«Mamma li tu…risti (sui monti)!»

[Immagine tratta da questo articolo de “il Dolomiti“.]

Luigi Casanova è presidente onorario di Mountain Wilderness, associazione ambientalista che si è distinta nella difesa degli spazi selvaggi dall’antropizzazione indiscriminata. Casanova di professione è custode forestale in Val di Fassa e Val di Fiemme. Il suo è un punto di vista radicale e combattivo. Nel 2017 ha partecipato al convegno Unesco in Val Pusteria, in cui si lanciò un allarme: i flussi del turismo, entro il 2030, sarebbero aumentati del 30% a livello globale. Attualmente, mi ricorda, l’Alto Adige è visitato da 9 milioni di turisti l’anno, il Trentino da 5 milioni. «Di tutte le proposte nate in quel convegno non è rimasto nulla, nessuna traccia nella riflessione dei politici o del mondo dei partiti che governano le Dolomiti. Poi è avvenuto ciò che è avvenuto l’anno scorso, e tutto si è complicato». Faccio notare a Casanova che ai territori investiti dal flusso di turisti e denaro corrispondono intere vallate spopolate, tra il bellunese e la Carnia. «È vero, da una parte le terre abbandonate, dall’altra le terre “obese” del Trentino, Alto Adige e Cortina, abitate da personaggi pieni di sé: non sanno più dove buttare i soldi, non ne hanno mai abbastanza». Criticare i turisti, mi spiega, non aiuta a mettere a fuoco i veri problemi della montagna. «Quando le strade di penetrazione ai rifugi vengono raddoppiate in ampiezza, quando accanto agli impianti di sci si allestiscono centri con parchi avventure, questa è una scelta e una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente, non del cittadino che poi usufruisce di queste strutture. Hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia: siamo noi montanari ad avere perso la cultura del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E insieme rischiamo di perdere la montagna. Manca la gestione del territorio, perché si fa fatica a togliere i sassi, tagliare gli arbusti, l’erba. Avere cura della montagna significa tutto questo. Tra dieci anni, quando non ci sarà più nessuno che va a pulire il bosco, le canaline delle strade forestali per mantenere i drenaggi, nessuno che tiene aperti i sentieri, che turismo potranno proporre? La situazione è sfuggita di mano e la trasformazione a cui stiamo assistendo è violenta e veloce, proprio sotto i nostri occhi».

Questo è un brano tratto da un bell’articolo di Nicola De Cilia pubblicato il 1 luglio scorso sull’altrettanto notevole rivista “Gli Asini”, intitolato Una montagna di gente. L’impatto del turismo nelle località alpine; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Posto tale titolo “programmatico”, l’articolo offre, pur nella necessaria stringatezza, un chiaro panorama della particolare e per certi versi bizzarra realtà turistica alpina divenuta palese a seguito dell’emergenza Covid ma invero già in maturazione da qualche tempo.

È un tema che ho trattato più volte anch’io, qui sul blog e altrove: in particolare in questo articolo, quasi un anno fa, interrogavo me e i miei lettori su come, quanto e perché una tale inopinata invasione turistica dei monti, e delle località alpine in particolare, potesse essere considerata un’opportunità o di contro una calamità. Perché è sicuramente bello che molta gente comune, non avvezza alle alte quote, “scopra” la montagna, la sua bellezza, le sue prerogative, il suo valore; è molto meno bello che lo faccia in maniera assai superficiale, sull’onda di “mode” del momento ovvero di mere e spesso bieche strategie turistico-commerciali, ed è ancor meno bello che da un’esperienza così potenzialmente didattica, illuminante, ravvivante la mente e l’animo, se ne torni a casa senza nemmeno aver capito dove si trovasse, cosa abbia visto e magari con un paio di “originali” gadget «Made in China» in valigia. Come spiega Luigi Casanova in un passaggio del brano sopra citato, spesso c’è di mezzo «una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente», i quali «hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia». Invece, i primi custodi della montagna, non solo dal punto di vista politico, amministrativo, economico e quant’altro ma, soprattutto, dal punto di vista culturale, sono i montanari. Sembra un’ovvietà, questa, e invece non lo è. D’altro canto chi per primo ha il dovere e il diritto di far comprendere la bellezza e il valore delle montagne se non chi le abita, magari da secoli? Le montagne non vivono con il turismo, come la politica vuole far credere per basare su ciò un gran giro di denari e di interessi particolari: vivono grazie a chi le vive, e solo se qualcuno le vive e lo fa a fondo e consapevolmente possono vivere anche di turismo, un turismo che le aiuterà a costruirsi un buon futuro e che in questo modo non diventerà il sipario che inevitabilmente e definitivamente calerà sul loro paesaggio, come in molti luoghi sta accadendo.

Come ribadisco, è un momento di potenziale opportunità o di possibile disastro e il limite tra questi due futuri prossimi è sempre più sottile e fragile: dobbiamo agire per ampliarlo e rinforzarlo il più possibile, prima che sia troppo tardi.

Una delle città più belle

[Foto di Pascal Debrunner da Unsplash. Fateci “clic” per ingrandirla.]

Il cielo si mantiene imbronciato, il che nuovamente adombra i colori ma elargisce gran quantità di fascino e mistero al paesaggio, che non potrebbe essere più mitologicamente iperboreo di così. Lascio Narvik sulla destra, faccio una pausa in un minuscolo villaggio ove sono più le caffetterie delle case (i norvegesi bevono litri e litri di “caffè”, cioè di quella bevanda che loro chiamano in tale maniera e che ovviamente è assai differente dal nostro caffè: i primi giorni schifa abbastanza, ma devo dire che, abituandocisi, non è peggio di altri caffè-brodaglia che si possono provare in giro per il mondo) e quindi punto verso Tromsø, la capitale dell’Artico, la città norvegese più importante oltre il circolo polare (ha più di 60.000 abitanti), e nota a molti per detenere il soprannome di “Parigi del Nord”! Be’, è un soprannome forse pomposo ma nemmeno così esagerato: la città è veramente bella, raccolta per sua gran parte sull’isola di Tromsøya piazzata proprio in mezzo al proprio fiordo e unita alla terraferma da lunghi e scenografici ponti; è assai animata, popolata da tanti giovani essendo sede universitaria (l’università più a Nord del mondo!) e le vie pedonali del centro, sulle quali si affacciano negozi e pub a dozzine, regalano un’impressione urbana propria di latitudini ben più meridionali. Insomma, ci si potrebbe tranquillamente dimenticare di essere già molte centinaia di chilometri oltre il Circolo Polare Artico, ma cordialmente una gigantografia posta della hall dell’hotel nel quale alloggio riporta il tutto alla propria effettiva realtà: la grande fotografia riprende Tromsø in veste invernale, adagiata sulla propria isola imbiancata e contornata dal blu profondo delle acque del fiordo, e tutto intorno un orizzonte infinito di cime montuose ghiacciate sotto un cielo color acciaio, dalle quali, se nella foto non si vedesse la città, si potrebbe dire di essere di fronte ad un paesaggio antartico o quasi.

(Dalle mie “Impressioni di viaggio al Circolo Polare Artico”, il diario personale di un’avventura on the road nella Norvegia del Nord di qualche anno fa, dalle isole Lofoten fino a Nordkapp. L’immagine che vidi nell’hotel di Tromsø, citata nel brano, era molto simile a quella che vedete in testa al post.)

 

Un buon posto per meditare

Una delle numerose panchine da meditazione sparse nel meraviglioso territorio dell’Engadina, qui poco sopra il villaggio di Silvaplana.

Foto di Uwe Conrad da Unsplash.

I trekking sulla “Dol dei Tre Signori”

Mi unisco con gran piacere al magazine “Orobie” per comunicarvi che, dopo la pubblicazione della guida escursionistica “Dol dei Tre Signori”, realizzata da Orobie con il supporto di Italcementi per fare conoscere il cammino della Dol – Dorsale orobica lecchese tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e della quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, nell’ambito del progetto di rilancio del percorso di Moma Comunicazione e con il coinvolgimento dell’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste, ecco finalmente la possibilità di percorrere la “Dol dei Tre Signori” grazie alla collaborazione con il social tour operator Viaggi e Miraggi.

Sono due le possibilità di viaggiare lungo l’itinerario: dal 28 agosto al 4 settembre 2021 oppure dal 18 al 25 settembre 2021. Sette giornate che consentono di passare dallo splendore e dalla ricchezza storica ed artistica della Città Alta di Bergamo fino alla Valtellina o al Lago di Como. Natura, storia, geografia, paesaggi, arte e sapori antichi si offrono ai sensi del viandante in un crescendo continuo di visioni, emozioni, esperienze e percezioni di rara bellezza. Camminando su antichi sentieri che intersecano alcuni dei gruppi montuosi più spettacolari e emblematici della Lombardia, si attraversano borghi che raccontano la vita in vallate dalle tradizioni millenarie come la Val San Martino, la Valle Imagna, la Valsassina, la Val Taleggio, la Val Brembana, la Val Varrone e la Val Gerola pernottando in rifugi di grande fascino, per raggiungere infine la Valtellina in vista dei giganti delle Alpi Retiche.
Ovviamente, se deciderete di partire e vivere un’esperienza così intensa ed emozionante, la lettura della guida vi potrà ancor più accrescere la bellezza del viaggio, senza alcun dubbio, oltre a rendervi consapevoli della miriade di cose che potrete scoprire nel corso del cammino.

Cliccando qui potete scoprire il programma completo del trekking e come potervi partecipare, affiancati da esperti accompagnatori di media montagna e con la presenza degli autori della guida.

Per sapere invece ogni cosa sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate qui oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Montespluga, piccolo gioiello alpino

[Foto di Markus Spiske da Unsplash.]

Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.

Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.

Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.

Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.

Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.

[Immagine tratta da www.viaggiarenews.com.]
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.

P.S.: le immagini sono tratte da (dall’alto in basso e dove non già indicato in didascalia): commons.wikimedia.org, albergopostaspluga.it, bellitaliainbici.it, commons.wikimedia.org, tripadvisor.it, albergopostaspluga.it, it.wikipedia.org.