Evviva Poschiavo, “premiata” città dall’anima profondamente alpina!

[Veduta di Poschiavo e della sua valle verso la Valtellina. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Premio Wakker viene conferito ogni anno da “Patrimonio Svizzero” a un Comune politico o, in via eccezionale, a organizzazioni, associazioni ed enti simili che si impegnano nel favorire, con accortezza, uno sviluppo dell’abitato, degli insediamenti e la promozione della qualità architettonica delle nuove costruzioni, ma anche un approccio rispettoso della sostanza edilizia storica, come pure una pianificazione esemplare, attenta alle esigenze ambientali.

Per il 2025 il Premio è stato assegnato al comune di Poschiavo (Canton Grigioni) per aver saputo combinare tradizione e progresso diventando un modello per il futuro delle regioni di montagna. Il comune del Grigioni italiano sta lavorando per contrastare il calo demografico e garantire un’elevata qualità di vita coordinando gestione consapevole del patrimonio architettonico, autonomia locale, agricoltura sostenibile e impegno civico. Qui trovate il comunicato stampa ufficiale sul conferimento del premio, la cui cerimonia ufficiale di premiazione si terrà il 23 agosto 2025 nell’ambito di una celebrazione pubblica.

«Abbiamo valutato diversi Comuni con profili simili e abbiamo analizzato chi offre opportunità che possono avere un futuro e fungere da esempio per altre regioni», ha argomentato la presidente della commissione del Premio Wakker, Brigitte Moser. Secondo il direttore generale David Vuillaume il Comune di Poschiavo rappresenta la definizione di tutela del patrimonio. «È un posto dove si vive, si lavora e ci si incontra volentieri. Per me questi tre elementi danno vita al sentimento di sentirsi a casa», ha spiegato Vuillaume.

[La Piazza del Comune. Foto di Böhringer Friedrich, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Sono molto contento di leggere del conferimento del Premio Wakker a Poschiavo: per quanto mi riguarda, è un riconoscimento assolutamente meritato. Oltre a essere una cittadina dalla natura profondamente alpina di bellezza e fascino notevoli, da tempo Poschiavo si contraddistingue nel portare avanti pratiche di sviluppo territoriale economiche, sociali e culturali di grande valore e notevole efficacia, esemplari per molte altre località alpine, che fanno del luogo e della sua comunità un modello vitale e in grado di rinnovarsi costantemente pur tra le molte criticità che la realtà contemporanea nei territori montani presenta – anche nell’apparentemente florida Svizzera.

[Veduta aerea della Valle di Poschiavo con il Massiccio del Bernina sullo sfondo, risalente all’ottobre 1954. Foto di Werner Friedli, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto proprio da una di queste criticità, la posizione periferica nel mezzo tra l’industriosa (ma straniera) Valtellina e l’Engadina mecca del turismo di lusso che apparentemente poneva la città al margine di entrambe, il Comune di Poschiavo è riuscito a ricavarne un’efficace risorsa, facendo della propria indipendenza una ricetta di successo. Una vasta gamma di servizi sono a disposizione degli abitanti, tra cui un ospedale, scuole e una biblioteca. L’offerta culturale è ampia e spazia dai concerti alle proiezioni cinematografiche. «Questa autonomia è un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento, una sfida comune a molte regioni di montagna», precisa il Comune al riguardo. Secondo il podestà Giovanni Jochum, anche se il numero degli abitanti è stabile e la popolazione tende a invecchiare, «Ci sono giovani che ritornano, anche con le loro famiglie. Essi lanciano nuove iniziative e creano nuove attività che non c’erano finora, il che è molto positivo».

[Foto tratta da www.poschiavo.ch.]
Poschiavo è l’esempio di una montagna alpina che non solo sa elaborare una resilienza peculiare nei confronti della realtà contemporanea e delle sue varie criticità, ma riesce anche a essere attrattiva fornendo una dimensione di vita e professionale che da un lato garantisce i servizi necessari ai residenti e dall’altra li armonizza a un territorio e a un paesaggio verso i quali riserva una particolare cura, garantendone le valenze estetiche e le prerogative ecosistemiche.

[Immagine tratta da www.valposchiavo.ch.]
Grandi applausi dunque al Comune di Poschiavo e a tutta la comunità Poschiavina, per il premio vinto e per quanto da tempo sanno fare a beneficio del proprio territorio e del futuro di chiunque è parte del suo paesaggio. Un modello da conoscere e imitare quanto più possibile, ribadisco.

Il Monte San Primo, una “piccola” montagna grande come poche altre (nonostante i piccoli uomini che la vorrebbero grandemente svilire)

Per una strana coincidenza che forse strana non lo è affatto, in questo stesso periodo ma un anno fa (e nel corso di due giornate dalla meteo ugualmente favorevole), osservavo dall’alto il bacino lecchese del Lago di Como ma dal versante opposto rispetto a dove vagabondavo domenica scorsa – al riguardo ve ne ho scritto qui. L’anno scorso ero con il segretario personale (a forma di cane) Loki sul Monte San Primo e da là osservavo le pendici della Grigna Meridionale dalle quali domenica ammiravo il suddetto: nelle immagini sopra e sotto le posizioni di scatto delle rispettive fotografie sono individuate dalla stella gialla.

A osservarlo da lì, il San Primo, cioè da una posizione già elevata che permette di considerarne la massa sia nell’estensione verticale che in profondità, risulta del tutto evidente la sua eccezionalità geografica: quella di un monte relativamente basso (1.682 m la quota massima) e dalla morfologia che lo rende più simile a una enorme, docile collinona più che a un rilievo tipicamente e scoscesamente alpino, che tuttavia appare dominante sul suo territorio come pochi altri, ovvero come molte montagne ben più elevate e morfologicamente imponenti non riescono a essere. In buona sostanza, l’impressione dell’osservatore è di avere di fronte un rilievo più maestoso di quelle tante sommità prettamente alpine ben maggiori ciò nonostante – ripeto – risulti evidente la sua scarsa altitudine.

Questa impressione, a me parecchio vivida, credo derivi da due (delle tante) peculiarità specifiche del Monte San Primo. Innanzi tutto il suo isolamento, dato che non vi sono sommità più elevate se non a quasi 15 chilometri di distanza in linea d’aria (e sono proprio le Grigne; più vicini a nord ci sono i “gemelli” Monte di Tremezzo e Monte Galbiga, ma la loro quota è solo di qualche metro maggiore), un isolamento che lo rende da un lato assolutamente referenziale per la zona in cui si eleva, della quale è come se rappresentasse il fulcro geografico e paesaggistico, e dall’altro distintamente identificabile da diverse direzioni.

Inoltre, peculiarità conseguente alla prima, il pur basso San Primo domina solitario su una porzione parecchio estesa del territorio alto-lombardo, ben oltre il già ampio Triangolo Lariano di cui rappresenta la massima elevazione, una zona che, come detto, non possiede cima più elevate e dunque maggiormente imponenti. Il San Primo peraltro è la prima grande montagna che definisce l’orizzonte settentrionale di Milano e del suo hinterland: se dal centro del capoluogo lombardo si traccia una linea orientata a nord, si incrocia quasi perfettamente la cima del San Primo (per i geopignoli: c’è una differenza angolare di soli 1’11” verso est, pari a circa 1 chilometro: quasi nulla in pratica, considerando la distanza di oltre 50 chilometri – vedi l’immagine sottostante) e dunque in qualche modo da questa parte domina anche sulla città.

Infine, cosa risaputa da tutti ma mai scontata nel suo grande fascino geografico, la mole del San Primo spezza in due il bacino del Lago di Como (e millenni fa fendette il grande Ghiacciaio dell’Adda) in un modo così netto che nessun monte con rispettivo lago delle Alpi eguaglia.

Insomma, il San Primo è una “piccola” montagna che possiede innumerevoli specificità peculiari e tutti i crismi paesaggistici per poter essere considerata grande, il che ne accresce la bellezza, il fascino e la sua importanza culturale – nelle numerose accezioni del termine – per il territorio nel quale si eleva.

Ecco: osservandola così attentamente, domenica scorsa, per cercare di coglierne le doti il più possibile, una parte della mia mente non poteva tuttavia dimenticare che sul versante opposto, quello posto nel territorio di Bellagio, qualcuno osservi la montagna solo come una merce da mettere valore piazzandoci degli impianti sciistici a quote che non vedranno più la neve con un progetto che non è solo insensato nei termini appena esposti ma risulta pure svilente e degradante per la montagna e per tutto ciò che la rende così speciale, che la caratterizza, che la fa amare da tantissime persone. Basterebbe la più minima percezione della bellezza peculiare del San Primo, che ho appena cercato di evidenziare anche dal punto di vista geografico, per ritenere oggi assurdo qualsiasi progetto di infrastrutturazione turistico-commerciale dei suoi pendii: equivarrebbe a scarabocchiare rozzamente un capolavoro artistico di inestimabile pregio pensando, altrettanto rozzamente, che il danno sia minimo e trascurabile. Invece no, sarebbe uno sfregio palese, plateale, triviale, che farebbe violenza sul corpo della montagna e ancor più sulla sua bellezza e sull’immaginario conseguente. Un’eventualità inaccettabile, sotto ogni punto di vista.

L’alpestre e maestoso signore del Triangolo Lariano merita il rispetto che deriva dalla piena comprensione e consapevolezza della sua unicità, non il disprezzo di chi pretende di non riconoscerne la magnificenza ambientale e la naturale influenza sul paesaggio. Un paesaggio la cui presunta “valorizzazione”, se governata da menti e animi insensibili, diventa mero valore atto alla più bieca mercificazione: un cartellino con il prezzo per la vendita e per il tornaconto di chi si arroga il diritto di (s)vendere.

Una cosa inaccettabile, ribadisco, che il Monte San Primo e la sua bellezza così poliedrica e speciale non si meritano affatto.

Grazie a Enrico Camanni, su “la Stampa”

Ringrazio di cuore Enrico Camanni, figura il cui prestigio e autorevolezza non abbisognano di presentazioni, che oggi su “La Stampa” pubblica un bellissimo e umanissimo “commento” alla vicenda della speleologa Ottavia Piana, citandomi con un passaggio del post che al riguardo ho pubblicato sul blog e sui social ieri e donandomi il privilegio di poter essere stato utile a intessere considerazioni così condivisibili. Cliccate sull’immagine qui sopra per ingrandirla e leggere meglio.

La vicenda di Ottavia Piana, come sapete, ha avuto un lieto fine che tuttavia spero potrà essere ricordato come “lietissimo” se lo sdegno sollevatosi contro quella messe di odiatori che l’hanno insultata sui social non svanirà con l’interesse mediatico sulla vicenda ma diventerà deterrenza culturale autentica, concreta e costante – il che è pure un tema laterale a quello degli aspetti culturali della frequentazione contemporanea dell’ambiente naturale e della montagna nello specifico, basti pensare a cosa si legge sui social quando su monti accade qualcosa di spiacevole. Sinceramente non ho molta fiducia riguardo la formazione di tale deterrenza nel breve periodo ma nel lungo di più. Gli “haters” che strepitano la loro ignoranza nelle pubbliche piazze virtuali dei social media fanno sempre più rumore delle manifestazioni di intelligenza, ben più numerose ma per loro natura molto più pacate.

Voglio citare pure io un amico altrettanto prestigioso, Luca Calzolari, già direttore della stampa sociale del Club Alpino Italiano, che su “Planetmountain.com” ha espresso sulla vicenda in questione ulteriori riflessioni che, non casualmente, risultano pienamente armoniche con quelle di Camanni su “la Stampa”:

È così difficile mostrare empatia? O, se proprio non condividiamo le scelte di qualcuno, è così complicato restare in silenzio? Questa donna non merita tutta questa violenza verbale, così come non lo merita chi, con cognizione e competenza, sceglie l’avventura e resta vittima di un incidente. Merita rispetto, comprensione e, soprattutto, quella cosa che troppo spesso manca: umanità.

Personale augurio finale: a Ottavia Piana di ristabilirsi pienamente al più presto e, perché no, di tornare a esplorare grotte, e a quegli haters da divano di trovarsi altrettanto presto in pericolo nel mentre che facciano cose per puro divertimento necessitando di ricevere soccorso. Ecco.

[Immagine tratta dal web.]

La speleologa Ottavia Piana è salva, l’intelligenza di certe persone no

Ottavia Piana, la speleologa rimasta intrappolata nell’abisso “Bueno Fonteno”, in provincia di Bergamo, è finalmente stata tratta in salvo con un’operazione del CNSAS tanto efficiente quanto commovente. Ora è in ospedale, sarà curata, mi auguro che possa riprendersi completamente al più presto così da mettere definitivamente la (lieta) parola “fine” a questa vicenda che poteva rivelarsi ben più tragica. Fortunatamente, anche grazie al lavoro dei soccorritori, la tragedia è svanita lasciando spazio al sollievo e alla gioia.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Ma un’altra tragedia legata alla vicenda di Ottavia Piana resterà invece indelebile: quella fissata sui social dai tanti, troppo utenti che si sono prodigati in un linciaggio mediatico sconcertante per il quale il commento più “gentile” era «fatele pagare i soccorsi» – ne scrive al riguardo “Il Dolomiti” qui. I soliti “haters” da salotto che insultano per il solo gusto di farlo senza sapere nulla di ciò che stanno commentando, certamente. Ma è altrettanto certo che non ci si possa fermare solo a questa ovvia constatazione risolvendo in tal modo la questione.

Innanzi tutto perché lo stesso comportamento ignorante, nel principio che lo anima, è lo stesso che purtroppo devo constatare non di rado nella frequentazione turistica delle montagne (ambito al quale la speleologia afferisce: non a caso a intervenire in caso di incidente è proprio il Soccorso Alpino, che è anche Speleologico), ove a essere sottoposta a linciaggio è la loro cultura e le valenze che ne fanno luoghi di pregio e patrimoni di inestimabile importanza. E chissà che alcuni di quegli haters che hanno insultato Piana non vadano in montagna per mero divertimento e magari frequentandola con lo stesso atteggiamento ignorante non si facciano male sicché nel caso qualcuno non gli si pari davanti dicendo loro «ora pagateli tu i soccorsi!»

In secondo luogo, leggendo di tutte quelle manifestazioni di rozza ignoranza, non posso non pensare al recente rapporto sulle competenze cognitive degli adulti italiani elaborato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP), su incarico Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel quale si rileva che gli italiani sono in fondo alle classifiche mondiali (e molto sotto le medie OCSE) in tutti i campi oggetto di indagine: le capacità di lettura e comprensione di testi scritti (dominio cognitivo della literacy), le capacità di comprensione e utilizzo di informazioni matematiche e numeriche (dominio cognitivo della numeracy) e le capacità di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile (dominio cognitivo del adaptive problem solving). Al punto che Natale Forlani, il Presidente dell’INAPP, ha affermato che «È evidente la stretta relazione tra competenze cognitive e sviluppo del Paese»: sviluppo che non è ovviamente solo economico ma è anche, e per molti versi soprattutto, sociale, civico e culturale, ovvero di quegli ambiti che fanno il paese e la sua società civile ben prima che i risultati economici, i quali semmai ne rappresentano una conseguenza.

In presenza di una tale situazione scientificamente sancita, forse da un lato si può essere meno sorpresi di quella messe di commenti tanto ignobili (che sono la manifestazione di una minoranza, sia chiaro, ma non per questo da sottovalutare ignorandola) tuttavia dall’altro si deve restare ancor più sconcertati dal rilevare, grazie al rapporto dell’INAPP perché così facilmente si presentino. E un paese che vuole ritenersi civile e avanzato ma soffre di questi ampi deficit analfabetico-funzionali deve necessariamente e rapidamente attivare una generale rialfabetizzazione* culturale, civica, democratica e soprattutto umana. La classe politica non credo sia in grado di elaborare e attivare tale dinamica (anzi, il contrario): deve farlo la società civile ovvero dobbiamo farlo tutti quanti dimostrando di essere veramente una “società civile”. Possibilmente fuori dai social, nella realtà quotidiana, nel mondo e nel tempo che viviamo e condividiamo, nel qui-&-ora. Cioè dove si vive veramente coltivando la civiltà e dove invece quelle persone così odiose e ignoranti svaniscono come polvere al vento dell’intelligenza.

*: alcuni ritengono il termine “rialfabetizzazione” troppo aspro, persino violento, e non hanno tutti i torti. Di contro, in certi casi diventa il più comprensibile e inevitabile da utilizzare, nella sua accezione più scolastica e didattica, in antitesi all’analfabetismo funzionale copra citato.