Il paesaggio è un modo di pensare

[Foto di Julien Riedel su Unsplash.]

Insegnare il paesaggio è in qualche modo una contraddizione in termini, perché il paesaggio non si insegna, non si impara, non è una disciplina definita, non è una materia che si può inserire in un programma di studi. Più che un sapere, il paesaggio è un “metodo”, e ancor prima di essere un metodo è un modo di vedere, di immaginare e di pensare le cose.
Le innumerevoli definizioni del termine «paesaggio» indicano l’inutilità, e anche l’impossibilità, di procurarne una definizione, perché c’è qualcosa nel paesaggio che sfugge in permanenza, che non si lascia abbracciare da uno sguardo univoco. Le numerose discipline che si occupano di paesaggio lo sanno, ma rinunciano per ragioni pragmatiche a questo relativismo, e agiscono come se il paesaggio fosse un oggetto come tutti gli altri. Invece, l’essenza stessa del paesaggio è proprio nella sua refrattarietà a un pensiero frontale.
Il paesaggio va colto di profilo, e quello che davvero conta non è il “cosa” ma il “come” del paesaggio, cioè la sua natura ambigua, dinamica, in progress. Per avvicinare il fenomeno paesaggio bisogna modificare le nostre attitudini, bisogna restituire elasticità al pensiero, bisogna accettare l’incompiuto, il frammento, il confine incerto. Proprio in questo senso insegnare il paesaggio è uno sforzo auspicabile, perché aiuta a cambiare l’orizzonte mentale.
Il paesaggio è un modo di pensare, e proprio per questo può diventare un buon metodo per affrontare problemi complessi e per insegnare ad affrontarli. Il paesaggio può insomma rappresentare un’alternativa preziosa per chi crede che l’insegnamento corrente, scivolato nella superficialità o nell’eccessiva specializzazione, ha bisogno di un ripensamento radicale.

[Matteo Meschiari, Pensare-Paesaggio. Il paesaggio come metodo, in Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica, Armillaria Edizioni, 2017.]

La Valmalenco, i giornali cinesi e il futuro del turismo

[Veduta panoramica dell’alta Valmalenco con in primo piano il Lago Palù. Immagine tratta da www.avventuramente.com.]
Trovo sempre interessante e significativa la lettura degli interventi sui media degli operatori dell’industria dello sci e dei soggetti politico-economici ad essa legati, ovviamente in bene e in male stante le mie opinioni su tali temi per la cui costante rifinitura nutro l’interesse suddetto. Poi tali letture di frequente mi fanno sorgere, a margine di esse e dei loro contenuti, divertite suggestioni: ad esempio, dopo aver letto l’intervista di Roberto Pinna, direttore del Consorzio Turistico Sondrio e Valmalenco pubblicata da “Sondrio Today” lo scorso 5 aprile (la potete leggere anche cliccando sull’immagine lì sotto), e dopo l’ascolto alla radio una rassegna della stampa internazionale la mattina successiva, m’è venuto di correlare la prima agli organi di informazione cinesi e al loro peculiare modo di diffondere le notizie. Sia chiaro, lo dico con il massimo rispetto per il direttore Pinna e con ovvio tono ironico, il quale tuttavia non lede la sostanza argomentativa alla base di quanto sto scrivendo.

Mi spiego: nell’intervista il direttore Pinna – figura certamente capace per il ruolo che ricopre – esprime considerazioni alle quali ci si può certamente trovare concordi. Come quando afferma che «Molte voci si augurano una transizione verso un’altra industria del turismo invernale in montagna, dove non tutto ruoti attorno alla neve. Un modello diverso rispetto a quello che si è imposto negli ultimi anni e che comunque non potrà essere realizzato dall’oggi al domani»: vero, infatti siamo già in ritardo con lo sviluppo di questa transizione, che va assolutamente accelerata. O quando osserva che «È vero che gli sport invernali, elemento di punta dell’offerta turistica, dipendono fortemente dall’affidabilità della neve ed è quindi importante comprendere gli impatti e i rischi dei cambiamenti climatici per una efficace progettazione di politiche e strategie di gestione del rischio», evidenza ormai lapalissiana. Oppure ancora quando dice che «Per il Consorzio, sarà cruciale sostenere strategie basate sulla diversificazione delle attività […] Analizzare, ripensare, investire, convertire dovrebbe essere l’unico modo operandi per un territorio montano […] Non abbiamo impianti di risalita che in estate diano buoni gettiti e risultati: investiamo dunque nella promozione, il territorio investa, su quei punti per coprire anche quei gettiti estivi che non sono sufficienti all’apertura, agevoli una trasformazione dell’arroccamento, unito alla ricettività»: tutte cose giuste, sembra proprio che il direttore si ponga perfettamente al fianco di chi già da tempo invoca e promuove un cambiamento profondo dei paradigmi turistici montani atto alla redistribuzione più equilibrata della frequentazione della montagna, d’altro canto inevitabile vista la realtà climatica in divenire e delle numerose variabili economiche, ecologiche, sociali, culturali che oggi ben più di ieri pesano sulle modalità di gestione del turismo nei territori montani (e non solo lì).

Altre osservazioni del direttore Pinna sono invece discutibili («L’innevamento artificiale rappresenta ancora oggi la strategia di adattamento dominante», classica “non verità”, cioè affermazione sostenibile solo se considerata in modo parziale e per sé stessa – peraltro non trattandosi di “strategia”, si legga la definizione del termine su un buon vocabolario – ma molto meno ragionevole se contestualizzata alla realtà oggettiva delle cose e al loro divenire) tuttavia ci sta, ci mancherebbe: il direttore osserva le cose dal suo punto di vista e in base alle proprie convenienze, legittimamente.

Ma ecco che, sul finale dell’intervista, scatta l’apparente “giravolta”: «A chi mi dice, allora si dovranno investire meno risorse nel turismo invernale, dico che ne servono di più. Ricordiamoci sempre che, se si vuole ripensare a un sistema, si dovrà includere e non escludere». Ma come? E le strategie basate sulla diversificazione delle attività? E l’analizzare, ripensare, investire, convertire? Il territorio che deve investire per coprire anche quei gettiti estivi che non sono sufficienti all’apertura? Tutte queste opportune considerazioni e poi alla fine si pretende che si investa ancora più di prima sul turismo invernale (il che, lo sanno anche i sassi ormai, significa una cosa sola)? E dunque con quali soldi si penserebbe poi di investire in quello estivo, sulla diversificazione delle attività, sullo sviluppo di modelli turistici diversi e più consoni alla realtà climatica e economica di oggi e di domani, visto che non siamo ricchi come la Svizzera o l’Arabia Saudita e già oggi l’industria dello sci assorbe la stragrande maggioranza degli investimenti?

Ecco: come dicevo all’inizio, sembra proprio di leggere le notizie dei giornali cinesi, espressione diretta della propaganda del potere ovvero della sua palese ambiguità (si consideri la posizione della Cina rispetto alla guerra in Ucraina, ad esempio). Che è parimenti l’espressione delle mire geopolitiche cinesi: legittima solo dal loro punto di vista ma equivoca da qualsiasi altro. Insomma: a leggere le parole del direttore Pinna viene da pensare che si voglia far credere qualcosa ma, in fine dei conti, si miri a qualcos’altro; o, per dirla gattopardianamente, si finga di voler cambiare tutto ma si punti a non voler cambiare nulla, come se nulla stesse accadendo – non solo dal punto di vista climatico – e come se null’altro potesse importare e abbisognare alla montagna e alla sua comunità residente nell’ottica di uno sviluppo complessivo e strutturato del territorio. Ovvero come se non si volesse considerare null’altro che non sia il proprio business – “proprio”, non della montagna, sottolineo di nuovo. Legittimo, certamente, che si sia d’accordo o meno. Ma quanto può stare ancora in piedi questa ambiguità? Spero a lungo, per certi versi, ma se così non dovesse andare come purtroppo innumerevoli report scientifici fanno temere parimenti ad altrettante analisi di natura socioeconomica e culturale, che ce ne faremo di tutti quegli investimenti rivelatisi fallimentari? Tentare quanto meno di dare corso a certe considerazioni e avviare veramente un modello che includa ogni sviluppo turistico – anche quello sciistico, certo, ma non più dominante come quasi nemmeno i cinesi saprebbero fare! – il più possibile svincolato dalle variabili climatiche o di altro genere e in grado di costruire un futuro ben più sicuro di quello che oggi può assicurare l’egemonia dell’industria dello sci?

Se si vuole che il turismo continui a restare una risorsa importante e un sostegno proficuo per i territori montani, lo sviluppo e la programmazione delle sue attività devono necessariamente avere un visione temporale a medio-lungo termine e una capacità di inclusione innanzi tutto della comunità residente e del suo intero tessuto socioeconomico, le cui filiere locali vanno sostenute a fianco del comprato turistico e in modi equilibrati ad esso, proprio per garantire nel tempo alla comunità una certa indipendenza economica, dunque anche sociale: che non sarà totale, senza dubbio, e la quale dunque potrà essere ben supportata dal turismo o da altre attività affini. Ma è questa la via migliore (forse l’unica?) per costruire il futuro dei territori montani, senza ambiguità in stile cinese e con profonda consapevolezza della realtà nella quale si opera, su scala locale tanto quanto generale. Includere, non escludere: è bene che tali belle e giuste parole diventino fatti altrettanto belli e concreti. Speriamo di riuscirci, tutti insieme.

I Piani di Bobbio, la stagione invernale appena conclusa, quelle future e qualche riflessione al riguardo

Mi scuso da subito per la prolissità del testo che state per leggere, ma è necessaria a offrire la massima chiarezza e comprensibilità espositiva nonché a evitare qualsiasi possibile cenno di mera e banale “polemica” o di voler sofisticamente mettere-i-puntini-sulle-i, intenzioni del tutto aliene ai contenuti che leggerete e semmai, il testo così elaborato, funzionale al confronto ineludibilmente costruttivo delle idee, senza alcuna preclusione.

Bene: premesso ciò, ho letto con molto interesse l’intervista rilasciata qualche giorno fa a “Valsassina News” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB – Imprese Turistiche Barziesi nonché presidente di ANEF Lombardia, la delegazione regionale dell’associazione degli impiantisti – la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra. Intervista stimolante, ad opera di Cesare Canepari, che mi ha generato parecchie riflessioni mirate innanzi tutto al luogo e alle sue peculiarità piuttosto che ad altri, ITB in primis.

Fossati è una persona intelligente e capace – lo dico non perché abbia qualche titolo per farlo ma per mera e sincera opinione personale – e sovente afferma cose con le quali non si può non essere d’accordo; d’altro canto, oltre che una figura imprenditoriale, nella sua doppia veste professionale e istituzionale è anche e inevitabilmente un promotore di marketing, comprensibile tanto quanto arbitrario. D’altro canto i Piani di Bobbio sono una località per molti versi emblematica rispetto al presente e al futuro del turismo montano: spazio prealpino molto prossimo alla parte più antropizzata della Lombardia a quote che nei prossimi anni facilmente registreranno sempre meno neve e temperature sempre più alte, dotata di un paesaggio peculiare e di grande valore culturale ma parecchio infrastrutturato in modo pressoché monoculturale, turisticamente “maturo” cioè ormai giunto al massimo sfruttamento possibile del territorio sul quale insiste.

[I Piani di Bobbio in inverno.]
La grande fortuna dei Piani è ovviamente la vicinanza a Milano e al suo hinterland, bacino d’utenza ampio e comodo a un’ora di auto dalla telecabina di arroccamento al comprensorio e unico vero strumento a disposizione per combattere la concorrenza dei più ampi comprensori valtellinesi; di contro l’offerta delle piste è di qualità sciistica medio-bassa, l’estensione altrettanto fatta eccezione per i tracciati sul versante bergamasco, verso la Valtorta, la cui apertura negli anni Ottanta ha “salvato” la località da un oblio altrimenti inesorabile. Dunque non ho motivo di dubitare, come alcuni fanno, delle 400mila presenze citate da Fossati per la stagione ormai al termine, un dato che certifica il lavoro svolto dalla “sua” ITB. Tuttavia non si può non notare che sono presenze concentrate su una stagione ormai ridotta a poco più di tre mesi e con soli 20 cm di neve naturale, come viene rimarcato nell’articolo: viste le temperature sovente registrate anche nel corso dell’inverno appena concluso, viene da pensare che se di precipitazioni ce ne fossero state come in stagioni (un tempo) normali, sovente sarebbero state piovose più che nevose, rovinando la qualità delle piste; il periodo siccitoso ha dunque favorito l’utilizzo dell’innevamento artificiale, nel bene e nel male di tale pratica e comunque nell’evidenza che tutto ciò, obiettivamente, non possa affatto rendere roseo il futuro come invece Fossati sostiene, almeno negli aspetti climatici (oltre che in quelli economici). Con ciò non voglio affatto costruire “verità” su mere ipotesi, semmai voglio invitare a riflettere con cognizione di causa rispetto a un domani che la climatologia ci fa prevedere alquanto difficile, e non solo per l’industria dello sci: altrimenti si rischia di navigare su un vascello che imbarca acqua ignorando il problema per poi ritrovarsi in affondamento definitivo senza poter più fare qualcosa – e sto pensando agli 82 dipendenti che Fossati oggi può ancora mantenere, domani me lo auguro di tutto cuore.

D’altro canto la positività espressa da Fossati nell’intervista di “Valsassina News”, oltre che dettata dai risultati ottenuti, appare come una (comprensibile) pratica di marketing dagli aspetti anche politici; qualche mese fa il futuro non gli appariva così roseo, come quando qui denotava «il pericolo circa la sostenibilità economica di un comprensorio sciistico come quello lecchese e un po’ tutto il comparto lombardo» per i costi di gestione attuali dello sci, che inevitabilmente si scaricano per una certa parte sul prezzo degli skipass (e una località come Bobbio non può certo permettersi di far pagare un giornaliero come Bormio o Livigno!), oppure quando segnalava che «Il periodo di siccità non ci aiuta di certo. Noi non consumiamo l’acqua, perché la trasformiamo in neve ma le riserve sono scarse. Adesso c’è ancora disponibilità ma gli invasi di accumulo sono ormai vuoti», un problema ancora aperto e anzi di gravità crescente, ancor più per un territorio come quello di Bobbio, ampiamente carsico, che non è affatto ricco di acque superficiali.

Altrove invece Fossati fa marketing, e anche piuttosto spinto, a favore della categoria della quale è presidente regionale. Qui afferma che «Grazie agli investimenti privati di imprenditori lungimiranti è stato possibile evitare lo spopolamento di molte località montane. L’intervento pubblico è fondamentale, ma perché abbiamo toccato con mano durante il periodo Covid cosa significa avere i comprensori chiusi. Il risultato è la desertificazione sociale. Quale è il problema? Non c’è consumo di acqua, perché la neve programmata torna ad essere una risorsa idrica, usiamo energie rinnovabili. Dicono che è finito il boom degli anni Ottanta. Ai Piani di Bobbio a fine stagione arriveremo a registrare 400 mila primi ingressi. Il dato più alto di sempre», dimenticando diverse cose: primo, che gli investimenti di imprenditori in molte località montane non sono sempre stati così lungimiranti ma di frequente hanno provocato la decadenza economica, sociale e ambientale delle relative località (vengono in mente gli orribili condominioni vuoti e a volte cadenti di Barzio e Moggio, finiti così non solo per i cambiamenti climatici, inoltre le vicine valli bergamasche sono piene di esempi al riguardo); secondo, che l’accostamento tra chiusure per Covid e desertificazione sociale non ha senso, tant’è che a fine “zone rosse” e senza più piste da sci aperte la montagna si è riempita di gente, anche troppo – ma sono comunque due questioni ben differenti nella loro sostanza; terzo, che pure citare il “boom degli anni Ottanta” è del tutto incongruo, visto che oggi si tratta di considerare innanzi tutto variabili climatiche, ambientali, ecologiche e che quelle economiche sono da esse derivanti, dunque paragonare successi commerciali di 40 anni fa a quelli di oggi è come paragonare Pelé con Messi: epoche diverse, stili diversi, contesto sportivo diverso, non conta che il pallone resti comunque sferico e si prenda ancora a calci come allora!

[I Piani di Bobbio in veste estiva.]
Infine, Fossati allora sosteneva che «L’intervento pubblico è fondamentale» ma su “Valsassina News” rimarca che «Abbiamo investito tanto ma sempre del nostro» seppur ammettendo che «I contributi, soprattutto regionali, sono arrivati solo negli ultimi anni, in quote del 20% sugli investimenti fatti e non sulla produzione di neve»: “mezza verità”, visto che la Regione Lombardia finanzierà con un milione di Euro l’innevamento della pista da sci di fondo dei Piani di Bobbio ma li darà al Comune di Barzio (così ITB può restare con la coscienza “linda”, al riguardo) e comunque altrove ma pur sempre in Lombardia accade l’opposto. E gli investimenti di svariati milioni di Euro prospettati a Barzio (strade, parcheggi eccetera) non vanno principalmente a portare vantaggi al comprensorio sciistico più che alla comunità residente? Certo, si può sostenere il contrario visto che non si è fruitori diretti degli stanziamenti, ma con tutta evidenza appare un’asserzione di ben difficile sostenibilità – e infatti quegli investimenti sono parecchio contestati da una parte rilevante di popolazione locale.

Ma se parimenti non regge l’affermazione di Fossati (sempre da qui) per cui: «Legambiente propone un turismo diverso, parla di ciaspole, camminate, ma sembra non capire che anche per questo ci vuole la neve» – be’, in realtà è proprio Fossati a (fingere di) non capire: se non c’è neve le escursioni si fanno comunque, si tolgono le ciaspole, si cammina e in ogni caso queste attività non abbisognano di infrastrutturazioni di sorta, poco o tanto invasive, costose, lunaparkizzanti; senza neve invece gli impianti restano fermi ed è lo sciatore a non poter far nulla – altrove dimostra ben più pragmatismo: «Noi operatori della montagna siamo sempre entusiasti di poter affiancare la Regione e dare il nostro contributo operativo, per avvicinare sempre più persone alle nostre montagne, fatte non solo di sci alpino ma di moltissime altre opportunità» dimostrando di sapere bene che lo sci su pista non è tutto, anzi, è solo una parte quantunque importante ma sempre più marginale, a giudicare dalle indagini di mercato, della frequentazione turistica montana.

Ora, sia chiaro, non voglio affatto fare noiosamente le pulci alle parole e alle affermazioni di Fossati, peraltro assolutamente legittime e, ripeto, comprensibili nella sua posizione; anzi, con tutto ciò ci tengo a dimostrare quanto ritenga Fossati, messi da parte gli slogan promozionali più o meno motivati, la figura capace per come ho scritto in principio di questa mia dissertazione. Le 400mila presenze di Bobbio sono un bel successo, e obiettivamente è una notizia ben migliore di qualsiasi altra che – ipoteticamente, s’intende – rimarcasse per qualsivoglia causa l’oblio della località. Come lo stesso Fossati ha dichiarato in altri articoli, i Piani di Bobbio hanno consolidato una tradizione sciistica che, se gestita in maniera ecologicamente, ambientalmente e economicamente virtuosa, può ben proseguire con simile successo senza tuttavia che ciò possa riservare il diritto o la mera volontà ignorare la situazione di fatto attuale e futura delle nostre montagne, soprattutto nei suoi aspetti climatica. Visione imprenditoriale in tal senso Fossati ne manifesta nella stessa intervista a “Valsassina News”; dal mio punto di vista sarebbe auspicabile che su tale visione potesse integrarsi e svilupparsi una maggiore attenzione culturale verso il territorio dei Piani di Bobbio, il suo ambiente naturale al di fuori delle piste da sci e le sue notevolissime valenze paesaggistiche. Un patrimonio peculiare che genera l’identità culturale dei Piani ben più che la presenza del comprensorio sciistico, e che rappresenta da un lato un tesoro da salvaguardare e dall’altro uno scrigno di opportunità del quale fruire per sviluppare e sostenere una frequentazione dei Piani che non punti solo alla mera presenza ludico-ricreativa ma alla relazione degli ospiti con il territorio e il paesaggio, così da approfondire una conseguente fidelizzazione verso il luogo che nel medio-lungo periodo possa garantire la sostenibilità economica di chi ci lavora. Tutte cose che si possono mettere in pratica attraverso innumerevoli modalità per la cui buona partenza serve invece solo una cosa fondamentale: la volontà. Anzi due, anche la visione programmatica verso il futuro, che peraltro ogni attività imprenditoriale deve necessariamente sviluppare in modo consono alla propria realtà e alle sue evoluzioni concrete, ancor più in collaborazione con le amministrazione pubbliche locali quando il territorio sia pregiato e delicato come quello montano.

Ecco: poste le mie convinzioni più volte espresse sia sui Piani di Bobbio che su altre località delle montagne valsassinesi, mi auguro che quanto sopra auspicato possa realizzarsi, per il bene di tutti.

Mi scuso ancora per la lunghezza di questo mio scritto e vi ringrazio molto se siete giunti a leggerlo fino qui.

(Le immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook dei Piani di Bobbio.)