Sta rinascendo la “Cà di Sciùur” del Lago Palù, finalmente!

[La Cà di Sciùur nel contesto naturale della conca del Lago Palù in veste autunnale, qualche anno fa.]
Una delle cose che ultimamente ho constatato con maggior piacere, vagando per terre montane in quest’estate per altri versi angosciante, è l’avvio dei lavori di ristrutturazione della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco.

Avevo già scritto tempo fa, qui sul blog, di quanto fosse triste osservare lo stato di perdurante abbandono dell’edificio, ogni volta che tornavo lassù, che lo poneva sempre più a rischio di crollo e comunque lo rendeva una presenza desolante in un paesaggio altrimenti meraviglioso. Ne avevo dunque auspicato e perorato un rapido recupero, quale impegno simbolico che chiunque frequenti il luogo e ne apprezzi la bellezza avrebbe dovuto assumere nei confronti dei proprietari dello stabile e di ogni altro soggetto pubblico e privato che potesse fare qualcosa al riguardo. Perché, avevo scritto allora, vedere la Cà di Sciùur crollare e così sparire per sempre dalle rive del Lago Palù sarebbe come perdere una vecchia amica, dal passato assai particolare seppur poco conosciuto dai più (testimoniato fin dalla sua doppia denominazione, bizzarramente antitetica), presenza tranquilla e silente ma in fondo sempre avvenente e di piacevole compagnia, alla quale ci si era ormai affezionati.

Per quanto sopra devo dunque ringraziare la Funivie al Bernina – FAB Spa, società che gestisce il comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e proprietaria dello stabile, per aver compreso l’importanza del recupero della Cà di Sciùur – ridenominata nella pratica edilizia “Casa del Palù” – e averne avviato la ristrutturazione, con il necessario avvallo della Soprintendenza ai Beni Culturali che mi auguro sia garanzia di lavori ben fatti anche dal punto di vista filologico rispetto alla storia dell’edificio. Noto che una delle prime operazioni compiute è stata la messa in sicurezza dei pittoreschi affreschi presenti sulle facciate, e questo mi pare un buon segno rispetto a quanto appena rimarcato.

[La Cà di Sciùur qualche inverno fa.]
Non so ancora quale nuovo uso o nuova funzione verrà affidata alla casa, oppure se ciò debba essere ancora stabilito. Nel mio articolo di qualche tempo fa avevo provato a immaginare alcuni utilizzi a mio parere interessanti e soprattutto consoni al luogo e alla presenza in esso della casa. Perché senza dubbio la Cà di Sciùur rappresenta per diversi aspetti un prezioso valore aggiunto al luogo, una ritrovata presenza dal cui fascino peculiare si possono certamente ricavare numerose potenzialità d’uso attrattive e contestuali al paesaggio d’intorno oltre che una altrettanto rinnovata vitalità per il luogo stesso e per l’intero territorio dell’alta Valmalenco.

N.B.: le foto dei lavori in corso sono state effettuate dal sottoscritto lo scorso 11 settembre.

 

Quale ideologia ci potrà salvare?

[Foto di Melissa Bradley da Unsplash.]

Gli scienziati hanno messo in rilievo che il sistema Terra, il fondamento stesso di ogni forma di vita, è prossimo al collasso. Le principali ideologie del XX secolo erano basate sul presupposto che la natura fosse un giacimento inesauribile di materie prime a basso costo. Ci siamo comportati come se l’atmosfera potesse assorbire all’infinito le nostre emissioni, come se il mare potesse inghiottire tutti i nostri rifiuti, come se il suolo potesse produrre sempre di più grazie a dosi crescenti di fertilizzante, come se le specie animali potessero spostarsi un po’ più in là ogni volta che gli esseri umani occupavano nuovi spazi.
Se le previsioni degli scienziati sul futuro del mare, dell’atmosfera, del clima, dei ghiacciai e degli ecosistemi costieri di tutto il mondo si riveleranno esatte, mi chiedo con quali parole potremo descrivere una questione di tale portata. Quale ideologia potrebbe abbracciare eventi come questi?
Che cosa dovrò leggere? Milton Friedman, Confucio, Karl Marx, l’Apocalisse, il Corano, i Veda? Come potremo dominare i nostri desideri e ridurre il nostro consumismo, che secondo ogni previsione sembrano destinati a mettere in crisi il sistema Terra?

[Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.12-13. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Andri Snær Magnason, “Il tempo e l’acqua”

Il 2022 che stiamo vivendo è un anno che dal punto di vista climatico, pur non essendo ancora concluso, è già stato definito  drammaticamente eccezionale. Siccità diffusa un po’ ovunque, dalle nostre parti e nel resto del continente europeo, caldo anomalo sia in inverno – nel quale ha nevicato pochissimo – che in estate, fenomeni meteorologici estremi. In particolare, la scarsità di neve invernale unità alle altissime temperature estive sta dando una mazzata tremenda ai ghiacciai, sia sulle Alpi che altrove, in una situazione di generale riduzione e ritiro, se non già di scomparsa, delle masse glaciali che sta proseguendo da decenni. Ma il riscaldamento globale, con tutto ciò che si porta dietro, non sta solo cambiando il clima e il paesaggio: inesorabilmente cambierà anche la nostra vita e probabilmente in peggio. Ad esempio quei ghiacciai che si stanno sciogliendo, in modo così rapido nell’anno in corso, sono tra i nostri principali e fondamentali serbatoi diffusi di acqua potabile che beviamo, con la quale ci laviamo e con cui irrighiamo i campi coltivati oltre a utilizzarla per innumerevoli altri scopi consueti, nel nostro modus vivendi contemporaneo. E se i ghiacciai si sciolgono e svaniscono, tutta quella risorsa idrica fluisce via e a sua volta svanisce, per entrare in un ciclo dell’acqua totalmente diverso da prima del quale con tutta probabilità non potremo più godere. Come faremo, dunque?

Posto quanto sopra, leggere Il tempo e l’acqua, il libro dello scrittore, divulgatore scientifico e attivista ambientale islandese Andri Snær Magnason (Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini; orig. Um timann og vatnið, 2019) proprio durante quest’anno così problematico, in forza dei suoi contenuti è stata per me un’esperienza assolutamente significativa. Un po’ come per le nostre Alpi, se non di più, l’Islanda è una terra i cui ghiacciai rappresentano un elemento fondamentale della sua identità culturale, e verso i quali gli islandesi hanno costruito una relazione che dura da secoli le cui tracce già si possono rintracciare nelle più antiche saghe tradizionali. I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale stanno causando notevoli perdite anche al patrimonio glaciale islandese, con apparati che solo vent’anni fa apparivano ancora floridi e oggi sono ridotti a piccole placche di ghiaccio grigio, con conseguente perdita del valore culturale del paesaggio e della risorsa idrica che un tempo assicuravano. Tuttavia ormai tutti sappiamo che tale situazione presenta effetti su scala globale, dai monti europei alle catene himalayane e andine fino ai ghiacci polari, e le conseguenze di questo disastro glaciale sono ancora ben difficili da stimare nonostante già ora si presentino in tutta la loro drammaticità. Eppure, una situazione del genere, così evidente e così grave nonché pericolosa per chiunque, sembra che non scuota più di tanto l’attenzione e la sensibilità dei terrestri – per non parlare di quella dei leader politici. Perché? []

[Foto di Hreinn Gudlaugsson, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il tempo e l’acqua cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Crisi idrica, o crisi di “valori”?

Dopo che il 24 giugno scorso la Regione Lombardia ha comunicato lo stato d’emergenza regionale fino al 30 settembre 2022 – leggo sul web -, in data 4 luglio il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo “Stato di emergenza per crisi idrica” fino al 31 dicembre 2022 in cinque regioni del Nord Italia. Tra queste è presente anche la Lombardia, alla quale saranno stanziati 9 dei 36,5 milioni di euro a carico del Fondo per le emergenze nazionali utili a fronteggiare l’emergenza idrica, «La più grave degli ultimi 70 anni» secondo le parole del premier Mario Draghi.

Ora, scusatemi se mi mostro ripetitivo e quindi inesorabilmente noioso, ma non riesco a non chiedere: che logica e quale proporzionalità si possono dedurre dal confronto tra lo stanziamento di 9 milioni di Euro per fronteggiare una così grave emergenza idrica, cioè di carenza d’acqua, a livello regionale e – per citarne un altro stanziamento tra i tanti dei quali ho già scritto – i 12,5 milioni di Euro concessi per un singolo intervento a scopo turistico-ricreativo nel quale è compreso il potenziamento di un impianto di innevamento artificiale, cioè un metodo di consumo di acqua? Ed è solo uno tra i molti casi e dei tanti milioni di Euro elargiti per opere affini (in Lombardia con particolare costanza, vedere alle voci “Elezioni 2023” e “Olimpiadi 2026”), ribadisco.

Dunque? Dobbiamo pensare che, nella scala di valori (economica ma non solo, ovviamente) considerata dalle istituzioni pubbliche e politiche, la carenza di acqua che colpisce pressoché tutti è meno grave e importante del divertimento di pochi sulle piste da sci?

Ma no, certamente! È solo una provocazione, la mia!

O no?

Un ritorno “beffardo” al Lago Azzurro

Vi ho già scritto delle personali, desolate sensazioni provate lo scorso giugno nel recarmi al Lago di Motta, più noto come Lago Azzurro, sopra Madesimo, trovandolo totalmente privo di acqua: un inopinato, enorme e per certi versi inquietante cratere sassoso tra le fitte abetaie e le verdi praterie di questo meraviglioso angolo dell’alta Valle Spluga, al quale sono particolarmente legato. Trovate quel mio articolo qui e potete constatare le condizioni del lago di allora.

Be’, ci sono tornato qualche giorno fa, al Lago Azzurro. Le foto che vedete qui sotto le ho scattate sul fondo del bacino ovvero a 17 metri di profondità – se fosse stato pieno d’acqua come di norma e considerandone dunque la superficie ordinaria:

L’acqua non è più tornata – inevitabilmente, viste le scarsissime piogge di questa funesta estate, e non solo: come vedete nelle fotografie, sul fondo del lago sta crescendo e consolidandosi un’erbetta pioniera e colonizzatrice che in qualche modo mi ha ancor più acuito la sensazione di essere al cospetto – o per meglio dire dentro, appunto – di una presenza svanita, un’entità lacustre scomparsa. Non voglio dire (scrivere) “morta” in qualità di possibile sinonimo del termine, non è il caso di “antropomorfizzare” troppo la questione e forse neanche di manifestare un eccessivo seppur al momento giustificabile pessimismo sulle sorti future del lago, vero e proprio marcatore referenziale e identitario di questo territorio alpino oltre che potente attrattore turistico. Tuttavia, a constatare quella vegetazione erbosa, a giugno appena accennata e ora ben consolidatasi sul fondo del lago, non ho potuto non pensare: ecco, oltre al danno la beffa! Già, perché in effetti quell’erba è vita, è Natura che si adatta alle nuove condizioni, ancorché temporanee (lo spero), e si rinnova, ma al contempo è il segno momentaneo (lo spero di nuovo) ma purtroppo palese di una potenziale sorte funesta.

Me lo auguro vivamente che il Lago Azzurro rinasca, che torni a ornare con la sua lacustre bellezza e soavità queste montagne così belle e oggi così climaticamente sofferenti, caratterizzando e identificando il magnifico paesaggio del luogo. Lo spero proprio che le immagini che vedete possano un domani essere etichettate come una triste eccezione, una specie di incubo drammaticamente reale ma poi fortunatamente dissoltosi e divenuto mero ricordo. Lo spero tanto e lo dovremmo sperare tutti perché nel Lago Azzurro, emblematicamente rispetto a tanti altri casi similari, insieme agli alberi e ai monti d’intorno è come se si specchiasse il nostro futuro: tuttavia, senz’acqua, inesorabilmente ciò non può e non potrà più essere possibile.