Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

Nel frattempo, in Alta Valtellina…

Ah, gente proprio fortunata quella dell’alta Valtellina!
Clima impazzito o no, grazie alle Olimpiadi loro la neve per sciare sulle piste ce l’avranno «sicura».

Be’, certo, sempre che non soffrano di qualche malanno fisico

O forse che i moderni cannoni sparaneve posseggano anche qualità sanitarie e terapeutiche? 🤔

I vulcani che noi siamo

[Foto di Ralf Vetterle da Pixabay.]

Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Il Sapiens in crisi

Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.

Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).

Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.

Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.

Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.

P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.

Un investimento in felicità

Montagne.
Colori.
Quiete.
Armonia.
L’acqua, unico suono.
Luci e ombre che si rincorrono.
L’aria che avviluppa delicatamente.
Le nubi che disegnano il cielo.
Il paesaggio si fa nuovamente certezza, dona rinnovata fiducia.
Vedere per osservare, sentire per ascoltare.
Camminare per meditare.

I passi spesi sul sentiero sono un investimento in felicità il cui rendimento è sublime bellezza.
Salire verso i monti per andare incontro a vecchie e preziose amicizie dalle quali farsi raccontare tante nuove storie, mai ascoltate prima.
E, in certi momenti, il silenzio. Quello che appare più eufonico di qualsiasi altro suono e sospende il tempo insieme al moto dei passi per poterlo apprezzare meglio, sospende il respiro, sospende il cuore, sospende la mente.

In uno di quei momenti un giovane camoscio spunta dagli alberi, si ferma un attimo, osserva, scompare di nuovo nel bosco.
L’acqua nel fondovalle risuona ancora.

Forse, a prescindere dal naturale scorrere delle stagioni, queste pause autunnali servono a ritrovare l’armonia che l’estate rumorosa ha forzatamente messo da parte. Non me ne vogliano gli operatori turistici ma è ora che la montagna torna a essere autentica, è in questi momenti che ricomincia a raccontare le sue storie a chiunque le sappia ascoltare e a ribadire la propria verità. Verso la quale si può anche dissentire ma che non si può assolutamente ignorare, e che ci dovrebbe far riflettere, riguardo quale frequentazione considerare per le terre alte e per quanto di meraviglioso sanno offrire.

Perché la bellezza non si può ignorare, non si può non tentare di farla propria e diventarne armonici.

Non possiamo ignorare noi stessi, in montagna. Lassù, noi siamo montagna, e così dobbiamo essere colori, quiete, armonia, luce e ombra, aria e cielo.

Siamo paesaggio, dentro e fuori.

Siamo vita.