«Piutost che nient l’è mej piutost» anche in bassa Valtellina (?)

[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]
Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».

Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.

[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco o nulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine  per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.

Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.

No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.

Un compromesso logico, per lo sci del futuro

[Impianti di risalita al Passo del Tonale. Immagine tratta da www.skiresort.info.]
Si richiama di frequente la necessità di trovare un compromesso per la gestione dello sci su pista da qui ai prossimi anni, visto il divenire della sua realtà soggetta alle conseguenze della crisi climatica, delle dinamiche socio-economiche, delle abitudini turistiche diffuse e delle altre variabili riscontrabili al riguardo.

Bene, ecco qui alcuni punti che potrebbero strutturare un tale compromesso [1]:

  1. Mantenimento allo stato dell’arte dei comprensori posti oltre i 2000 metri di quota, previe garanzie massime e accertabili di sostenibilità ambientale attiva e passiva.
  2. Progressiva dismissione dei comprensori posti sotto i 2000 metri di quota con sviluppo di specifici progetti di frequentazione turistica sostenibile e di sostegno alle economie circolari locali non turistiche.
  3. Nessun nuovo impianto di risalita al di fuori delle aree sciistiche attive.
  4. Utilizzo calmierato della neve artificiale, nei comprensori attivi, con chiare garanzie di salvaguardia delle risorse idriche locali e nessuna deroga.
  5. Regolamentazione organica dei flussi turistici al fine di prevenire e evitare fenomeni di iperturismo che ledano il benessere abitativo delle comunità locali.
  6. Partecipazione attiva delle comunità locali nelle dinamiche decisionali afferenti alla gestione dei territori sui quali insistono le attività turistiche.

Ecco. Ce ne potrebbero essere molti altri di questi punti e di sicuro ce ne saranno ulteriori che si dovranno elaborare in forza dell’evoluzione della realtà montana: ognuno potrà elaborarli in base alle proprie esperienze e punti di vista ma con l’intento ben chiaro di alimentare l’ormai necessario dibattito sul tema.

[1] Naturalmente si potrebbe anche sostenere che di “compromessi” non ce ne sia affatto bisogno o che non sia lecito e logico formularne, visto il divenire della situazione e gli effetti che si manifesteranno a breve sulle montagne. Ma è un’ipotesi che abbisogna di altre considerazioni che semmai farò più avanti.

Il sostegno regionale all’agricoltura di montagna lombarda: benino ma non benissimo

[Mucche di razza bruna alpina al pascolo nella Valle dei Forni sopra Santa Caterina Valfurva. Foto tratta da www.pedranzini.com.]
Qualche settimana fa la Regione Lombardia ha stanziato oltre 17,7 milioni di Euro a sostegno di 4500 aziende agricole delle aree montane lombarde, grazie al decreto 15540 del 31 ottobre 2025 per il sostegno alla zone con svantaggi naturali di montagna. In questo modo, secondo la Regione, si premiano «l’impegno e la tenacia di chi vive la montagna mantenendo così attivo il territorio. Uomini e donne che ogni giorno custodiscono il paesaggio, assicurano presidio ambientale e tramandano le nostre tradizioni rurali. La montagna non chiede assistenza, ma strumenti per restare competitiva e attrattiva: questo bando rappresenta un segnale concreto di attenzione e di fiducia verso chi sceglie di continuare a lavorare in quota, nonostante le difficoltà.»

Ottima iniziativa, verrebbe da pensare, e in effetti lo è. Tuttavia, un rapido calcolo denota che la somma stanziata equivale a poco più di 3900 Euro ad aziendaqui trovate l’esatta ripartizione per ogni provincia lombarda; peraltro nello stanziamento vi sono incluse anche quelle di pura pianura, quindi la somma pro capite destinata effettivamente alle aziende montane è anche minore. Si tratta di un aiuto importante, senza dubbio, tuttavia importi del genere non possono certamente sostenere granché a chi lavora in montagna cercando di mantenerla «competitiva e attrattiva»: ci vorrebbe di più, molto di più e non solo a livello di finanze ma pure di sostegno politico concreto e di strategia di sviluppo articolata, organica e di lungo periodo, non legata a iniziative del momento certamente lodevoli ma pure assai propagandistiche (motivo per il quale in queste circostanze vengono sempre decantate le somme totali e non quelle singole destinate ai fruitori: decantare 3900 Euro ad azienda non dà l’idea di un grande aiuto, per l’appunto!)

[Campi di grano saraceno nei pressi di Teglio. Foto tratta da www.cibotoday.it.]
D’altro canto, di nuovo, leggendo notizie del genere non si può non pensare agli stanziamenti molto più cospicui che la stessa Regione Lombardia dedica al turismo sciistico attivo negli stessi territori montani dove spesso lavorano le suddette aziende agricole, e raffrontare le cifre in gioco e ancor più le proporzioni: quanto dedicato dalla Lombardia a tutte le aziende agricole montane equivale al costo di un singolo impianto di risalita di buona portata, come quelli alla cui realizzazione la Regione Lombardia partecipa munificamente. Impianti che invece servono ben poco a «custodire il paesaggio, assicurare presidio ambientale e tramandare le nostre tradizioni rurali», per riprendere la citazione regionale. Quindi perché la Lombardia, la cui dirigenza politica dovrebbe essere alquanto sensibile agli aspetti appena citati, finanzia più questi impianti di risalita che i propri agricoltori montani?

[Allevatori di capre di razza orobica a Valgoglio, in Valle Seriana. Foto tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ancora una volta, insomma, siamo di fronte ad un’iniziativa istituzionale basata sul principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto; l’ho già affermato in merito alla recente “Legge sulla Montagna”. Una condizione di evidente “assistenza”, altroché, ben più che di supporto alla competitività e all’attrattività, che in pratica rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, lasciando alle loro economie peculiari solo le briciole degli stanziamenti finanziari e dell’attenzione politica al fine di preservare lo spazio d’azione per altre economie, evidentemente ben più gradite alla politica e più funzionali ai propri scopi ma molto meno consone e utili alla costruzione del miglior futuro possibile per i territori montani e per le loro comunità.

Finché si continuerà ad agire per le montagne con queste modalità, temo che il loro futuro e delle comunità che le abitano resterà parecchio fosco con ben poche possibilità di rischiararsi, anzi. Ma evidentemente, vista la realtà delle cose invece piuttosto chiara e inequivocabile, è la sorte che i decisori politici non sanno evitare per i nostri territori montani. Non si può che temere questo, oggettivamente.

Stipendi che calano, skipass che aumentano e lo sci in un cul-de-sac

[Foto di Helena Volpi da Pixabay.]
A chi si occupa come me di montagna, dunque anche della sua frequentazione turistica in questi tempi difficili, viene inevitabile mettere a confronto le notizie che raccontano di come i redditi medi italiani (con il relativo potere d’acquisto) siano gli unici in Europa, insieme a quelli della Grecia, a essere diminuiti negli ultimi vent’anni (del 3,9%), e quelle che rimarcano i continui aumenti dei prezzi delle vacanze in montagna: ad esempio – visto che è appena cominciata la nuova stagione sciistica – quelli degli skipass, che per l’inverno 2025/2026 rincarano in media del 4/6% e che in soli quattro anni sono aumentati mediamente del 38% (!).

In effetti, lo sci contemporaneo appare per molti versi paradossale dal punto di vista economico anche più che da quello climatico. Ad oggi l’industria sciistica resta gioco forza un’economia irrinunciabile per molti territori montani, la cui gestione sempre più onerosa (anche in forza degli effetti della crisi climatica, ma non solo per quelli) costringe i responsabili dei comprensori sciistici ad aumentare continuamente i prezzi, a prescindere dalle mire di certe località di diventare mete di lusso – anche se ciò diventa un impulso e una giustificazione ulteriori per quegli aumenti.

[Infografica tratta da “Il Post.]
Tuttavia, come palesato dalle notizie sopra citate, la platea ad oggi ancora fondamentale per le stazioni sciistiche italiane, cioè quella del turismo nazionale, si sta sempre più restringendo in quantità di utenti e qualità della vacanza, il che costringe le stazioni ad attirare il turismo estero, per certi versi più redditizio ma per altri meno fidelizzabile e garantito, essendo più legato all’andamento del mercato turistico e ai relativi trend stagionali.

[Qui “Il Sole-24Ore” riassume gli aumenti in alcune delle principali stazioni sciistiche italiane per la stagione 2025/2026.]
Per restare attrattive e fronteggiare la concorrenza del mercato le stazioni devono costantemente investire in nuovi impianti, infrastrutture e servizi, accollandosi ulteriori costi che inevitabilmente, pur con le frequenti e discutibili iniezioni di soldi pubblici che la politica italiana riserva all’industria dello sci, finiscono per alimentare ulteriori aumenti dei prezzi al pubblico, con il risultato che la forbice tra accessibilità economica dell’attività sciistica e più in generale della vacanza invernale in montagna e sostenibilità per un pubblico sempre più ampio si allarga continuamente, ben oltre i limiti che molti utenti possono ritenere accettabili per le proprie finanze ordinarie. Nel frattempo, come accennato, il pubblico straniero oggi c’è e domani non si sa, magari diretto verso altre mete che intanto hanno accresciuto la propria attrattività turistica, sicché i corposi e costosi investimenti compiuti dalle stazioni rischiano di non essere finanziariamente ammortizzati, con conseguenti dissesti nei bilanci e ulteriori debiti da coprire. Come? Con altri aumenti dei prezzi, inevitabilmente.

Un gran “bel” cul-de-sac, insomma, nel quale le stazioni sciistiche si stanno infilando sempre più a fondo, consapevoli dei rischi crescenti per la propria sopravvivenza già a breve termine ma d’altro canto non sapendo che fare di diverso – o, meglio, non avendo la volontà e la capacità di farlo.

[Prestigiosi hotel di lusso in certe località e brutti condomini di seconde case vuote in altre: le due facce della medaglia turistica alpina.]
Per questo sostengo che la fine dello sci, in molte stazioni che ancora oggi resistono con i propri comprensori, ancor più che dalla (ovvero in correlazione con la) crisi climatica potrebbe essere cagionata dalla sostanziale, inesorabile insostenibilità economica e dalla conseguente implosione del settore ormai divenuto una bolla, salvo pochi casi tra i comprensori più strutturati e meno soggetti tanto al degrado del clima quanto alle variabili del mercato.

Una cosa è comunque certa: sulle nostre montagne lo sci, in gran parte, ha ormai il destino segnato, e lo affermo senza alcun sarcasmo ma con molto dispiacere.

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.