Ancora un’originale visione fotografica di Cesare Martinato, un’altra veduta della diga dell’Albigna, in Canton Grigioni, una delle più particolari dighe delle Alpi, posta sul ciglio di una parete quasi verticale sospesa mille metri sopra l’alta Val Bregaglia e circondata dalle spettacolari guglie granitiche di questa regione delle Alpi Retiche occidentali – quelle visibili nell’immagine proprio sopra il muro della diga possiedono i pittoreschi oronimi di Spazzacaldeira e Fiamma.
Della diga dell’Albigna ne parlo nel mio libro Il miracolo delle dighe, raccontando della sua peculiare presenza nel paesaggio della Bregaglia e della particolare relazione intrattenuta con i suoi abitanti, per i quali la diga è molto di più di un ciclopico muro di cemento e ovviamente ben più di un’attrazione turistica – dacché la diga è visitabile anche all’interno e pure dentro offre qualcosa di inaspettato e sorprendente.
Ringrazio ancora molto Cesare Martinato per le sue sublimi fotografie e, se volete saperne di più sul libro, cliccate qui sotto:
Cammino nel bosco silenzioso, attraverso luminosità vibranti e ombre di quiete. Alberi fitti, sottobosco rigoglioso, un mondo che ogni volta mi accoglie calorosamente, nel quale mi trovo sempre bene. Solitario ma mai solo. Silente, ma in dialogo con tutto ciò che intorno. Non c’è nulla qui, a parte la traccia del sentiero. Ma veramente è così?
Ci siamo troppo assuefatti, temo, a vedere in certi ambiti del mondo in cui viviamo il tutto senza capire che in realtà lì c’è il nulla – nulla che ci serva realmente – e pensiamo di trovare in altri ambiti dello stesso mondo il “nulla” quando invece lì c’è tutto – tutto quello che ci serve. Così perdiamo buona parte del nostro tempo utile – che non è molto, a ben pensarci – dietro quella tanta roba inutile, togliendolo alla ri-scoperta di ciò che non sappiamo più vedere e percepire, ciò che invece ne farebbe un tempo ben speso, proficuo, efficace.
Perdere tempo così significa perdere spazio – e il tempo è spazio: spazio vitale, quello che noi occupiamo proprio vivendo il nostro tempo. Dunque, è come perdere noi stessi e ciò che si perde non si trova più, non si vede più. È come diventare invisibili cioè nulla, a nostra volta, nel nulla verso cui perdiamo tempo. Non conviene, secondo me.
P.S.: l’immagine in testa al post, che a mio parere esemplifica benissimo ciò che vi ho scritto, è dell’ottimo Filippo Manini (che ringrazio di cuore per avermela concessa), autore di opere fotografiche assolutamente affascinanti (che crea su montagne che sono le sue e anche le mie) le quali riescono benissimo a mostrare tanto dove forse per alcuni ci potrebbe essere poco. Per l’appunto.
Un altro bell’articolo dedicato a Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro, è stato pubblicato in contemporanea da “LeccoNews” e “ValsassinaNews”, le cui redazioni ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio che hanno voluto dedicare al libro.
Intanto l’estate è ormai alle porte, sempre più persone si avventureranno lungo gli itinerari montani e quasi sicuramente, prima o poi, si ritroveranno davanti o ai piedi di una delle centinaia di grandi dighe che dimorano sulle Alpi (solo su quelle italiane sono 530; la Svizzera ne ha 220 che determinano la maggior densità di dighe al mondo rispetto al territorio nazionale). Cosa penseranno, o cosa penserete se sarete voi, di fronte a uno di questi ciclopici muri “incastrato” in una vallata alpina, magari a quote superiori ai 2000 metri e in mezzo a un paesaggio di grande pregio ambientale? Ecco, questa è una delle domande alle quali cerco di dare una “buona” risposta nel libro.
Per saperne di più, date un occhio qui, mentre per leggere i due articoli cliccate sulle immagini corrispondenti.
Ho visto molti gruppi di olmi imponenti che meritavano di essere rappresentati all’assemblea legislativa più degli omuncoli sotto di loro, del bar e della trattoria e dei negozi cui facevano ombra. Quando vedo le loro magnifiche chiome all’orizzonte a miglia di distanza, al di là delle valli e delle foreste che ci dividono, esse fanno pensare all’esistenza di un villaggio, di una comunità. Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione.
Se per me Thoreau ha sempre ragione, in un brano del genere ha sempre doppiamente ragione. Non c’è politico più autorevole, capace, saggio, giudizioso, onorevole di un albero. O forse qualcuno c’è anche, ma è talmente confuso nell’orrido d’intorno da non risultare visibile. Proprio come un albero circondato da una schiera di orribili palazzoni di cemento, i quali peraltro gli tolgono aria, luce, vitalità.
Mi considero parecchio onorato e fortunato, oltre che assolutamente grato, di avere l’occasione di condividere il “palco” – o quanto di simile – per qualche presentazione o reading letterario con un musicista di eccelsa qualità come Francesco Garolfi. Come è accaduto venerdì scorso a Martinengo, dove tra una mia lettura e l’altra i presenti hanno goduto dell’ennesima dimostrazione del suo talento artistico e della capacità di tessere armonie chitarristiche affascinanti, capaci di ammantare qualsiasi momento e circostanza di una veste musicale inevitabilmente emozionante.
Peraltro da qualche settimana sono stati pubblicati i primi due singoli che con altri di prossima uscita andranno a comporre il prossimo album di Francesco Garolfi.
Sono solo è un brano di grandissimo fascino, dalla melodia peculiare, dinamica, avvolgente, sostenuta da un basso deciso e ossigenata dal raffinato tocco chitarristico dell’autore, con armonie che rimandano nemmeno troppo velatamente ad atmosfere folk rock alternate a momenti più delicati (il ritornello, ad esempio) che profumano di ampi spazi, foschie leggere, pianure tranquille. Il tutto impreziosito da un testo potente e perfettamente intonato alle accentature armoniche del brano, che Garolfi canta e interpreta perfettamente, lasciando intendere di avere una voce con ampi margini di manovra. Insomma, applausi a scena aperta!
Abbi pietà gira su una partitura più classicamente blues, lineare, che echeggia le armonie del gospel e fa pensare senza molte incertezze agli USA del sud, al Mississipi, al paesaggio e al mood di quelle terre profondamente black dell’America e dalla quale nasce lo spiritual, autentica musica dell’anima variamente antesignana del blues del jazz e del gospel. Anche questo brano ha un testo forte, ricco di significati, di narrazioni importanti, elaborato in una forma quasi cantilenante il cui cantato lascia spazio in due frangenti ad altrettanti assoli in slide, molto belli, i quali aggiungono colore e calore al brano e vi regalano un appeal quasi (passatemi la blasfemia) pop.
Sul suo canale Youtube potete trovare molte altre testimonianze della mirabile arte musicale di Francesco Garolfi. E se potreste pensare, dopo aver letto questo mio post e ciò che vi ho scritto in principio, che io sia di parte, ascoltatelo fare musica. Poi mi direte.