Lorenzo Pavolini e la scomparsa del Calderone

[Lorenzo Pavolini al Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco. Foto di ©Michele Comi.]

Mi son rimaste impresse le parole di Giovanni Prandi, del Servizio Glaciologico Lombardo, che si occupa di quelli che fino a ieri erano i fratelli maggiori del Calderone sul Gran Sasso d’Italia, il più meridionale e anche il più piccolo dei ghiacciai d’Europa. Diceva di salire al Fellaria, al Forni, all’Adamello come per andare a trovare un famigliare, cioè qualcuno con cui hai un rapporto ineliminabile, che assume la massima ampiezza tra formalità e sostanza degli affetti. Qualche settimana prima la notizia ormai definitiva che il Calderone non è più un ghiacciaio, ma un glacionevato, aveva mosso dentro di me l’esigenza di andare a trovarlo, come si va da un fratello per capire meglio come sta, che al telefono non basta.
A me glacionevato fa pensare a un nuovo prodotto da gelateria, di quelli che stanno nel frigo con il vetro trasparente appannato, tra zuccotti semifreddi e ghiaccioli artigianali. Da tenere aperto meno possibile! Altro che eroici ricordi di quadri della natura trascorsi, di quando mio padre mi convinceva a salirci con gli sci in spalla sul Calderone, in una estate freschissima di quarantacinque anni fa, anno baricentro della storia contemporanea italiana, il 1978 […]

Mi ha fatto molto piacere conoscere di persona – e passare con lui una bella giornata alpestre, tale anche proprio per la sua mirabile presenza – Lorenzo Pavolini, scrittore, regista e autore radiofonico, vicedirettore della rivista “Nuovi argomenti”, “socio” dell’amico Davide Sapienza nella creazione dei podcast Nelle tracce del lupo e Ghiaccio sottile per Rai Play Sound, gran viaggiatore, appassionato di montagne (ma pure di mare e di vela) nonché – last but not least – autore de La scomparsa del Calderone, il racconto pubblicato lo scorso agosto su “Il Post” del quale avete letto lì sopra l’incipit. Un testo che Lorenzo ha dedicato al ghiacciaio più meridionale d’Europa, quello del Calderone appunto, annidato tra le pareti sommitali del Gran Sasso – “la” montagna per i romani come lui e per chi vive sull’Appennino, non solo in quanto la più elevata della catena. Anzi: ex ghiacciaio, purtroppo, per come sia stato definitivamente declassato a glacionevato, termine che identifica una formazione nevosa perenne che non possiede il movimento verso valle e la vitalità tipica del ghiacciaio vero e proprio. Declassamento che, nel caso del Calderone, rappresenta una sorta di attestazione della prossima estinzione e sancisce che sull’intera catena appenninica non esistono più ghiacciai: non che il Calderone fosse chissà quale apparato glaciale, visto che già da lustri risultava in costante contrazione, eppure era un “pezzo” fondamentale di Gran Sasso e della memoria di chiunque sia salito lassù, identitario e referenziale per la montagna e l’intera zona circostante,  – lo spiega bene Lorenzo nel suo testo.

Il Gran Sasso resta lì, ci si può ancora salire in vetta e da lassù godersi il panorama, guardare verso Ovest che se si è fortunati si vede Roma – come scrive Pavolini chiudendo il proprio scritto. Eppure, nel bene e nel male, la montagna non sarà più come prima: chi nasce oggi e tra venti o trent’anni salirà in vetta nemmeno si renderà conto di passare sul luogo dove un tempo c’era un ghiacciaio – un ghiacciaio a poca distanza da Roma! – e forse non saprà neanche della sua esistenza ormai svanita. Avrà ancora senso quella strofa citata da Lorenzo di un canto popolare che dice «So’ sajitu aju Gran Sassu, so’ remastu ammutulitu… me parea che passu passu se sajesse a j’infinitu!»? Dobbiamo augurarcelo: tutto si trasforma nel tempo, in fondo anche le montagne più ciclopiche e apparentemente immutabili e parimenti anche noi che le saliamo, muta il paesaggio esteriore, muta quello interiore e viceversa. Ma dobbiamo augurarci pure che la nostra relazione armoniosa con le montagne e l’ambiente naturale non muti affatto. In fondo è il modo grazie al quale il Calderone potrà restare sempre presente, sulla sua montagna, anche quando tra cent’anni nemmeno un frammento di ghiaccio avrà resistito alle condizioni ambientali, lassù. E Lorenzo durante quella bella giornata in quota passata insieme me il valore imprescindibile di quella relazione con le montagne me l’ha dimostrata nel modo migliore e più illuminante possibile.

[Veduta aerea della parte sommitale del Gran Sasso, con la conca glaciale del Calderone. Foto di qualche anno fa, trovata sul web.]

Per salvare le montagne, bisogna rifare i montanari

Attorno al 1950, si riaffacciò il turismo, che da noi aveva avuto inizio al principio del secolo. Nacquero i primi impianti di risalita. Gli ex campioni divennero maestri di sci, i contadini con i cavalli e le slitte addobbate a festa trasportavano i turisti dalla stazione agli alberghi, ai campi di sci. […] Le botteghe del fabbro, del maniscalco, del sarto diventarono boutique; le osterie bar; le trattorie tavole calde; i negozi di alimentari gastronomie; gli erbivendoli “frutteria esotica”; si aprirono supermercati e negozi sportivi, discoteche, gallerie d’arte. Ma insieme venne la speculazione edilizia delle seconde case e dei condomini: sembrava che un fiume di denaro risalisse verso la montagna per portare ricchezza a tutti. Ma chi consigliava prudenza o presentava pericoli veniva irriso. […]
Bisogna rifare i montanari. Le Alpi saranno una risposta a una sfida: sfida della natura e del mondo moderno. Nei secoli passati la gente trovò nelle montagne un luogo per continuare a vivere e lavorare in pace; avvicinandoci al 2000 ancora sulle montagne l’uomo troverà rifugio per superare un sistema che disumanizza e che lascia poco spazio a quelle che sono le vere ragioni dell’esistenza: l’amore, la socialità, il lavoro ben fatto. La montagna è diventata una terra da conquistare per vivere meglio.

Mario Rigoni Stern, che non abbisogna di presentazioni né come autore letterario e uomo di cultura né come uomo di montagna, del suo Altopiano ma non solo, pronunciava le parole che avete letto durante il proprio intervento quale ospite di un convegno internazionale sui problemi delle terre alte al Teatro Toselli di Cuneo nel gennaio 1989 (lo ricorda “La Stampa” qui). Parole di quasi trentacinque anni fa che risultano assolutamente consone anche al nostro presente, anzi, se possibile ancor di più visto come la montagna resti tutt’oggi una terra da conquistare da parte di chi vorrebbe ancora imporle quei modelli novecenteschi di sviluppo consumistico i cui danni tremendi già decenni fa risultavano evidenti – da questa presa d’atto nasce anche la denuncia di Rigoni Stern – ma che invece molti, troppi amministratori pubblici con competenza politica sui territori montani non sanno e non vogliono vedere. Insieme a questi, purtroppo vi sono parecchi montanari che ancora accettano di sottomettersi a logiche economico-politiche totalmente fallimentari e di svendere le proprie montagne all’assalto della turistificazione più becera, che alimenta in un circolo vizioso quel sistema di sperpero di denaro pubblico a fini elettorali con il quale si installano ponti tibetani, panchine giganti, ciclovie che distruggono antiche mulattiere, strade e parcheggi in quota, impianti di innevamento artificiale che consumano le risorse idriche naturali e altre infrastrutture similmente orribili e pericolose per il bene e il futuro delle montagne.

«Bisogna rifare i montanari», aveva ben ragione Rigoni Stern, lui autentico e compiuto montanaro come pochi altri, a lanciare quel suo appello: bisogna rifare i montanari prima che certa politica “rifaccia” le montagna a imitazione delle città più degradate e soltanto per renderle funzionali alle loro mire di potere, prima che le banalizzi, le degradi e le consumi pur di venderle al turismo di massa, totalmente indifferente al loro futuro e a quello delle comunità che le abitano.

[Una suggestiva veduta notturna dell’Altopiano dei Sette Comuni. Foto di Hime Sara, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia quell’appello, come anche ricorda l’articolo de “La Stampa” sopra linkato, non è caduto nel vuoto: sempre più persone, montanare e non, si stanno rendendo conto della pericolosità di quanto sta avvenendo sulle montagne e non accetta più di subirne le conseguenze: nel Vallone delle Cime Bianche, al Lago Bianco del Passo di Gavia, sul Monte San Primo, al Passo della Croce Arcana sull’Appennino modenese oppure nei siti olimpici ove si vorrebbero realizzare lavori tanto costosi quanto impattanti e inutili – la pista di bob di Cortina è l’esempio massimo al riguardo… e sono solo alcuni dei casi citabili in merito alla crescente presa di coscienza collettiva riconducibile all’appello di Rigoni Stern. Solo la politica non vuole rispondere, rimanendo cieca e sorda alla realtà dei fatti e al sentore comune, insensibile al buon futuro delle montagne e alla salvaguardia della loro bellezza. Perché?

Le solite previsioni del tempo “ad mentula canis”

Come forse chi segue con regolarità questo blog sa, nutro un particolare disdegno per molti dei servizi meteorologici che inondano il web e i media nazionalpopolari delle loro previsioni e lo rimarco da anni: innanzi tutto perché l’affidabilità dei bollettini che diffondo è – ribadisco – pari a quella delle «creme scioglipancia» che Wanna Marchi vendeva in TV qualche anno fa (e che le hanno regalato qualche anno di reclusione per truffe varie e assortite), e in secondo luogo perché tali meteorologi del cavolo finiscono per screditare quella che è una scienza tanto rigorosa quanto affascinante, la meteorologia, nonché fondamentale per la nostra vita su questo pianeta, la quale meriterebbe ben altra attenzione e cura.

Fatto sta che questa mattina mi cade l’occhio su uno di quei bollettini meteoastrologici (per come paiono oroscopi più che altro) e noto la temperatura in esso prevista per Bolzano domenica: 36°. Caspita, dico, come nel bel mezzo dell’estate più canicolare nonostante siamo a settembre inoltrato! Poi mi sorge la curiosità: vediamo cosa prevedono al riguardo altri diffusi servizi meteorologici, presi tra i primi che i motori di ricerca segnalano sul web… ecco che ne ho ricavato:

Come vedete, ben sette gradi di differenza tra la previsione più bassa e quella più alta nella stessa località, dunque a parità di condizioni prevedibili e di variabili considerabili. Una diversità impossibile: si può pensare di considerare due o tre gradi di scarto, forse quattro, sette no. C’è qualcuno che usa software previsionali o strumentazioni trovate come regalo nelle merendine, evidentemente, oppure che non le sa utilizzare come dovrebbe, spacciandosi “meteorologo” in pubblico senza alcun buon motivo, ecco.

Capite ora perché manifesto così tanta disistima verso questi meteorologi nazionalpopolari e perché consiglio tutti di disinteressarsi delle loro previsioni farlocche e piuttosto di abituarsi a cogliere e vivere tutta la bellezza e il fascino dell’ambiente naturale (soprattutto, ma non solo) in ogni condizione meteorologica? Ovviamente ciò al netto dei fenomeni più estremi, i quali comunque dovremmo essere in grado di riconoscere e affrontare (o fuggire), visto che saranno sempre più frequenti: non occorre chissà quale conoscenza scientifica, basta qualche nozione elementare e un sano buon senso.

«Ma si chiamano “previsioni” non a caso!» forse obietterà qualcuno. Certo, è vero tanto quanto è ovvio e scientificamente ammissibile, ma ciò non ne giustifica l’inattendibilità, la pessima accuratezza e tanto meno il diritto di pontificare sui media e far dipendere da ciò le fortune o le sfortune economiche, turistiche, commerciali o anche solo ludico-ricreative di tanti che, ingenuamente, fanno affidamento alle previsioni come a dei testi sacri. Non a caso sempre più di frequente su quei media appaiono pure le proteste di albergatori, operatori turistici e variamente economici danneggiati dagli errori previsionali dei bollettini diffusi.

Ai meteorologi, invece, consiglio di formulare i loro roboanti bollettini tirando a indovinare le previsioni del tempo: così facendo, la percentuale di correttezza ottenuta sarà ben più alta di quella attuale – e pure la stima nei loro confronti forse potrà crescere. Già.

P.S.: ovviamente la mia attenzione si è puntata su Bolzano per puro caso, il discorso è valido per qualsiasi altro luogo.

Ben ritrovati!

Buongiorno a tutti, e ben ritrovati! Mi auguro che abbiate passato un agosto, vacanziero o meno, rilassante e quanto più rigenerante possibile. Io, al solito, in questo periodo mi autoimpongo una clausura dal web piuttosto rigida dacché la trovo necessaria per continuare a frequentare la rete in maniera positiva e salutare: lo stesso motivo per cui amo la pioggia così da poter apprezzare di più le giornate di Sole, insomma. Al netto del riscaldamento globale, ovviamente.

Comunque rieccoci qui, personalmente ben felice di riprendere a chiacchierare con chiunque (o quasi) lo vorrà, su queste pagine oppure sui social!

[Nella foto, uno scorcio dei luoghi nei quali, per qualche giorno, ho portato con me lo stretto necessario e il meno possibile di ordinario.]

Trova le differenze: Chiesa in Valmalenco

P.S. (Pre Scriptum): questa serie di post vi offre immagini comparative di località montane che ne mostrano l’aspetto prima dello sviluppo turistico e come appare oggi. Le immagini sono prese da punti leggermente differenti ma offrono un panorama e una prospettiva facilmente assimilabile l’una con l’altra. Attenzione: non c’è alcun sottofondo critico o polemico alla base, ognuno è libero di pensare che fosse meglio prima o adesso e viceversa e in ogni caso il passato è passato, ormai. Semmai, l’intento delle immagini è mostrare la trasformazione dei territori e dei paesaggi montani a seguito dell’evolversi della loro antropizzazione, nel bene e nel male, per meditarci sopra in ottica presente e futura. Ognuno, ribadisco, può trarne le considerazioni che ritiene più opportune.

Nelle immagini che potete vedere qui sotto (cliccateci sopra per ingrandirle) c’è Chiesa in Valmalenco, capoluogo dell’omonima vallata laterale della Valtellina (provincia di Sondrio) che si incunea tra i monti del Disgrazia, il Gruppo del Bernina e quello del Pizzo Scalino.

In alto, il paese nel 1907, agli albori della frequentazione turistica del suo territorio; in mezzo, nel 1961, periodo nel quale iniziò l’attività del comprensorio sciistico; sotto, una veduta di Chiesa nel 2014. Sulle tre immagini le frecce colorate indicano la posizione georeferenziale di: quella gialla la vecchia chiesa parrocchiale dei SS. Giacomo e Filippo, quella verde la nuova parrocchiale (Santuario della Madonna degli Alpini) e quella arancione la frazione di Primolo. Come al solito, per ingrandire le immagini cliccateci sopra.