Riflettere, ri-valutare, (ri)scoprire

[Sentieri di casa.]
In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.

In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.

Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.

In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.

[Sentieri di casa con cane – di casa.]

Parentesi americane

[Cliccateci sopra, per sapere di che si tratta.]
Riguardo l’America contemporanea (intesa come USA, ovviamente), e in particolare circa l’ultimo lustro, quello con alla presidenza prima Donald Trump e ora Joe Biden, sento molti sostenere che  i quattro anni trumpiani siano stato una “parentesi” (di solito è questo il termine più gettonato) di natura antidemocratica e ultrapopulista nella tradizione storica di democrazia e progresso degli Stati Uniti. Parentesi chiusa con il ritorno alla “normalità politica” dell’amministrazione Biden, appunto.


E se invece fosse – e si dovesse pensare – l’esatto opposto?
Ovvero se la “parentesi” fosse quella di Biden e di una tradizionale normalità politica, una delle ultime di tale genere in una deriva ormai avviata e pressoché inarrestabile (salvo trasformazioni forse improbabili) verso una realtà futura autoritaria e oppressiva come quella narrata da Margaret Atwood nel suo celebre romanzo Il racconto dell’ancella – forse una delle opere letterarie distopiche recenti potenzialmente più prossime a diventare reali, almeno a giudicare da certi eventi come quello a cui fa riferimento la citazione lì sopra? (Cliccateci sopra per sapere di che si tratta.)

In fondo di basi prodromiche al riguardo ce ne sono parecchie – oltre a quella citata, la maggiore è ovviamente il grande consenso di cui l’ex presidente Trump gode: ben 74.216.154 americani lo hanno votato, il 47% degli elettori. Metà America, in pratica, nonostante tutto ciò che è stato, ha detto e ha fatto.

Forse la fanno troppo facile, insomma, quelli che pensano alla sua presidenza come a un “errore” ormai risolto e da dimenticare al più presto. Per il prossimo futuro americano conterà molto, più che i risultati concreti conseguiti, il consenso culturale (non solo quello politico) che Biden riuscirà a generare e consolidare, nel corso del suo mandato, così come, di contro, la capacità dei repubblicani di non frantumarsi se guidati (come pare sarà, da qui in avanti) da una figura talmente controversa e divisiva come Donald Trump. In ogni caso, rinnovo il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggete il romanzo di Margaret Atwood. Potrebbe rappresentare una sorta di “macchina del tempo letteraria” che vi svela ciò che sarà l’America tra qualche anno, già.

In cammino (su Facebook) lungo la DOL

I cammini di Orobie è la nuova collana di guide escursionistiche della rivista “Orobie”, nata per far conoscere la bellezza e la storia delle montagne di tutta la Lombardia. Un invito a percorrere con “occhi nuovi” questi itinerari e a frequentare le montagne per mantenerle vive.

Come intuirete dall’immagine qui sopra, “I cammini di Orobie” è anche una pagina facebook, sulla quale potete seguire lo sviluppo della collana e restare informati su tutte le novità e gli eventi al riguardo. Cliccateci sopra per visitarla.

A inaugurare la collana – altra cosa che ormai saprete bene – è la guida “DOL dei Tre Signori”, curata da Sara Invernizzi, Ruggero Meles e dallo scrivente, che porta i suoi lettori alla scoperta della Dorsale Orobica Lecchese (DOL), già protagonista dell’edizione 2017 di “In viaggio sulle Orobie”. Un cammino dalla storia millenaria che unisce le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e attraversa territori ricchi di bellezza, tradizione e saperi nati dal profondo intreccio fra uomo e natura. Sette le tappe proposte, dalla stazione ferroviaria di Bergamo a Colico (Lecco) o Morbegno (Sondrio). Abbinati alla guida, la carta escursionistica e il collegamento tramite QR code alla App Orobie Active. La guida “DOL dei Tre Signori” è stata realizzata grazie al sostegno di Italcementi, con un progetto a cura di Moma Comunicazione in collaborazione con ERSAF – Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste e Regione Lombardia.

Vi ricordo che attualmente la guida “Dol dei Tre Signori” è in edicola come allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”: cliccate qui per saperne di più, oppure cliccate qui per conoscere ogni dettaglio riguardo il volume.

L’Occidente è nato nei bar

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]

[…] Si potrebbe arrivare a dire che l’Occidente stesso, per come lo conosciamo, è nato nei bar, intorno a tavolini con sopra un bicchiere di vino, oppure di whisky, o una tazza o tazzina di tè e di caffè, negli orari più diurni. In un certo senso è quello che fa il saggio A Rich Brew: How Cafés Created Modern Jewish Culture di Shachar Pinsker, un professore ed esperto di cultura ebraica della University of Michigan, un testo del 2018 molto ben recensito e vincitore di diversi premi. Pinsker riconduce ai bar non soltanto la “moderna cultura ebraica” del titolo, ma la nascita delle democrazie europee. «La democrazia non fu costruita nelle strade», ha scritto Adam Gopnik commentando il libro sul New Yorker, «bensì tra i piattini». Perché i caffè? In breve: perché i caffè, nel Diciannovesimo secolo, erano tra i pochi posti in cui ci si poteva riunire comodamente ed evitando gli occhi panottici dello Stato. E quindi discutere, lamentarsi, e all’occorrenza cospirare. Pochi luoghi, ad esempio, furono importanti per la vita politica e culturale europea quanto il Café Central di Vienna, inaugurato nel 1876, culla del Positivismo, che accolse ai suoi tavolini rotondi, tra gli altri, Theodor Herzl e Adolf Hitler, Josif Bros Tito e Vladimir Lenin. A proposito di storia e cospirazioni, c’è un aneddoto piuttosto famoso legato al Café Central: pochi anni prima della Prima guerra mondiale, si trovarono a discutere Viktor Adler, deputato socialdemocratico austriaco, e l’importante Leopold von Berchtold, ministro degli Esteri austroungarico. Adler intendeva mettere in guardia il conte von Berchtold: una grande guerra continentale, diceva, avrebbe favorito una pericolosa rivoluzione in Russia. Von Berchtold tuttavia trattò quell’ammonimento con arroganza, rispondendo: «E chi la farebbe questa rivoluzione? Forse il signor Bronstein che se ne sta seduto al Café Central?». Il signor Bronstein era effettivamente un giovane politico russo che passava le sue giornate al Café Central, esiliato per sempre dalla madrepatria, sovente giocando a scacchi. Di lì a poco tempo cambiò di nome, assumendo lo pseudonimo con cui diventerà celebre nel mondo, e con cui, effettivamente, farà la rivoluzione in Russia: Lev Trockij. […]

[Da un affascinante articolo di Davide Coppo intitolato C’era una volta il bar, pubblicato su “Rivista Studio” il 9 marzo 2021. Potete leggerlo nella sua interezza – e vi consiglio di farlo, io che poi non sono un così gran frequentatore di bar o, per meglio dire, non di quelli troppo “incasinati” – qui.]

Ultrasuoni #15: Casadei

No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.

Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.

Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.

Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.