Liberarsi dai governi

Non sono molti i momenti in cui vivo sotto un governo, persino in questo mondo. Se un uomo è libero nel pensiero, nella fantasia, nell’immaginazione, in modo tale che ciò che non è non gli appare mai per molto tempo come ciò che è, non è detto che governanti o riformatori stolti riescano a ostacolarlo.

(Henry David ThoreauDisobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Milano, Feltrinelli Editore, 1992-2018, pag.44.)

Perché Thoreau, e perché questa citazione? Perché sì, a prescindere. Leggere Thoreau, considerare il suo pensiero e rifletterci sopra, sono pratiche che dovrebbero risultare quotidiane, o più frequenti possibile, per qualsiasi individuo libero e con lo sguardo rivolto al futuro. Ugualmente, lo dovrebbero essere per qualsiasi individuo che voglia rendersi libero da certi elementi del tutto antitetici ad un buon futuro, per se stesso e per il mondo in cui vive.

Ma certo, riguardo questa citazione nello specifico, e constatando le azioni dei governi di molti stati del mondo di oggi, stolte a dir poco, mi pare che il suo messaggio diventi ogni giorno più importante e necessario, ecco.

Non capire l’arte

Capita spesso di sentir dire di qualcuno che non comprende l’arte contemporanea, ma ama quella del passato; tutto questo nasce da un equivoco fondamentale nei confronti dell’arte stessa e si può essere sicuri che le persone che cosi parlano non capiscono nulla né dell’arte del passato né di quella contemporanea.

(Piero Manzoni, La ricerca dell’immagine, 1957 circa, in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.59.)

Beirut

[Immagine tratta da questo video sul canale YouTube di The Guardian.]
Guardando con inopinato sgomento le immagini di quanto accaduto a Beirut, dell’immane esplosione, della città per buona parte devastata, dei suoi abitanti che vagano tra le macerie sbigottiti, confusi, feriti, mi tornano alla mente – e come a me a tanti altri, suppongo – le celeberrime immagini della città libanese scattate dal grande fotografo milanese Gabriele Basilico, che la ritrasse nel 1991 appena dopo la fine della guerra civile che sconvolse il paese mediorientale e ridusse una delle più splendide città di quella parte di mondo, la “Parigi del Medio Oriente” come venne definita negli anni Sessanta dello scorso secolo, in un paesaggio devastato e spettrale, apparentemente privo di vita – proprio come lo volle ritrarre Basilico nei suoi scatti privi di presenze umane.

[Gabriele Basilico, Beirut 1991. Immagine tratta da http://www.mufoco.org/omaggio-a-gabriele-basilico/]
L’analogia tra le immagini di trent’anni fa e quelle odierne è evidente e spaventosa, anche per come rimarchi la costante sorte nefasta che sembra infierire su Beirut e sui suoi abitanti, purtroppo per motivi sempre legati a colpe umane. Ma ho letto una cosa – qui – legata al lavoro che fece Basilico a Beirut e che mi pare assolutamente adatta anche alla cronaca di questi giorni:  racconta la photo editor Giovanna Calvenzi, curatrice di mostre sull’opera di Gabriele Basilico, che quando venne chiamato insieme alla scrittrice Dominique Eddé per documentare le devastazioni nel centro della città «sembrava disperato, continuava a ripetere che non era un fotografo di guerra. Poi un giorno Eddé lo ha portato in cima all’Holiday Inn e per la prima volta, da quella prospettiva, ha capito che la città era viva e che solo la sua pelle era stata profondamente martoriata».

Ecco, Beirut è una creatura urbana troppo spesso martoriata ma sempre resiliente e costantemente viva, a cui non si può che augurare di restare tale, di risollevarsi, riprendersi e continuare a coltivare il proprio inimitabile fascino, qualcosa che, nonostante tutte le tragedie subite, non è mai venuto meno e mai svanirà.

In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.