, può essere più sottoposto e soggiogato all’elemento antropico, in senso pratico e metafisico, rispetto a un piccolo fazzoletto verde tra immensi palazzoni che tuttavia sappia preservare una propria genuinità naturale, un proprio Genius Loci silvestre pur imparentato con quello urbano ma come cugino, non come figlio, ecco.

Täpselt! (“Esatto” in lingua estone.) Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per saperne di più su Kadriorg, cliccate qui.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Geo-metrie nella geo-grafia

Nel territorio naturale c’è sempre – salvo forse rarissimi casi, ma da me mai riscontrati – qualche sorta di proporzione armonica, di simmetria casuale solo all’apparenza, di rispondenza di linee, forme, morfologie: una geo-metria nella geo-grafia che non sempre si può percepire nitidamente, anzi, sovente risulta nascosta, sfuggente. Tuttavia, se ci si muove nel territorio e lo si osserva con attenzione nonché, soprattutto, con adeguata sensibilità, forse quelle proporzioni arcane all’improvviso si svelano, anche grazie a una condizione favorevole che può durare solo un istante: una frazione, un attimo che i sensi aperti alla massima percezione possono togliere dal tempo e rendere infinito.

Come qualche sera fa, sui monti sopra casa, con la particolare luce via via più radente che anticipa il tramonto del Sole e la nitidezza d’un cielo pulito quanto basta da una tranquilla brezza, respirando la leggera e delicata aria vespertina che dopo una giornata di lavoro è uno dei balsami più rigeneranti e, a sua volta, fa da impulso di leggiadra energia a vivificare e accendere la percezione dei sensi. Ho osservato il paesaggio “ordinario” dacché domestico, quello dell’immagine in testa al post, un angolo di territorio conosciuto in ogni sua parte ma senza che ciò possa mai mitigare la curiosità nella sua visione, nella scoperta di qualcosa di inopinato, e così ho esclamato dentro di me «to’, ma guarda che roba!»:

Geometrie eterne nella geografia quotidiana (cerco di riprodurle dozzinalmente nell’immagine qui sopra) che si svelano d’improvviso come nuove, mai viste o mai colte, dissolvendo il tempo nell’istante di quel presente e disegnando lo spazio con linee inedite, non più ignote ma comunque fascinosamente arcane, che evolvono e impreziosiscono il paesaggio percepito di nuove impressioni, cognizioni, immaginazioni. Tutto ciò come mai prima avevo visto e come mai dopo vedrò: le altre volte erano diverse geometrie, impressioni, percezioni, le prossime saranno ulteriori proporzioni, armonie, simmetrie. Con tutto questo, nemmeno io resto quello di ieri e non sarò domani ciò che sono oggi: le geometrie armoniche del paesaggio, variabili, multiformi, caleidoscopiche, ri-conformano ogni volta anche il mio paesaggio interiore, così che quelle armonie siano anche le mie e io sia in armonia con il territorio e il paesaggio che le generano.
E questo accade a pochi passi da casa tanto quanto ovunque, in ogni luogo io possa e sappia visitare con i sensi, oltre che con il corpo.
L’infinito, come penso sempre, comincia appena oltre la punta dei propri piedi.

Le Alpi sono un “paesaggio industriale”

Vista su Lucerna intorno al 1800 dal Felsberg. Immagine tratta da chapel-bridge.ch.

Sapete – e, se non lo sapevate, ora sì – che sulla città svizzera di Lucerna, alla quale sono “antropologicamente” molto legato, ho scritto un libro (lo vedete lì sotto, fateci clic) che rimarca, tra le altre cose, la particolare e costante sensibilità personale verso quel luogo e il suo paesaggio peculiare.

Ecco, in un bell’articolo su “SwissInfo.ch” il professor Valentin Groebner, storico austriaco che insegna proprio all’Università di Lucerna, parla della città elvetica, del suo legame con le Alpi e in generale dello sviluppo del paesaggio turistico alpino, rimarcando alcune osservazioni interessanti circa la sua origine, che è sì radicata nel Romanticismo sette-ottocentesco (quello che in pratica ha “inventato” le Alpi in quanto luogo e meta di viaggio) ma non solo nel modo in cui ordinariamente si crede. Ad esempio, Groebner dice che

Nei resoconti di viaggio del XVIII secolo, Lucerna viene descritta come una cittadina triste, antiquata, repressiva e arretrata. Arthur Schopenhauer lo ha espresso in modo sintetico: “Una piccola città deserta e mal costruita. Ma la vista è divina”. Perché questo è ciò che Lucerna aveva da offrire: la vista. Ci sono poche città da cui si può guardare direttamente a sud, attraverso un lago, verso le montagne coperte di neve quasi tutto l’anno. Lo si può fare a Ginevra, lo si può fare a Montreux e proprio qui a Lucerna. E questo lago corrispondeva particolarmente bene allo sguardo romantico sviluppatosi nel XIX secolo.
Questo sguardo è stato importato in Svizzera dai turisti inglesi che hanno visitato il paese dalla fine del XVIII secolo. Uno di loro era il pittore William Turner, il quale ritraendo paesaggi svizzeri primordiali e incontaminati, ha saputo creare per la prima volta sensazioni profonde e romantiche – per i suoi ricchissimi clienti britannici.
In precedenza, la Svizzera era una regione che i viandanti esitavano ad attraversare, a causa delle montagne e del maltempo. Oltretutto gli abitanti usavano lingue strane e incomprensibili. Ma i viaggiatori colti del XIX secolo hanno trasformato il paesaggio della Svizzera centrale in una sorta di compensazione per i danni dell’industrializzazione. L’aria buona e l’acqua pulita erano diventate una merce rara nel resto d’Europa; le Alpi – che si riteneva fossero rimaste “come un tempo” – hanno assunto il ruolo di polo opposto all’Europa industrializzata.
Nel corso del XIX secolo, la Svizzera, i laghi, le montagne sono diventati il luogo dove i fenomeni negativi dell’industrializzazione potevano essere temporaneamente corretti – sempre che ci si potesse permettere di andarci. Birmingham, Manchester e Lucerna sono in qualche modo unite: nelle sporche fabbriche tessili nel nord dell’Inghilterra si guadagna il denaro e i proprietari delle fabbriche lo spendono in Svizzera per riposarsi – in alberghi che sono a loro volta una sorta di fabbriche rosa, costruite in cemento armato come le fabbriche tessili dell’Oberland zurighese e di altri luoghi.

Tali considerazioni (che poi il professor Groebner sviluppa nel corso dell’intervista: leggetela nella sua interezza per coglierne meglio il messaggio) si legano a doppio filo a quanto potete leggere nel mio libro, nelle cui prime pagine non a caso cito quel modo di dire per il quale la Svizzera è considerata “il giardino d’Europa”: ecco, proprio in questo senso lo è, come contraltare naturalmente artificioso, o artificiosamente naturale (la definizione può valere in entrambi i sensi), appositamente concepito per compensare il degrado ambientale e urbanistico verso il quale già nell’Ottocento stavano andando le grandi città industrializzate europee e così preservare la realtà di un territorio, la concezione di un paesaggio nonché il senso di un luogo dall’evoluzione ben più perniciosa del restante continente europeo, proprio come un giardino urbano appare una piacevole oasi di naturalità e di bellezza in mezzo palazzi, strade, piazze e industrie.

Sono considerazioni che peraltro valgono benissimo anche oggi per l’intero territorio alpino, sia quando concepito nella sua interezza, sia quando analizzato nelle varie realtà locali, dove di frequente la stessa particolare relazione tra gli spazi antropizzati e industrializzati e gli spazi mantenuti allo stato naturale e rurale, se non del tutto liberi da segni umani, determina molta parte del senso antropologico e dell’identità culturale di quei territori, determinando di conseguenza anche la relazione delle genti che li abitano ma pure di chi li visita saltuariamente e per breve tempo – in primis il turista, appunto. Una relazione che il professor Groeber delinea in modo ancor più dettagliato nel prosieguo dell’intervista.

In ogni caso, va da sé che se volete approfondire le riflessioni dell’articolo di “SwissInfo.ch” contestualizzandole al luogo che ne è il soggetto, ovvero alla città di Lucerna – ma, ribadisco, quale luogo emblematico per numerosi altri, nelle Alpi – vi invito a leggere il mio libro e a farmi sapere che ne pensate, oppure – anche meglio senza dubbio! – a visitare Lucerna, una città che sotto ogni punto di vista, materiale e immateriale, non smette mai di sorprendere, innanzi tutto con la sua presenza e l’essenza urbana nel territorio e nel paesaggio nei quali si trova – e, appunto, è una sorpresa tanto grande e costante quanto per nulla meramente e banalmente turistica. Sono certo che, se ci andrete e quale “guida” di viaggio (che non è tale, peraltro, ma forse anche sì!) leggerete il mio libro, mi darete ragione. Già.

Una Guida Letteraria della Svizzera italiana

Nella Svizzera italiana è stato creato e messo on line un bellissimo strumento di relazione geografico-letteraria che trovo molto interessante e importante per generare un interscambio di fascino e attrattiva tra il territorio, i luoghi, il paesaggio e le opere letterarie che li narrano, con gli autori che le hanno scritte (tra i quali Ernest Hemingway, Hermann Hesse, Patricia Highsmith, Arthur Rimbaud, Ignazio Silone, Elias Canetti, Eugenio Montale, Giacomo Casanova, Erich Maria Remarque, Max Frisch), da sempre e ancora tutt’oggi, ne sono convinto, il media più efficace per raccontare, far conoscere, identificare, emozionare e valorizzare i luoghi nonché per dar voce ai loro peculiari Genius Loci. È la Guida Letteraria della Svizzera Italiana, che raccoglie frammenti di romanzi, racconti, poesie, epistolari e diari pubblicati da scrittori che sono nati e cresciuti nei territori della Confederazione ove si parla l’italiano oppure che hanno soggiornato in quei territori e li hanno voluti raccontare. Un vero e proprio tesoro sommerso, da valorizzare e diffondere, nel quale è possibile scovare autori e testi noti e meno noti, che al momento conta ben 1.880 citazioni, 271 autori e 207 luoghi, tutti georeferenziati sulla relativa mappa e in costante aggiornamento. Come si legge nella presentazione del progetto, «La mappa interattiva è solo una delle declinazioni con cui verrà proposta al pubblico la Guida letteraria. Tra le iniziative, è forse quella che evidenzia maggiormente lo stretto legame esistente tra letteratura e territorio. Grazie a questo strumento sarà più facile orientarsi nei paesaggi letterari della Svizzera italiana, sia fisicamente che virtualmente.»

Perché è verissimo, i territori abitati dall’uomo nel tempo producono innumerevoli paesaggi, tra cui anche quello letterario che, in forza della sua genesi naturalmente colta, sagace, raffinata, artistica, creativa e particolarmente sensibile, diventa uno di quelli più potentemente descrittivi tanto quanto più fascinosamente attrattivi, a favore del territorio in questione e della salvaguardia della sua bellezza, dell’identità e della cultura peculiare oltre che della gente che lo abita.

Cliccate sulle immagini nel post per visitare il portale web della Guida Letteraria della Svizzera Italiana, uno strumento che mi auguro esemplare per qualsiasi territorio, amministrativo o culturale, piccolo o grande, che voglia valorizzarsi in maniera tanto efficace quanto prestigiosa e affascinante, non ultimo per permettere a chiunque di viaggiarci attraverso, in modo certamente virtuale ma alquanto suggestivo.

Ad esempio, se sulla mappa interattiva clicco sul landmark in corrispondenza di un luogo che conosco bene, il villaggio di Ambrì nel comune di Quinto, in alta valle Leventina, ecco che scopro una citazione tratta da un’opera a sua volta da me ben conosciuta:

​I villaggi giù a valle, Ambrì e Piotta, comunicano immediatamente un’impressione di estrema povertà, ma quando poi li si rivede, dopo aver visitato i buchi sperduti di montagna della zona circostante, sembrano quasi località di lusso. È altrettanto vero, però, che in queste stalle di pietra fatiscenti e tutte bucherellate vive una popolazione gentile, cortese e anche intelligente (…) Non c’è saluto che non venga cortesemente ricambiato (…) ogni domanda ottiene una risposta veloce e sicura (…) E inoltre, cosa importantissima, tutte le informazioni sono attendibili. Poco importa se i ragguagli relativi alla direzione, al sentiero e alla distanza li otteniamo da un ragazzetto o addirittura da un bambino: sono sempre giusti.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani; orig. Der Gotthard, 1897.)

Il paesaggio “potente” della Valle della Pietra (Val Gerola, Sondrio)

Ve ne sono molti, di luoghi nelle Alpi, che sanno condensare nel loro breve spazio gli elementi fondamentali del paesaggio montano, vette, roccia, acqua, neve, boschi, orizzonti, altezze, imponenze, maestosità, bellezza, grandiosità. Ma pochi lo sanno fare con la condensazione di potenza di un luogo che non offre grandi massicci montuosi e altitudini così importanti, che non ha la rinomanza di altri territori e che, per giunta, non è nemmeno sulle Alpi. È l’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina, a compiere un tale prodigio: nella sua parte occidentale, ove il bacino principale si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona, presenta un paesaggio possente, di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano sul cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

La testata della Valle della Pietra vista dai pressi del Rifugio Trona Soliva, in versione estiva. Da sinistra, il Pizzo di Mezzodì, i Denti e il Pizzo di Mezzaluna, la Valle di Trona con la diga e l’omonimo bacino artificiale, il Pizzo di Trona, la Valle d’Inferno nella quale si intravede la diga dell’omonimo bacino sovrastato dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

È un paesaggio alpino alla massima potenza ma senza esserlo, appunto: “tecnicamente” ovvero geograficamente, la valle appartiene alle Prealpi Bergamasche, che tuttavia qui è come se volessero sfidare in stupore e meraviglia i più celebri colossi alpini dirimpetto, i cristalli di granito del Masino e la mole ghiacciata (chissà ancora per quanto) del Disgrazia, ben visibili dalla parte opposta della Valtellina. Loro sì che “Alpi” ce l’hanno scritto sui documenti d’identità geografica, così ben più elevati, più decantati, più frequentati: forse anche in forza di tale sfida le vette prospicienti l’alta Valle della Pietra si sono protese verso l’alto più di quanto la loro originaria sorte orografica aveva forse stabilito, conformandosi in piramidi audaci e nervose, come il Pizzo di Trona o il Varrone, oppure sfilacciandosi in innumerevoli pinnacoli più o meno esili come quelli del Pizzo di Mezzodì o del Pizzo Mezzaluna (notate la suggestiva bellezza dei toponimi della zona, peraltro!), in bilico apparente sul vuoto degli alti circhi o forse così tremolanti perché riflesse, le loro rocce ammonticchiate, nelle acque dei laghi che occupano le conche sommitali, un tempo palcoscenico per chissà quanto scenografici e ruggenti ghiacciai che sembrano svaniti da poco, in fondo.

E poi, a sovrastare con placida ma decisa imponenza su ogni cosa, sua maestà il Tre Signori, vero e proprio fulcro cosmico del territorio al quale le cime intorno fanno da attente guardie e da scudieri fidati, per la cui identificazione basta semplicemente dire «il Pizzo»: è inequivocabilmente lui, il sovrano indiscusso eppure bonario (da questo versante, mentre altrove si fa ben più ardito) con la sua enorme gobba di rocce lisce che sale quasi stancamente verso l’alto come fosse oberata dalla plurimillenaria storia che si porta dietro e che lo stesso suggestivo oronimo segnala, anche se solo in parte. Lassù, sulla sua vetta, si incrociano da secoli storie, domini, genti, culture, confini, aspirazioni, emozioni e vi giungono narrazioni molteplici e poliedriche eppure armoniche che nell’insieme formano la lettura di un romanzo assolutamente coinvolgente e sorprendente, di quelli che non t’aspetti così intriganti perché pensi ad altre come a grandi letture e invece scopri che lo è pure questa, che la lettura di questo territorio è del tutto appassionante in ogni sua pagina, ti prende con l’emozione dell’inaudito svelato, che nei personaggi delle sue storie, siano essi gli antichi Celti o i Romani che probabilmente già sfruttavano l’abbondanza di ferro di queste montagne oppure gli alpeggiatori che da secoli e ancora oggi producono formaggi eccezionali o ancora gli ingegneri e le maestranze che nel Novecento hanno costruito nelle alte conche un piccolo ma significativo “paesaggio idroelettrico” le cui dighe dialogano armonicamente col territorio come sculture moderne in un ampio salone di foggia antica regalandovi avvenenza e attrattiva idriche, ecco, con tutte queste figure che si sono relazionate con i monti della zona viene naturale identificarsi, anche solo percorrendo i loro stessi remoti cammini che intessono lo spazio, percorrono il tempo e, sul terreno, ne codificano il peculiare alfabeto antropologico iscrivendovi le narrazioni di quell’originale romanzo locale.

La stessa foto sopra pubblicata in versione invernale. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

Tutto è potenza alpestre, quassù, e tutto quanto concentrato in un spazio relativamente piccolo che in tal modo concentra pure la bellezza e il fascino, il che dilata la percezione delle sue dimensioni materiali e immateriali rendendolo apparentemente vastissimo, latore di una geografia tanto semplice quanto ampia e articolata, generatore di orizzonti innumerevoli e multiformi che in un solo paio di sguardi unisce la maestosità alpina e la vastità padana. Così, «il Pizzo», i suoi quasi “banali” 2554 metri di quota li gonfia fino a sembrare ben più alto, ben più maestoso e dominante su questo piccolo/grande mondo di inopinate e garbate sorprese, signore indiscusso sulla cui sommità ci si può sentire tutti quanti “re” come ci si sente tali – ci si dovrebbe sentire tali – sui monti: regnanti su tutto, padroneggianti su niente. Eccetto che sulla bellezza e sulla relativa meraviglia: e di esse, in questa valle così alpina senza essere “alpina”, ce n’è un dominio dei più ricchi, potenti ed emozionanti.