No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.
Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.
Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.
Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.
[Foto di Natalia Kollegova da Pixabay.]Siamo negli ultimi giorni della stagione invernale, qualche fiocco di neve che testardamente cade dal cielo attesta il tentativo dell’inverno di farsi ancora vivo e presente per non andarsene via bistrattato da tutti. Ma ormai la primavera è alle porte, non lo attesta solo il calendario: s’è fatta già annunciare distintamente con alcune recenti giornate assai miti e radiose.
Nonostante il freddo notturno che persiste, appunto, sui monti la neve svanisce a vista d’occhio, quasi, e giorno dopo giorno gli squarci verdi d’erba e grigi di rocce, ormai liberi dalla copertura nevosa, si fanno sempre più estesi, ampliandosi come s’estende la luminosità del cielo, s’allungano le giornate e s’allarga il cuore nel crescente scoppio di entusiasmo naturale primaverile. In tal senso, per molti la neve che si scoglie sui monti genera l’allegria fremente di un ritorno alla vita, in altri invece incute una certa inopinata malinconia: vi è certamente una forte suggestione di matrice “poetica” in questo periodo di passaggio stagionale, di uscita dal gelo e dal buio invernale verso la luce e il caldo estivo, di trasformazione del paesaggio, di esplosione cromatica, e tutto con maggior evidenza e rapidità di quanto accade nell’altro periodo di cambiamento naturale, quello autunnale. Sedersi su un prato di montagna che si sta liberando dalla neve permette quasi di sentire il rumore di ogni singolo fiocco nevoso che svanisce, dei rigagnoli di acqua di fusione che si moltiplicano per quanto il Sole si faccia più caldo, o magari – con un quid di visionarietà, che non fa mai male – di percepire tra i fili d’erba ancora in gran parte prostrati la spinta dei boccioli dei primi fiori appena sotto l’umido terriccio superficiale, nel mentre che dal bosco illuminato da una luce ormai potente si fanno sempre più udire gli uccelli con il loro canto, quando fino a solo qualche giorno prima nell’ombra del monte il silenzio acuiva la perentorietà del dominio invernale.
In ogni caso, a prescindere dai diversificati stati d’animo che chiunque può generare dentro di sé in questi giorni, chi si mostra sensibile alla Natura e alla biosfera sa bene che il periodo dello scioglimento della neve, fenomeno ovviamente dipendente da quanta ne è caduta durante l’inverno, alle nostre latitudini è uno dei più importanti e potenzialmente vitali per l’ambiente naturale, dacché da esso dipende buona parte della bella stagione e delle sue condizioni biologiche, con tutto ciò che ne consegue per uomini, piante e animali e per la loro esistenza fino almeno al prossimo autunno – anche al netto delle piogge che nei mesi successivi potranno cadere. Niente come la neve invernale che si scioglie apporta acqua al paesaggio idrico e a qualsiasi cosa che da esso dipende – in primis la nostra sete! – per tale motivo ciò che accadrà al fenomeno nivologico in forza dei cambiamenti climatici in atto è qualcosa di realmente fondamentale per il nostro futuro, al pari dell’andamento dei ghiacciai – a loro volta dipendenti dalla neve caduta durante i mesi freddi.
Quella che vedete sciogliersi sui monti, ora che viene la primavera e le giornate si fanno via via più miti, è neve ma non solo: è vita, in forma liquida, che segna lo scorrere del tempo, trasforma il paesaggio, nutre la terra e ci permette di continuare la nostra esistenza quotidiana. È delicata poesia naturale e concreto pragmatismo quotidiano, fenomeno naturale “ineluttabile” tanto quanto opportunità da comprendere e godere. Ed è sempre e comunque un’ennesima, potente manifestazione di bellezza che possiamo ammirare e contemplare con la mente e della quale al contempo nutrire il cuore, l’animo e lo spirito. Perché ogni cosa nel paesaggio naturale, anche quella apparentemente più normale e “ovvia”, ha un messaggio da raccontarci, da comprendere e da fare nostro, ed è bene non dimenticarlo mai.
[Foto di Gerd Altmann da Pixabay.]Era da qualche anno che in queste settimane di inizio inverno non compariva la neve in modo così frequente, sui monti ma pure in pianura, e con temperature apparentemente “ordinarie” per il periodo. Posto ciò, non è tardata la comparsa di qualche sapientone che ancora (ancora?!?) mette in dubbio o sminuisce la sussistenza del cambiamento climatico, quantunque mi pare che tali ottusi-ad-oltranza siano sempre più rari, fortunatamente, o dotati di sempre meno sicumera al punto da permettersi di sproloquiare pubblicamente le cose suddette senza apparire degli idioti.
Però ce ne sono ancora, e ciò dimostra quanto resti indispensabile continuare a coltivare una consapevolezza scientifica, culturale, civica e politica sui temi climatici (che saranno probabilmente “il” tema e il grosso problema del futuro prossimo terrestre, altro che pandemie e cose affini!) che abbia come base fondamentale il corpus di dati oggettivi che tutti gli enti che operano nel campo rilevano con assoluta (e drammatica) coerenza. Dunque, a quelli che «Ah, ma che freddo fa? Non c’era il cambiamento climatico?» è bene ricordare e rimarcare che
[…] Gli ultimi sei anni sono stati tra i più caldi mai registrati. Il 2020, in particolare, ha fatto registrare una temperatura media globale paragonabile a quella rilevata nel 2016 e considerata la più alta mai registrata. Nonostante le limitazioni sugli spostamenti imposte in molti paesi a causa della pandemia da coronavirus, non ci sono state riduzioni rilevanti di anidride carbonica nell’atmosfera e degli altri gas che comportano l’effetto serra, con conseguenze sulla temperatura media globale.
Utilizzando i dati raccolti da Copernicus è stato effettuato un confronto tra le temperature rilevate annualmente in diverse aree del pianeta e quelle medie sul lungo periodo calcolate nel periodo dal 1850 al 1900. Nel 2020 la temperatura media a livello globale è stata di 1,25 °C più alta rispetto al periodo pre-industriale: in Europa la temperatura ha superato di 1,6 °C quella media. Per il continente è stato l’anno più caldo mai rilevato.
Nel dicembre del 2020 la temperatura media è stata più alta del solito anche in vaste aree del Canada, della Groenlandia e della Scandinavia, come anche in ampie porzioni dell’Artico e nei mari circostanti: in alcune zone la temperatura è stata più alta di 3 °C rispetto alla media del periodo pre-industriale e in alcune zone lo è stata addirittura di 6 °C.
L’aumento di 1,25 °C è molto vicino alla soglia massima di 1,5 °C indicata dall’Accordo di Parigi come critica per evitare conseguenze ancora più gravi. […]
Già.
Perché, se pur sembra che faccia piuttosto “freddo” qui, in questi giorni, fa sempre più caldo che gli anni scorsi e, soprattutto, molto più che dentro la testa di quei poveri negazionisti, nella quale il gelo della ragione continua a regnare sovrano. Ecco.
(Cliccate sull’immagine in testa a questo articolo per leggere il testo completo, tratto da “Il Post”.)
La neve è forse l’elemento naturale che più di ogni altro rende affascinante qualsiasi luogo, sia esso rurale o urbano. Tra questi secondi, tuttavia, ci sono alcune città che quando vengono ammantate dalla fredda coltre bianca accrescono se possibile la loro bellezza, diventano ancora più attrattive, intriganti, accoglienti, assumendo le sembianze di luoghi emotivi, oltre che geografici. Lucerna e Tallinn vanno sicuramente annoverate tra di essi: due città bellissime in ogni momento dell’anno che però se innevate diventano veramente incantate, quasi “magiche”.
[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.][Immagine tratta da luzern.com, fonte qui.]Purtroppo la situazione sanitaria che limita chiunque a livello continentale (e planetario) impedisce al momento di poter godere appieno della loro bellezza; tuttavia, nell’attesa di poterci andare – se non le avete mai visitate – o di tornarci, be’, ci sono due libri che le raccontano in modo assai particolare e insolito:
Non sono “guide di viaggio” (sono molto di più, in realtà) ma forse, leggendoli, vi verrà voglia di viaggiare verso Lucerna e Tallinn molto più che dopo aver letto un’ordinaria guida di viaggio, appunto.
Per saperne di più sui due libri, cliccate qui e qui.
Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.
Sì, certo: da qualche mese a questa parte il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, pubblicato a marzo nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Il brano che avete appena letto invece è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi (ovvero ribadirvi) che sono molto legato a questo libro tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.
Luca Rota Lucerna, il cuore della Svizzera Historica Edizioni, 2016 Collana Cahier di Viaggio ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00