
Be’, non è stata una gran trovata e dopo solo pochi momenti ero già bell’e annoiato, già.
Come dite? Se l’ho accesa, la TV?
Certo che no! Mica sono pazzo! Va bene cedere a certe pur inopinate istigazioni, ma non del tutto, giammai!
😄

Be’, non è stata una gran trovata e dopo solo pochi momenti ero già bell’e annoiato, già.
Come dite? Se l’ho accesa, la TV?
Certo che no! Mica sono pazzo! Va bene cedere a certe pur inopinate istigazioni, ma non del tutto, giammai!
😄

Questa bella Provincia[1] seminata da paesaggi in apriche giacenze, non vantava migliori comunicazioni delle nostre[2]. A volo d’uccello sorridenti e pittoreschi, questi paesaggi calcati col piede offrivano le medesime mostruosità. Viuzze serpeggianti, anguste, informi, che dall’imo dell’abitato ascendevano al sommo per intrecciarsi in un labirinto di andirivieni, senza uno sfogo riconoscibile. E come all’interno, così le comunicazioni dall’uno all’altro paese erano parimenti viziate. All’insù ed all’ingiù, ora a destra, ora a manca fin a che con fatica, strapazzi a perditempo vi si perveniva.
(Daniele Marchioli, Storia della Valle di Poschiavo, 1886, pag.201.)
Aaah, come cambiano i tempi, le visioni del mondo, la relazione coi luoghi che abitiamo, la percezione dei paesaggi! Nell’Ottocento si spregiavano le antiche vie rurali che percorrevano i monti – in tal caso della Valtellina o dei Grigioni, ma il discorso vale per ogni regione montana – desiderando nuove e più moderne vie di comunicazione; oggi, che abbiamo nastri d’asfalto tanto ampi e rapidi quanto perennemente intasati di traffico e di smog e così caotici da svilire l’esperienza più autentica del “viaggio”, torniamo a considerare e ad amare le “mostruose” viuzze serpeggianti, anguste, informi sui monti lungo le quali non vediamo l’ora di provare fatica e strapazzi a perditempo ovvero il piacere della lentezza, della quiete, dell’avere il tempo di guardarsi intorno, di cogliere le tante bellezze che ogni luogo offre, di sentirci accolti nel loro paesaggio. Ma non è una mera e banale questione del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, no: è un generare in sé l’adeguata consapevolezza della relazione che dobbiamo intessere con il mondo che abbiamo intorno e, soprattutto, con la nostra presenza ed essenza in esso. Certamente serve la strada veloce che ci permetta di svolgere proficuamente gli impegni quotidiani (quando non sia ingolfata dai troppi automezzi in circolazione, appunto) ma in senso assoluto – e assolutamente umano – non serve più di quanto ci è utile la tortuosa mulattiera che lentamente, e richiedendo fatica a volte intensa, sale il fianco della montagna portandoci in alto, sopra quel mondo sempre troppo inquinato da fumi e da insensatezze assortite, lassù dove abbiamo più tempo non solo per guardarci intorno ma pure per guardarci dentro. E magari scoprire che più il “dentro” e il “fuori” si assomigliano e risultano armonici, più ci sentiamo bene.
In fondo lo sosteneva Walter Bonatti, uno che in tema di “salite verso l’alto” nonché di “viaggi” nel senso più pieno del termine è stato tra i più grandi di sempre, che «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Ecco, è ancora così e lo sarà sempre, già.
[1] Il riferimento è alla provincia di Sondrio, dunque alla Valtellina.
[2] Ovvero del Cantone svizzero dei Grigioni.

È un tema sul quale ho disquisito più volte, qui sul blog (si veda qui, qui, qui e qui, ad esempio) e verso il quale mi sento particolarmente sensibile, in forza dell’esperienza personale al riguardo – che non pretendo certo possa avere valore generale, sia chiaro, tuttavia è una testimonianza quale altre di segno opposto: il non saper reggere la solitudine per più di qualche attimo, insomma, credo sia un elemento probante della assai debole valenza della socialità contemporanea e delle relazioni tra gli individui che ne compongono la comunità sociale la quale, in forza di quanto detto, risulta un qualcosa di assai labile, evanescente. Ciò, penso, è uno dei grandi problemi della nostra stessa, società, uno dei motivi per i quali non funziona così bene come dovrebbe, e come imporrebbe lo status di “paese avanzato” del quale ci fregiamo – e nonostante l’etichetta “social” che viene messa un po’ ovunque, debordando dalle reti sociali sul web (che sono realmente social? Parliamone!). Eppure, paradossalmente, resto fermamente convinto che tanto più e meglio si possa vivere in società, e godere della sua socialità, quanto più si sappia altrettanto godere di adeguati momenti di solitudine “consapevole”, cioè ricercata e meditata. L’essere autenticamente sociale si determina e completa in questo modo, non altrimenti, e se la società non agevola tale compiutezza è anche perché chi la compone non opera in quel senso, su se stesso e, per ineluttabile somma, sull’intero mondo che ha intorno.
Forse, un altro utile insegnamento che potremmo trarre dalla pandemia in corso, e da concretizzare una volta finito tutto quanto è anche questo, io penso.

Due esempi, al riguardo: da un lato l’utente “preminente” (perché pubblico personaggio o che altro: il presidente di una superpotenza mondiale, per dire) del social network che dimentica la personale responsabilità circa i contenuti dei post che rende pubblici i quali, per lo status di ampia visibilità suddetto, raggiungono milioni di followers con conseguenti potenziali danni, se manifestano messaggi “equivoci” – lo segnala Massimo Mantellini nel suo blog su “Il Post”, segnalando pure, a suo parere, la mancanza di responsabilità “tecnica” e di risolutezza da parte del social network in un caso del genere:
Donald Trump – che un ragazzino in crisi ormonale avesse 88 milioni di follower è una possibilità che chi ha immaginato l’architettura di Internet non aveva considerato – andava bannato da Twitter nel 2017. Se non prima.
Oppure la dimenticanza di responsabilità della politica, la quale consente a soggetti privati quali sono i social network di ergersi a pubblici ufficiali (non solo del web), che molto chiaramente segnala Dario Bonacina sul suo blog:
Simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.
Per quanto mi riguarda, pur comprendendo inevitabilmente i ban dei social suddetti verso un soggetto come Trump, e pur avendo, in occasioni di simile natura, invocato la chiusura di presunti organi d’informazione giornalistica utilizzati per spargere fango e indecenze verso i “nemici” (“Libero” è l’esempio lampante, certamente, ma proprio perché, posta tale loro attività diffamatoria, non più identificabili come organi d’informazione, appunto), torno sempre a reinterpretare alla mia maniera quel celeberrimo aforisma (che tanti credono di Voltaire, invece no) sulla libertà d’opinione, così:
Ecco.
Insomma: va bene zittire un personaggio così ripugnante, ma a patto che in forza di ciò non ci si dimentichi di quanto sia ripugnante.
In fondo è anche questa una responsabilità, che dobbiamo assumere e manifestare tutti quanti.
Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.
Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.
Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working
Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.
Ecco.
Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.