Cannoni sparaneve al posto di medici di base

In alta Valle Brembana (provincia di Bergamo), a breve andrà in pensione l’ultimo medico condotto ancora in servizio, l’unico per i cinque comuni montani della zona. Poi, se non sarà sostituito, agli abitanti toccherà guidare per almeno quindici chilometri lungo strade di montagna inevitabilmente tortuose per arrivare al più vicino ambulatorio di medicina di base. D’altro canto, anche se venisse sostituito, resterebbe il solo medico disponibile per la zona: una situazione comunque precaria, inutile rimarcarlo. Ne dà conto il telegiornale di “Bergamo TV” nell’edizione di giovedì 19 ottobre – qui sotto, dal minuto 34’50”.

Ma anche lassù, in alta Valle Brembana, numerosi politici locali coi loro sodali pensano di poter investire milioni di soldi pubblici per rilanciare lo sci e i relativi comprensori (ne parlai ad esempio qui), ovviamente dichiarando di “sviluppare il territorio» e «combattere lo spopolamento», in questo modo.

Riassumendo: non ci sarà più alcun medico di base per gli abitanti di quei comuni, che già hanno subito chiusure di sportelli bancari, uffici postali, scuole, eccetera, ma – se dovessero passare i progetti paventati – si apriranno impianti e piste, ovviamente innevati artificialmente (al costo di circa 50mila Euro al kmq a stagione, da aggiornare). Ovvero: da decenni mancano investimenti per i servizi necessari ai residenti e per i loro bisogni quotidiani, ma si vogliono spendere milioni di soldi pubblici per l’industria dello sci.

Perché lo sanno tutti che lo spopolamento non si combatte con il mantenimento degli ambulatori di medicina generale ma con i cannoni sparaneve, ma certo! Però solo se fa abbastanza freddo, chiaro, altrimenti non sparano nulla mentre un medico di base lavora con qualsiasi freddo e qualsiasi caldo, già.

Capite la gravità e la pericolosità di certe azioni politiche e della “visione strategica” che da decenni manifestano verso i territori montani amministrati?

Lassù, dove già ora mancano le condizioni climatiche e ambientali affinché una stazione sciistica possa sostenersi senza generare danni ambientali e debiti economici (si parla di comprensori che a fatica arrivano a 2000 m, sovente con esposizione sfavorevole), si vogliono buttare un sacco di soldi in società già fallite e senza alcuna prospettiva futura e, nel frattempo, ci si disinteressa totalmente di ogni altra cosa veramente utile a vivere, risiedere e lavorare lassù, inclusa l’ineludibile riconversione turistica post-sciistica. Non generano tornaconti né consenso elettorale, queste cose, mentre per una scintillante nuova seggiovia e per un nuovo efficientissimo impianti di innevamento artificiale si trovano soldi in abbondanza e prime pagine sugli organi d’informazione con relativa propaganda, già. Ed è inutile aggiungere che, se qui io cito l’alta Valle Brembana in quanto caso recente, non è che uno dei numerosi del tutto simili che si possono constatare un po’ ovunque, sulle montagne italiane: qui ad esempio trovate un altro caso emblematico sul quale ho scritto.

Dunque, va tutto bene? Andiamo avanti in questo modo? La “salviamo” così, la montagna?

Cosa vogliamo fare?

La bellezza in montagna, o forse no

[Per ingrandire l’immagine e leggere meglio, cliccateci sopra.]
Nel 2020, per la seconda edizione di ALT[R]O Festival, creai lungo un tratto del Sentiero Rusca una sorta di “percorso letterario” denominato “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole” dotato di “segnavia” fatti da citazioni tratte da libri variamente dedicati ai temi della montagna e al paesaggio “stencilate” direttamente sul sentiero, nella parte dotata in certi tratti di un (discutibile, in verità) manto asfaltato per farsi anche ciclovia di fondovalle.

La prima delle citazioni che formavano il percorso è quella che mostra l’immagine lì sopra e che spiego di seguito (così come feci di persona in quei giorni del Festival accompagnando i partecipanti). Le altre le potete trovare qui.

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

[Panorama estivo dell’alta Valmalenco. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]
Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

Stasera il Vallone delle Cime Bianche è… a Somma Lombardo!

A chiunque fosse della zona, o in zona – tra Milano e Varese, insomma – consiglio caldamente di non perdersi la serata organizzata questa sera dal CAI di Somma Lombardo sul progetto di salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, l’“Ultimo Vallone Selvaggio” delle Alpi valdostane minacciato da un devastante progetto funiviario a fini sciistici della cui pericolosità ormai tutti sono consci.

Per tanti preziosi motivi: perché il Vallone delle Cime Bianche è un luogo straordinario, tra i più belli delle Alpi occidentali; perché solo in preda a una mera follia si potrebbe pensare di distruggerlo con degli impianti e delle piste da sci; perché purtroppo c’è qualcuno talmente folle da pensarlo e dunque serve la mobilitazione di chiunque ami la montagna per salvarlo e chiederne la massima tutela; perché la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche è un atto esemplare e emblematico rispetto a tanti altri luoghi montani minacciati da simili infrastrutturazioni; perché Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, i principali promotori del progetto di salvaguardia del Vallone, sono persone splendide la cui carica umana e la genuina, autentica e contagiosa passione per le montagne che dimostrano – per le Cime Bianche e non solo – rappresentano il sigillo di qualità dell’opera di tutela che stanno portando avanti ormai da anni; perché sono anche ottimi fotografi che vi mostreranno con i loro scatti tutta la bellezza del Vallone e di quella porzione delle Alpi occidentali; perché supportare le loro iniziative e attivarsi – ciascuno per quanto possibile – in difesa delle Cime Bianche equivale a difendere se stessi ovvero tutti noi che amiamo le montagne e ne comprendiamo il valore culturale, sociale, economico, ecologico, ambientale inestimabile e pure chi alle montagne è disinteressato ma che alla fondamentale presenza di esse nell’ecosistema del quale facciamo parte deve il proprio benessere e la qualità di vita; perché, per quanto ho appena affermato, le montagne sono un patrimonio di tutti che nessuno si può permettere di rovinare e degradare per il tornaconto di pochi… e per innumerevoli altri motivi che, a questo punto, credo non serva citare per non tediarvi ovvero per fare in modo che li possiate scoprire da voi, partecipando alla serata di venerdì a Somma Lombardo.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it.]
Se lo farete, sono sicuro che tornerete a casa più ricchi: di bellezza, di consapevolezza, di passione per le montagne e la natura, di forza d’animo e libertà di spirito, di senso civico e di voglia di camminare in mezzo a tutta quella meraviglia montana godendone l’incontaminata purezza.

Per qualsiasi informazione sulla serata potete consultare il sito web del CAI Somma Lombardo.

Il successo di “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” (e ciò che se ne può ricavare)

Leggo con piacere che “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” la mobilitazione diffusa di sabato scorso 14 ottobre ’23 in numerose località delle Alpi e degli Appennini contro la turistificazione selvaggia delle nostre montagne, è stata un gran successo, che peraltro ribadisce quello dello scorso marzo per “Re-Imagine Winter”. Gran bella cosa perché, come scrivevo per presentare la giornata, è giunta l’ora per chiunque ami le montagne e ne voglia preservare quanto più possibile la bellezza e il valore di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il loro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti, come quelle che spesso stanno alla base delle infrastrutturazioni turistiche; occorre una ribellione gentile, certamente, ma parimenti solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto.

Immagino già che, tra i sostenitori della turistificazione montana, vi sarà chi penserà che siano stati solo “quattro gatti” quelli che hanno partecipato agli eventi della mobilitazione. Be’, sinceramente a me viene da ridere a pensare all’incapacità di quelli – ennesima da essi manifestata – di comprendere come invero siano sempre di più le persone che si rendano ormai conto senza più alcun dubbio di come certe opere imposte alle montagne siano assolutamente sbagliate e pericolose, e di quanto sia fondamentale tutelare i territori e i paesaggi montani da quella visione consumistica e degradante, nonché di come quella visibile nelle immagini non sia che l’avanguardia attiva della maggioranza che in modi variegati tanto quanto decisi dice “NO” a quelle opere, reclamando per le montagne uno sviluppo equilibrato, armonioso e basato sul buon senso.

D’altro canto, quanti sono quelli che impongono alle montagne le proprie scelte distruttive? Loro sì, sono una esiguissima minoranza (aritmetica tanto quanto politica) accecata dal potere, dalla volontà di guadagnare tornaconti vari e per questo insensibile alla cura dell’inestimabile patrimonio comune rappresentato dalle nostre montagne (dunque spesso anche le loro montagne, il che li pone ancora più colpevoli) che pretende di avere sempre ragione perché non sa e non vuole riconoscere il palese e grave torto di cui si fa interprete, che sta imponendo a tutti.

Tuttavia, ribadisco: questa minoranza di potere e di disastri ha i giorni contati. L’importante è che quando il loro sistema imploderà si possa essere in grado di salvare le montagne, le loro comunità e tutto quanto di autenticamente culturale identifica il territorio dal gran botto che ne deriverà. Noi che abbiamo a cuore le montagne ce la metteremo tutta, garantito.

P.S.: le immagini in testa al post, che fanno riferimento ad alcune delle mobilitazioni alpine e appenniniche, sono tratte dal sito web dell’A.P.E., uno dei soggetti promotori e curatori della giornata di sabato.

Pista di bob di Cortina, ha vinto il buon senso (forse)

Dunque, la nuova pista olimpica di bob di Cortina non si farà. O, per meglio dire, non si può fare, come da lungo tempo innumerevoli persone – da quelle più titolate nell’occuparsi di cose di montagna ai cittadini comuni – stavano dicendo e non per chissà quali doti di preveggenza ma per puro e semplice buon senso, d’altro canto ben poggiato su evidenze chiare e inconfutabili.

Meno male che l’hanno capita! – verrebbe di primo acchito da esclamare. Decine di milioni di soldi pubblici risparmiati, i luoghi interessati dall’intervento salvati dall’inesorabile cementificazione e dal degrado dovuto al probabile abbandono dell’opera nel giro di qualche anno (Cesana Torinese docet) così come è salva l’immagine di Cortina, altrimenti sottoposta a un inaccettabile scempio ambientale tanto quanto a una brutta figura su scala planetaria.

Ma l’hanno capita veramente? – viene tuttavia poco dopo da chiedersi. Già, perché a leggere le cronache che danno la notizia e le parole dei vertici sportivi responsabili, pare che la loro decisione non sia tanto il frutto di quel buon senso auspicato da tutti ma di una necessità alla quale non si sa più come sfuggire, di una “coercizione” che essi ritengono di stare subendo per chissà quale allineamento di sfortune. Ovvero, che nonostante le proteste e i pareri sfavorevoli sull’opera provenienti da ogni parte e in primis dalla maggioranza della comunità ampezzana, i “mandanti” della pista di bob l’avrebbero certamente costruita, in presenza di condizioni politiche e cronologiche consone, così spendendo quella cifra spropositata di soldi pubblici e fregandosene bellamente sia dell’impatto ambientale che di quello socioeconomico, soprattutto in ottica post olimpica. Il che, a mio modo di vedere, non cambia di nulla le considerazioni elaborate riguardo la qualità, ovvero la nocività, della gestione politico-amministrativa dei territori di montagna, ancor più quando sottoposti a eventi del genere – correlati per molti aspetti al tema della gestione della pressione turistica in quegli ambiti, ad esempio.

Ai sostenitori della pista di bob, e ai loro sodali, tocca gioco forza di scendere dal piedistallo dal quale fino a ieri proclamavano sicumere e saccenterie d’ogni sorta non risparmiando livori vari e assortiti verso chi osava pensarla diversamente («Diversi soggetti senza competenze esprimono pareri bizzarri» sosteneva solo un mese fa il Presidente del CONI, mentre quello della Regione Veneto non perdeva occasione di dichiarare che la pista di bob rappresentasse un «orgoglio veneto» sottintendendo di conseguenza che chi non la pensava così stesse offendendo la regione e i suoi abitanti) ma il timore è che lo abbiano fatto solo per cercarne un altro di piedistallo sul quale issarsi e ricominciare daccapo la loro sceneggiata, sul palcoscenico olimpico oppure sui tanti altri che, ahinoi, la turistificazione consumistica delle montagne offre.

Tiriamo dunque un bel sospirone di sollievo per Cortina e per la meravigliosa conca ampezzana ma, inevitabilmente, manteniamo occhi, mente e cuore aperti nonché l’animo sensibile alla salvaguardia delle nostre montagne e a tutte quelle circostanze che possono metterla a rischio, cioè quei casi in cui il più sano, naturale e civico buon senso venga messo da parte, quando non bellamente calpestato, per inseguire meri e biechi tornaconti economici, politici, elettorali, d’immagine e di potere travestiti da “rilancio/valorizzazione del territorio”, “opere fondamentali” o “orgogli (più o meno) locali”. Tutte cose che non hanno mai fatto bene alle montagne e alle loro comunità e mai ne faranno.

P.S.: qui trovate tutti gli altri articoli nei quali ho scritto della pista di bob di Cortina.