Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

Il nerbo dell’Appennino

[Il Lago del Matese nei pressi di Bocca della Selva, nell’omonimo Parco Regionale. Fonte dell’immagine: elevation.maplogs.com.]

C’erano una volta sull’Appennino i popoli di montagna. La loro terra non bastava a sfamarli tutti. Per sopravvivere, decisero di sacrificare i loro figli in primavera, ogni certo numero di anni. Era il sangue del cosiddetto Ver sacrum, l’atroce “primavera sacra” dei popoli italici. Nei secoli il rituale si umanizzò e si scelse di espellere, anziché uccidere, gli uomini in sovrabbondanza. Partivano a eserciti, nelle primavere stabilite, accompagnati dell’emblema di un animale totemico. Hirpus e luk, il lupo; picus, il picchio; vitulus, il vitello. Così nacquero popoli che furono il nerbo dell’Appennino: Irpini, Piceni, Lucani.
Posti dove l’orrido si ostenta ai forestieri. Gole senza fondo, strade che vi si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il “Saloon dell’Impiccato” o valloni arcigni come la Bocca della Selva. Per sfamarsi, questi cominciarono a premere su città, coste e pianure, ma vennero ricacciati indietro. E quando Roma cominciò a espandersi, si arroccarono sulle montagne adottando una tecnica “afghana” di agguati, senza mai scontri in campo aperto. Spesso si federarono, comunicando fra loro con una rete di tratturi. Forse gli stessi che Annibale avrebbe attraversato per scendere verso Roma.

(Paolo RumizAnnibale. Un viaggioFeltrinelli 2008, pagg.138-139.)

Il presente

Presente (s.m.). Parte dell’eternità che separa la sfera della delusione da quella della speranza.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.142.)

Se con i ghiacciai fonde anche un pezzo della nostra cultura

Con gentilissima concessione dell’autore Giovanni Baccolo, che ringrazio di cuore, vi propongo alcuni stralci di un suo articolo dal titolo Con i ghiacciai che fondono perdiamo un frammento della nostra cultura pubblicato su storieminerali.it e in origine sul blog di glaciologia dell’European Geoscience Union. Lo trovo estremamente interessante, oltre che per il valore generale dei suoi contenuti, per come partendo da un punto di vista prettamente geo-glaciologico, dunque scientifico, arrivi a congiungersi con il punto di vista antropologico, dunque umanistico, con il quale io mi occupo spesso dell’argomento – ad esempio in questo articolo.

Vi invito dunque a cliccare sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Giovanni Baccolo nella sua interezza e, appunto, mi auguro che gli stralci di seguito pubblicati vi risultino invitanti allo scopo nonché alla riflessione sul tema il quale lo ribadisco pure io, offre aspetti e ricadute assai complesse, più di quanto si possa ritenere, e assolutamente fondamentali circa il futuro delle montagne e della relazione antropica con i loro paesaggi.

I ghiacciai si ritirano e scompaiono sempre più numerosi in molte regioni della Terra. Lo sapevate? Scherzo, il declino dei ghiacciai è una delle conseguenze del cambiamento climatico che meglio conosciamo. Siamo inondati di notizie che parlano di questo tema. Tale ritiro ha molteplici e gravi conseguenze ed è una delle icone più potenti del cambiamento climatico. Voglio però parlare di uno degli impatti meno discussi: la perdita di cultura legata alla scomparsa dei ghiacciai. Perché con l’acqua che fonde non stiamo perdendo solamente ghiaccio.
[…]
Pensateci: potrebbe essere la prima volta che un fenomeno naturale nel suo insieme scompare. La glaciologia non scomparirà completamente, poiché speriamo che le grandi calotte polari sopravvivano all’attuale cambiamento climatico per un altro paio di centinaia di anni, ma lo stesso non si può dire per la branca che tratta i ghiacciai di montagna.
Sappiamo tutti che i ghiacciai sono un elemento chiave di molti paesaggi di montagna. Quando si chiede ai bambini di disegnare una montagna, probabilmente disegneranno un triangolo marrone con un cappello bianco, il ghiacciaio essenziale! Beh, forse tra 100 anni quel cappello bianco scomparirà, insieme alla nostra idea che i ghiacciai sono parte fondante dei paesaggi di montagna.
[…]
Quest’estate ho fatto un esperimento per vedere quanto è diffusa la conoscenza di base della glaciologia e dei ghiacciai. Ho creato un sondaggio per chiedere alle persone che conoscono e visitano le Dolomiti, alcune domande sulla loro conoscenza dei ghiacciai in questo settore alpino. Ho chiesto di elencare i ghiacciai noti e di spiegare se erano a conoscenza di alcuni termini glaciologici di base. Per esempio, ho chiesto se sapevano distinguere i campi di neve dai ghiacciai o se sapevano che le Dolomiti ospitano decine di ghiacciai che presto scompariranno.
I risultati mi hanno impressionato. Anche se centinaia di migliaia di turisti visitano le Dolomiti ogni anno, la maggior parte dei partecipanti al sondaggio era completamente all’oscuro che quelle montagne ospitano molti piccoli ghiacciai. Conoscono solamente il ghiacciaio della Marmolada. Tutti gli altri ghiacciai delle Dolomiti stanno scomparendo nel silenzio assoluto degli alti valloni che li custodiscono. Inoltre, chi ha compilato il questionario spesso non sapeva descrivere cos’è un ghiacciaio o come riconoscerlo, nonostante abbia dichiarato di passare abitualmente le vacanze in montagna.
Andiamo sempre più spesso in montagna, ma stiamo già dimenticando i ghiacciai. Con la loro scomparsa stiamo perdendo anche le storie che riguardano la loro esplorazione, il loro studio e le esperienze legate ad essi. Un intero patrimonio culturale che si sta letteralmente squagliando come neve al sole. Dobbiamo impegnarci! Dobbiamo lavorare sodo per portare alle prossime generazioni i preziosi messaggi che i ghiacciai stanno condividendo con noi.

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)