Quanto distano Milano e Tallinn?
Circa 2500 km su strada, poco meno di 1900 per via aerea. O magari 0. Zero, sì.
A breve potrebbe essere così, grazie (lo dico con tutta la modestia del caso, eh) al mio libro Tellin’ Tallinn, già.
In fondo, come dico spesso, i viaggiatori sono il viaggio, e per molti versi sono anche il luogo verso cui viaggiano e nel quale vivono, per qualche ora o per più tempo. Quindi, mi piacerebbe provare a unire Milano e Tallinn, con la storia che racconto nel mio libro, a portare un luogo nell’altro, un viaggio dentro l’altro viaggio, fino a ricavarne un’armonia – in tutti i sensi.
Perché il vero viaggio è quello che avviene innanzi tutto dentro il viaggiatore, e se la destinazione è una città dal fascino sorprendente e pressoché unico come Tallinn, allora il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola – un’unica meta.
Insomma, dal momento che non c’è neanche un volo diretto, tra le due città… ecco, seguite il blog e a breve ne saprete di più!
(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Il primo articolo è qui.)
Questa seconda citazione “stencilata” lungo il Sentiero Rusca per “Camminare sulle Parole” è tratta da Il Silenzio (pagg.42-43), un romanzo nel quale Max Frisch utilizza la montagna come ambito nel quale mettere in discussione la vita, i sogni, le ambizioni, il valore umano del protagonista, e dal quale (ovvero dalla cui dimensione così particolare) cercare di trarne alcune buone risposte – in effetti il titolo originale del libro è Antwort aus der Stille, “Risposta dal silenzio”. A suo modo nel romanzo il grande scrittore svizzero mette in discussione anche alcune delle certezze elementari sulle quali noi tutti basiamo, in modo sovente automatico e non meditato, la relazione con il mondo in cui viviamo, in generale, e con la montagna e il suo paesaggio in particolare, anche dal punto di vista estetico.
Così Frisch ci fornisce una sorta di “risposta”, o di considerazione alternativa, a quanto scriveva Dandolo nel brano della prima citazione di questo cammino letterario, invitandoci a non considerare, nel bene o nel male, solo ciò che è grande e spettacolare (pur se è su tali elementi che è stato costruito l’immaginario estetico alpino in uso, cioè sulla spettacolarizzazione, a volte esasperata al punto da risultare distorcente, degli elementi geografici e geoscenografici più evidenti nel paesaggio) ma di prestare attenzione anche alle cose minime, ai più piccoli dettagli, a quei particolari che spesso non vediamo, sopraffatti da quelle visioni più grandi e spettacolari, ma che a loro volta concorrono a determinare (materialmente e immaterialmente o, se preferite, geograficamente e culturalmente) il paesaggio alpino, se sommati insieme forse pure in modo maggiore che gli elementi geografici più imponenti. A ricercare la grande bellezza anche nelle piccole cose, insomma.
Così, per ribadire le parole di Frisch, «a volte anche un fungo, che preso in mano si sbriciola, può essere molto bello, o un pezzo di legno marcio che, staccato da un tronco d’albero umido, si frantuma tra le dita». È la bellezza della vita che c’è ovunque, in montagna, anche dove a volte non è così visibile ed evidente, ma che ci può regalare dettagli tanto minimi quanto emblematici ed emozionanti: magari in tal modo rimanendo impressi nella nostra mente, e nel nostro animo, esattamente come il più scenografico panorama, sovvertendo ciò che potevano pensare di quei minimi dettagli, forse ritenendoli “brutti” o comunque insignificanti. No, tutto il paesaggio montano è significante, in ogni suo elemento: anche solo per questo ovunque, in esso, è possibile trovare “bellezza”. Serve solo saperla cogliere ovunque, appunto, e comprenderla al meglio, per poter sentirsi «felici e grati». Pare “tanta roba” fare ciò, ovvero qualcosa di difficile: e se invece non lo fosse?
[Foto di Valiphotos da Pixabay.]Puntualmente, ad ogni cambio di stagione e di relativo paesaggio, mi chiedo per l’ennesima volta quale potrei dire che sia, per me, la stagione meteorologica e climatica preferita. Se l’inverno con la sua neve e i cieli limpidissimi, la primavera con la sua esplosione di vita e di colori, l’estate col caldo e la sua luce infinita oppure l’autunno con le sue sfumature e il lento quietarsi della Natura. Così, ogni volta mi do una risposta che, puntualmente (vedi sopra) dopo tre mesi circa mi smentirò, d’altro canto sapendo bene come tali risposte, e la stessa domanda a cui si riferiscono, siano di quelle così astratte da risultare, appunto, affascinanti nella loro indeterminatezza.
Posto ciò, tuttavia, devo dire che l’autunno mi genera sempre un’attrazione particolarmente fascinosa. Le giornate che s’accorciano, la luce che cala inesorabilmente, le ombre che s’allungano, il clima via via più fresco, l’odore dei primi camini accesi e quei fantasmagorici colori e profumi che diffondono i boschi, con la sensazione vivida che, dopo l’irrefrenabile energia estiva, tutto torni ad una dimensione più tranquilla, pacata, più riflessiva, preparandosi così al silenzio e alla stasi invernali. Ecco: l’autunno, se devo riassumere queste percezioni personali in poche parole, mi genera un senso di garbata intimità, verso tutto lo spaziotempo che lo contraddistingue e gli elementi del suo paesaggio il quale, dal mondo esteriore, diviene in modo assai vivido e forse più che in altri momenti dell’anno anche il mio paesaggio interiore. Una consonanza tra “paesaggi” che è per me fondamentale, al fine di recepire al meglio le sensazioni della stagione, dei suoi istanti, di quanto possono offrire di materiale o immateriale e adeguarmi ad essi con la più consona profondità di mente, d’animo e di spirito.
Forse, già: perché magari poi percepirò le stesse sensazioni anche nelle altre stagioni dell’anno e nuovamente, anzi puntualmente, mi rimarcherò simili considerazioni per quei momenti e per le loro differenti peculiarità. In fondo, ribadisco, è proprio questo il bello del rincorrersi delle stagioni e dei loro paesaggi, e del perdere futilmente qualche attimo a rispondersi a “domande” al riguardo che, in fin dei conti, sono per esse stesse anche la miglior risposta possibile.
(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui.)
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Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo Paci, L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»
Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?
Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!
Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?
«E voi ancora non avete visto niente… Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.»
«Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci… Se, presémpio, uno ci cascasse dentro?»
«Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: ‘Ha bagagli il signore?’»
[Una raffigurazione di Tartarino sulla copertina di una vecchia edizione dell’opera di Daudet pubblicata da Bietti nel 1967; fonte qui.]Anche Daudet, grazie alle (dis)avventure alpine del suo celeberrimo Tartarino, intuì benissimo – e fu tra i primi a prevederlo con tanta vividezza – la degradante fine che avrebbe (e ha) fatto in molti casi il turismo sulle Alpi. Eppure, ancora oggi in tante località si continuano a perseguire e imporre modelli di turismo che sviliscono la montagna e vi causano danni incredibili – cioè proprio da non credere che possano essere cagionati e che li provochino quelli che si fanno credere i “difensori” dei monti, quelli che “li hanno a cuore”, che li vogliono “valorizzare”… quando invece ne guastano la realtà, il valore, la cultura e qualsiasi buon futuro.
Perché ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quei primi illuminanti moniti e dopo tutto quanto accaduto fino ai giorni nostri, molte zone delle Alpi devono sottostare alle convinzioni, alle opere e alle relative conseguenze di così inopinate e pericolose menti bacate?