Aaaah, che bella la montagna, la sua natura incontaminata, le vette, i boschi, i prati, i sentieri da percorrere per immergersi nel suo ambiente intatto, il benessere che sa donare lontano dalle città, bla bla bla bla…
[Foto inserita da me nell’articolo dell’Agi di Jas Min su Unsplash. Cliccateci sopra per leggerlo.]Sì, certo. Come no!
Piuttosto, evidentemente quelle che contribuiscono a creare queste montagne di rifiuti sono persone che in realtà rifiutano la montagna, non la amano come magari sostengono ma la disprezzano, dunque sarebbe forse il caso di rifiutare loro la montagna. Cioè di allontanarle da essa e dai suoi territori: se queste persone non riescono nemmeno a compiere il pur elementare sforzo di capire quanto la bellezza delle montagne sia delicata e dunque da preservare a partire dai piccoli gesti individuali – gesti peraltro di educazione e civiltà basilari, mica roba da supereroi – è bene che sulle montagne non ci salgano, ecco. Non la meritano costoro, la bellezza delle montagne, e queste non meritano di essere trattate così male da tali individui. Facciamocene tutti quanti una ragione – loro, soprattutto – e amen.
Sarebbe importante partire dall’idea che il territorio, nella sua complessità, non è qualcosa da mettere a reddito, ma è ciò che siamo e che esprimiamo. Secondo questo approccio esso non può essere l’oggetto di un’“offerta turistica”, ma è un insieme di luoghi abitati, amati, di cui sta a cuore anzitutto la vivibilità e di cui si cura ogni parte e ogni aspetto – non solo il centro o le vie principali. […] Posti che rispecchiano un senso di cura così intesa non sono luna park né depositi di un glorioso passato da sfruttare al massimo, ma vitali generatori di cultura, sedi di un patrimonio diffuso, in cui si vive una compresenza di passato e di presente, e anche un’aspettativa di futuro; luoghi da presentare con orgoglio nella convinzione che ogni angolo, “iconico” o meno, abbia dignità e significato, e valga la pena e il tempo di essere conosciuto. Questo è a maggior ragione importante se si pensa che l’Italia è un paese che nei piccoli centri vede la propria caratteristica e nel passato l’archivio di senso da cui trarre la capacità di avanzare confrontandosi con il mondo globale: una specificità da valorizzare.
Credo che guardare al di là dell’idea di turismo e riattivare una tale percezione del territorio potrebbe non solo stimolare un maggiore rispetto da parte di chi arriva, ma anche contribuire a un modello di ospitalità meno fragile, capace di attirare flussi meno concentrati nel tempo, più diffusi sul territorio e più gestibili, diversi – meno avvilenti – sotto il profilo delle aspettative, delle richieste e degli atteggiamenti.
A proposito di quanto ho scritto ieri su Milano Marittima e la sua “neve artificiale” (e di ciò che scriverò prossimamente su un’altra celeberrima località, questa volta montana, pesantemente turistificata), anche il mondo dell’arte contemporanea, che pure è basato per certa parte su un’idea commerciale del patrimonio collettivo di bellezza e di ciò che la rappresenta – arte appunto ma pure monumenti, luoghi, territori, paesaggi – e che qui è rappresentato da una delle sue figure più importanti – Scardi è scrittrice, docente e curatrice di grande esperienza e prestigioso curriculum – si rende ormai conto che il modello del “luna park” così spesso imposto a quelle rilevanze culturali che detengono valenze turistiche – come le nostre montagne ma non solo quelle, appunto – è quanto più di deleterio e distruttivo vi sia. Non solo per i luoghi che ne vengono sottoposti ma per l’intera coscienza culturale collettiva, che viene indotta e abituata alla banalizzazione della cultura e al suo consumo per meri fini ludico-ricreativi, il che trasforma il turismo nel primo e più pericoloso strumento di degrado dei luoghi che frequenta e della loro cultura, come ormai da più parti si denuncia.
[Affollamento sulle Tre Cime di Lavaredo. Foto di WikiImages da Pixabay.]E nonostante tutto questo, ancora buona parte della politica, locale tanto quanto nazionale, non lo capisce, non lo vuole capire, pretende solo di perseguire i propri fini senza capacitarsi dei danni che ne derivano – oppure capacitandosene ma fregandosene bellamente, il che sarebbe eventualità ben peggiore e assai più esecrabile. Perché? Perché così poco buon senso, così scarsa competenza e visione? Perché così tanta prepotenza e ignoranza nei confronti dei territori e del nostro comune patrimonio di bellezza?
Ringrazio di cuore la redazione di “ValsassinaNews” che lo scorso 28 novembre ha ripreso le mie considerazioni sulla questione dell’entusiastico attivismo politico nella realizzazione di infrastrutture turistiche in montagna, ciclovie in primis ma non solo, a fronte della molto meno entusiastica attività di sostegno concreto alle comunità residenti nei territori montani messa in atto dalla stessa politica. Una questione assai emblematica – per la quale la Valsassina è a sua volta un territorio ben rappresentativo – riguardo il futuro delle nostre montagne e la visione strategica, o presunta tale, con la quale lo si vorrebbe costruire, o smantellare.
Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine qui sopra.
Il futuro di un paese non si gioca sulla velocità dei risultati per progettare gli spazi pubblici ma sul tempo da dedicare allo studio. È un percorso che ha bisogno di professionisti: archeologi, cartografi, Storici, archivisti, antropologi, speleologi, naturalisti, paleontologi, etnomusicologi, architetti, urbanisti, archeo-sismologi, botanici che lavorano in équipe per anni in centri ricerca, magari proprio nei palazzi in disuso.
Vorrei che esistessero i Borghi dell’Art. 9 [della Costituzione, n.d.L.] per mettere in pratica i valori costituzionali di equità, giustizia, accessibilità. La filantropia delle migliaia di volontari, i paesani, che presidiano, documentano e lottano per la tutela dei beni pubblici è la garanzia indiretta di un sistema virtuoso di conservazione e di recupero. Sviluppare un approccio consapevole verso questi contesti unici ci permetterebbe di usare un linguaggio inedito, perché i paesi possono essere dei luoghi di altissima cultura.
[Cliccate su questa immagine per leggere la mia “recensione” de I paesi invisibili.]In questo passaggio del suo bellissimo libro I paesi invisibili, Anna Rizzo mette in luce un’altra carenza del “sistema-paese” italiano nei confronti delle aree interne e rurali: l’incomprensione, più o meno voluta, del fatto che i piccoli paesi sono e possono diventare grandi produttori di cultura – e intendo dire cultura propria, non indotta. Non è solo la chiesetta antica, il nucleo medievale o il museo a fare cultura per essi: sia chiaro, sono elementi imprescindibili e ci sta che rappresentino la cultura in modo referenziale per il luogo –l’importante è che siano adeguatamente valorizzati senza essere dati in pasto al porno-turismo massificato, come è accaduto per moltissimi borghi – ma perché non si può considerare ciò che c’è intorno ad essi e dentro quell’intorno, ovvero la comunità residente nei suoi vari membri come un ulteriore e, appunto, più significativo strumento di produzione culturale? Perché non pensare ai piccoli paesi anche come luoghi di studio e spazi attrattivi per quelle figure citate da Anna, impegnate in un lavoro d’equipe a favore di loro stessi tanto quanto (e non di meno) del luogo, in correlazione alla comunità locale e alle sue iniziative volontarie di attenzione verso il proprio territorio che peraltro da ciò trarrebbero nuovo attivismo e maggior vitalità?
Anche questa potrebbe essere (il condizionale è solo formale, perché per me lo è sicuramente) un’altra buona via da percorrere per rigenerare le aree interne contrastandone i cronici fenomeni di impoverimento demografico, sociale, economico nonché, ovviamente, culturale; e una via molto più relazionata al contesto territoriale e alla comunità residente cioè ben più place based di certe altre a partire dai vari modelli turistici i quali, anche quando apparentemente virtuosi, a volte tendono (forse inevitabilmente, forse no) a ricalcare schemi legati alla customer experience, cioè all’assoggettamento del luogo alle proprie finalità più che ai bisogni e alle visioni degli abitanti.
Dice bene Anna: serve «un linguaggio inedito» al riguardo, dunque serve un pensiero differente da quello diffuso che lo possa elaborare e proferire. Una cosa apparentemente semplice, si potrebbe ritenere. E dunque perché non sappiamo praticarla?
[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]Penso che ormai l’abbiano capito pure i camosci più tonti che l’elettrocicloturismo montano – o emtb – è il nuovo mantra turistico-commerciale delle amministrazioni dei territori di montagna le quali, sostenute dagli enti locali superiori, spendono e spandono soldi pubblici a gogò in progetti i cui tracciati ormai si possono trovare pure negli angoli più sperduti – sovente ancora incontaminati, purtroppo – di qualsiasi valle alpina. L’immagine lì sotto fa riferimento a progetti finanziati sulle montagne della mia zona, ma è inutile rimarcare che di simili iniziative, con i relativi stanziamenti di denaro pubblico, ve ne sono in corso ovunque, appunto, e i quotidiani più o meno locali ne riferiscono quotidianamente. Siccome lo sci sta diventando sempre più irrazionale, e nemmeno le amministrazioni locali riescono ormai a negarlo, evidentemente si è trovato il modo di “far girare comunque l’economia” (virgolette inevitabili) con qualcosa che nella forma sembra una novità – venduta come sostenibile in un modo estremamente superficiale – ma nella sostanza ricalca ne più ne meno i principi che governano (o governavano) la monocultura sciistica, sovente conseguendo risultati a dir poco fallimentari, appunto.
Detto ciò, non posso che augurarmi – e augurare alle montagne coinvolte – che i progetti proposti siano basati sul buon senso e sulla più consona sostenibilità, sensibilità, cura e responsabilità versi i territori che li ospiteranno e le comunità che tali montagne abitano. Tuttavia faccio veramente fatica a non chiedermi – e chiedere a chi di dovere: perché non si riscontra un similare entusiasmo politico, amministrativo e finanziario verso progetti che sostengano direttamente la quotidianità delle genti che abitano la montagna? Ci sono così tanti soldi per le ciclovie e il turismo in generale e non ci sono per i servizi di base, la sanità territoriale, i trasporti pubblici, le scuole, la cultura, la manutenzione stradale e dei manufatti pubblici, i supporti necessari allo sviluppo dell’imprenditoria delle economie circolari locali… possibile?
Giusto qualche giorno fa, durante il notiziario di “Bergamo TV”, sentivo che ci sono nell’aria nuovi tagli ai trasporti pubblici, i cui effetti andrebbero inevitabilmente a gravare soprattutto sugli abitanti delle zone montane. Dunque i cicloturisti li facciamo arrivare su comode strade fin sulle cime più ardite mentre i bus del trasporto pubblico li eliminiamo dai paesi a valle di quelle cime? E se poi piove? I cicloturisti non fruiscono le tanto generosamente finanziate ciclovie mentre gli studenti, i lavoratori o gli anziani privi di patente o auto dei bus pubblici ne hanno bisogno anche se piove. Quindi? Va comunque bene così?
[Una delle contestate ciclovie in realizzazione in Val Gerola, provincia di Sondrio. Per saperne di più potete leggere qui.]
Ribadisco: al netto della qualità delle opere progettate e finanziate – comunque da verificare, considerando certi scempi in realizzazione – non mi sembra una realtà del tutto logica e virtuosa, soprattutto dal punto di vista politico e riguardo lo sviluppo autentico, non quello a parole, delle comunità residenti in montagna. Chissà, forse si sta puntando a degradare e spopolare le montagne ancor più velocemente di quanto già non accada, per trasformarle completamente e definitivamente in uno spazio turistico-commerciale da sfruttare e consumare fino all’ultimo e senza più nessuno che possa protestare. Chissà.