[Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer), 1818, Amburgo, Hamburger Kunsthalle.]Ci sono persone a questo mondo che, lo ammetto, non esiterei un istante a infilare sul primo volo sperimentale di Space X per Marte – “sperimentale” perché di quelli con possibilità di successo pressoché nulle – per quanto siano becere. Tuttavia spero di sopravvalutarne il numero e, di contro, sono certo che alcune di esse, diciamo quelle non troppo becere (delle quali mi auguro di non sottovalutare il numero), in realtà se “riequilibrate” con se stesse in primis e subito dopo con il mondo che hanno intorno e col quale interagiscono, saprebbero tirar fuori cose notevolmente apprezzabili, sensibilità pregevoli, pensieri propri tanto sensati quanto interessanti. Solo che purtroppo, per scelta o per forza (entrambi comunque indotte), queste persone trascorrono la loro esistenza quotidiana nella parte più bassa della nostra società, quella più deviata, corrotta e degradata dalle immani stupidaggini che vomitano a spron battuto la TV e i media generalisti, molte pagine social, tanti personaggi pubblici di infima specie – che tuttavia quella stessa parte degradata della società, grazie a un circolo vizioso autoalimentato, pone ai propri vertici e ritiene modelli da imitare – e per tale motivo si comportano in modi così beceri.
Invece, forse, oso credere che, come detto, se si trovasse il modo di staccarle da quella tossica “biosfera” così degradata e nociva e, ribadisco, si riuscisse a riarmonizzare la loro relazione con il mondo, facendola il più possibile consapevole, rapidamente la crosta impura che li avvolge fuori e dentro si sgretolerebbe e parimenti tornerebbe alla luce un animo ben più virtuoso, almeno in potenza. Bene, ma come fare? – vi chiederete. Chissà, può essere che alla fine basti poco, e che ancor più che attraverso forme strutturate e prolungate di “rieducazione civica”, per così dire, potrebbero bastare pillole di bellezza e di armonia minime ma potenti: il fascino di un bosco all’alba, la meraviglia del cielo stellato, l’orizzonte infinito dei monti nella luce del tramonto, lo sguardo prolungato di un animale… Cose così, insomma, piccole ma capaci di condensare manifestazioni di equilibrio alquanto evidenti e suggestive, da vivere pienamente al contempo distaccandosi sempre più da quegli elementi di degrado prima citati, purtroppo ancora così diffusi e influenti.
Voglio sperare tutto ciò, voglio crederci nonostante a volte lo sconforto per come appaia sempre più soverchiante quella parte umana così becera si faccia intenso. Ma se è (purtroppo) vero che essa si autoalimenta, è altrettanto vero che appena il suo circolo vizioso si interrompe o si spezza rapidamente crolla, così priva di logica concretezza come è. Dunque io ci spero, appunto. In caso contrario, se a pensare tutto questo mi stia clamorosamente sbagliando, be’, Space X avrà a disposizione numerosi equipaggi per i lanci dei prototipi sperimentali delle sue astronavi, ecco.
[Michael Collins nel Modulo di Comando Columbia della missione Apollo 11 durante la fase orbitale translunare. Fonte: U.S. National Archives and Records Administration, Pubblico dominio; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]Qualche giorno fa è partito per il suo viaggio più lungoMichael Collins, l’astronauta americano noto per essere stato pilota del modulo di comando dell’Apollo 11, la missione con la quale i primi umani giunsero sulla Luna.
La cosa che i vari articoli hanno più riportato, su Collins, è quella di essere stato “l’uomo più solo dell’Universo”, quando rimase per circa 24 ore in orbita lunare nel mentre che Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i suoi compagni di missione, scendevano sul suolo lunare, per di più senza possibilità di comunicazione con essi e la Terra quando il modulo di comando sorvolava la faccia nascosta della Luna. Tuttavia, alle domande che puntualmente gli venivano rivolte al riguardo, Collins ha sempre negato di essersi sentito così solo; pare che qualche tempo fa, intervistato dalla BBC sulla sua condizione di estrema solitudine e isolamento, la sua risposta, alzando le spalle, è stata: «E quindi?». Più ironicamente, nel libro Return to EarthCollins ha scritto: «Ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato».
Trovo interessante questa circostanza su Collins e sulla sua condizione estrema di solitudine ovvero sulla “solitudine” in senso lato: ne ho scritto più volte al riguardo, qui sul blog, sia disquisendo sulla solitudine “positiva”, cioè quella secondo me necessaria per essere più pienamente e virtuosamente esseri sociali, sia su quella negativa che connota una non piccola parte della nostra società contemporanea, che trovo essere non tanto il frutto di una convivenza consapevolmente tale ma la conseguenza di una mera somma di tante singolari alienazioni, dalle quali deriva una solitudine indotta e parecchio pericolosa.
Di contro, Collins nel libro citato ha pure aggiunto che «la missione era stata strutturata per tre persone, e io ero fondamentale tanto quanto gli altri due», la quale trovo sia una bellissima considerazione, in forma di risposta indiretta ma del tutto consona, a quegli stati di alienazione sociale che così spesso si riscontrano nel mondo odierno. Ovvero, Collins ha in pratica sottolineato come non vi sia e non vi possa essere alcuna solitudine sostanziale, semmai solo formale, nell’individuo che sia perfettamente consapevole e in controllo di quello stato solitario (anche quando sia per qualche motivo) imposto nel frattempo facendo di esso un momento di progresso e sviluppo per se stesso e di rimando per chiunque altro dacché comunque parte di un insieme, di una comunità, anche se autonomo in tutto e per tutto. Considerazioni che, dal mio punto di vista, rimandano all’esigenza – necessaria, io credo – di saper stare da soli per poter meglio stare con gli altri: cosa che poche persone sanno fare, temendo la solitudine come una circostanza di smarrimento pressoché assoluto, tipica appunto delle forme di alienazione sociale. Come ho scritto altrove, l’individuo di oggi non sta in società, ovvero in mezzo ad altri individui, per godere della conseguente relazione sociale ma unicamente per la paura di restare da solo con se stesso: una condizione che per molti temo equivalga al togliere il coperchio al personale vaso di Pandora, al fare i conti con la propria esistenza al netto delle varie incombenze sussistenziali quotidiane. Questo non saper reggere la solitudine per più di qualche attimo, insomma, credo sia un elemento probante della assai debole valenza della socialità contemporanea e delle relazioni tra gli individui che ne compongono la comunità sociale la quale, in forza di quanto detto, risulta un qualcosa di assai labile, evanescente – alla faccia della prerogativa “social” della quale ci (auto)vantiamo di continuo.
Ora, al di là della relativa improbabilità della circostanza (ovvio che era perfettamente preparato al riguardo) ma solo per dire: e se Michael Collins, in quelle 24 ore di solitudine pressoché assoluta nel buio dello spazio, avesse dato di matto? Che ne sarebbe stato dei suoi compagni sul suolo lunare? Ecco, fantasticheria a parte, ne riporto il principio e rilancio: con tutti questi “alienati” in circolazione, all’apparenza esseri sociali ma in realtà timorosi anche della propria ombra quando si ritrovano soli con se stessi, e molti di essi magari detenenti posizioni di una certa importanza per la buona sorte collettiva, la nostra società è come l’astronave che comincia a caracollare e a uscire dalla rotta spaziale perché non ben pilotata o perché disturbata in tale operazione da una certa parte di equipaggio in stato psicotico. Il che in effetti è quanto sta accadendo da ormai troppo tempo alla nostra astronave-Terra, non trovate?
[Sentieri di casa.]In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.
In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.
Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.
In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.
«Anziché temere l’alienazione» disse «la gente dovrebbe accettarla. Forse è la chiave per accedere a qualcosa di più interessante. Ecco il messaggio della mia narrativa. Dobbiamo esplorare l’alienazione totale e scoprire cosa nasconde. Il modulo segreto che puntella ciò che siamo e i rifacimenti fantasiosi di noi stessi che noi stessi accettiamo.»
Interessante. L’alienazione – così io intendo le parole di Ballard – come esercizio consapevole e intellettuale di autoemarginazione dalla società e dal mondo ordinari, così da poterne osservare la realtà concreta dal di fuori e smascherarne le artificiosità: quelle stesse che poi, da interni alla società, tendiamo quasi inevitabilmente ad assimilare omologandoci alle varie contraffazioni che generano. E pure, a ben vedere, l’alienazione consapevole come forma paradossale (ma non così tanto, a pensarci bene) di autodifesa rispetto a qualsiasi alienazione mentale che nei soggetti più sensibili le tante devianze del mondo contemporaneo potrebbero cagionare in base a un processo generalmente inconscio o incontrollabile. Essere alieni e non alienati, insomma, almeno per qualche momento rispetto a ciò che abbiamo intorno, sentirci “al di fuori” per comprendere meglio la sfera quotidiana nella quale esistiamo e così poi rientrarci, quando si riterrà il caso di farlo, con maggior consapevolezza sulla sua realtà e su come poterla vivere (al) meglio.
D’altro canto è un tema, quello della “solitudine” ovvero dell’alienazione temporanea consapevole, che ho trattato più volte (si veda qui un elenco vario di articoli al riguardo) e che ritengo molto importante nell’analisi del mondo contemporaneo, della vita quotidiana in esso e delle relazioni sociali – ovvero dell’aspetto di socialità – con i quali manifestiamo il nostro essere una “civiltà” – o con le quali dimostriamo inciviltà, certo. Ci tornerò di nuovo, più avanti.
[Foto di Free-Photos da Pixabay.]Anche a prescindere dal periodo pandemico ed emergenziale in corso, con tutte le restrizioni sociali che impone (il quale ha semmai reso più evidente, ancorché amplificata, la questione di cui vi sto per dire, che palese lo era già da tempo), mi pare sempre di più che la socialità contemporanea non sia una convivenza consapevolmente tale ma una mera somma di tante singolari solitudini. L’individuo di oggi non sta in società, ovvero in mezzo ad altri individui, per godere della conseguente relazione sociale ma unicamente per la paura di restare da solo con se stesso: una condizione che per molti temo equivalga al togliere il coperchio al personale vaso di Pandora, al fare i conti con la propria esistenza al netto delle varie incombenze sussistenziali quotidiane.
È un tema sul quale ho disquisito più volte, qui sul blog (si veda qui, qui, qui e qui, ad esempio) e verso il quale mi sento particolarmente sensibile, in forza dell’esperienza personale al riguardo – che non pretendo certo possa avere valore generale, sia chiaro, tuttavia è una testimonianza quale altre di segno opposto: il non saper reggere la solitudine per più di qualche attimo, insomma, credo sia un elemento probante della assai debole valenza della socialità contemporanea e delle relazioni tra gli individui che ne compongono la comunità sociale la quale, in forza di quanto detto, risulta un qualcosa di assai labile, evanescente. Ciò, penso, è uno dei grandi problemi della nostra stessa, società, uno dei motivi per i quali non funziona così bene come dovrebbe, e come imporrebbe lo status di “paese avanzato” del quale ci fregiamo – e nonostante l’etichetta “social” che viene messa un po’ ovunque, debordando dalle reti sociali sul web (che sono realmente social? Parliamone!). Eppure, paradossalmente, resto fermamente convinto che tanto più e meglio si possa vivere in società, e godere della sua socialità, quanto più si sappia altrettanto godere di adeguati momenti di solitudine “consapevole”, cioè ricercata e meditata. L’essere autenticamente sociale si determina e completa in questo modo, non altrimenti, e se la società non agevola tale compiutezza è anche perché chi la compone non opera in quel senso, su se stesso e, per ineluttabile somma, sull’intero mondo che ha intorno.
Forse, un altro utile insegnamento che potremmo trarre dalla pandemia in corso, e da concretizzare una volta finito tutto quanto è anche questo, io penso.