La “casa nel bosco” di Guido Airoldi

Riguardo una delle sue più recenti opere, La casa nel bosco. Inverno (collage e carta da manifesto su legno, la vedete qui sopra), Guido Airoldi mi scrive che nel crearla ha pensato anche alle cose che a volte scrivo e osservo, qui, in merito ai boschi e alla nostra relazione possibile con il mondo silvestre.

Non so quanto possa veramente meritarmi la considerazione di Guido, artista di rara raffinatezza e profondità espressive, ed è inutile rimarcare che trovo la sua attenzione un dono assolutamente prezioso. Anche per l’opera protagonista di queste considerazioni: sorprendente e affascinante nella sua semplicità solo apparente, frutto di un minimalismo metafisico che invero racconta tantissime cose, sia materiali che immateriali e che elabora un’idea di connessione profonda, di relazione che va oltre l’evidenza e può diventare simbolica.

Glielo denoto e Guido mi risponde che «L’immagine della casa nel bosco per me è ancestrale». È vero, lo è – fate caso a quante case nel bosco si trovano nelle fiabe, sia come luoghi di protezione che come posti inquietanti – perché è ancestrale la relazione dell’uomo con il bosco: civiltà con natura, urbano e selvatico, conoscenza e mistero. La casa nel bosco può rappresentare il punto di unione tra queste antitesi ma anche la raffigurazione massima di una delle due tesi in contrapposizione all’altra. Siamo Sapiens supertecnologici e iperurbanizzati ma in fin dei conti alla base del nostro essere al mondo c’è ancora quella relazione primordiale con la Natura; stiamo per andare a conquistare altri pianeti ma la “casa” nella quale viviamo è quella nel bosco, il segno antropico nel regno selvatico e, si spera, il più armonico possibile con esso.

La casa nel bosco. Inverno fa parte della serie “Heimat (nome azzeccatissimo, anche per ciò che ho appena scritto) rispetto ai cui altri lavori Guido mi rivela che «È una sorta di “passo di lato”, in questo periodo dove sento particolarmente il bisogno di allontanarmi dal mercato del mondo per stare ancor più a contatto con la natura. Sono sempre più spesso nel bosco: medito, faccio legna e mi imbatto in animali e in loro ossa. Mi sento un po’ profeta inascoltato e come diceva Giovannino Guareschi in Mondo piccolo, «quando il fiume travolge gli argini e i campi, bisogna salvare il seme». Ovvero la vita nella sua essenza più profonda e importante: un seme che ci scordiamo spesso di portare appresso fino a che, appunto, entriamo in un bosco, ritroviamo la relazione con quella dimensione naturale, ancestrale e atemporale quale autentica Heimat originale, lasciando al di fuori del perimetro silvestre – se ne siamo capaci – buona parte della nostra più pesante e travolgente quotidianità. A questo punto allora probabilmente sì, sentiremo di nuovo tra le mani, nel cuore e nell’animo la presenza benefica e vitale di quel seme e capiremo che noi siamo il terreno nel quale può germogliare, tanto più se protetti dal bosco e dalla primordiale salvaguardia che sa offrirci.

«É difficile fare cose semplici» ha scritto Guido sulla sua pagina Facebook nel pubblicare l’immagine dell’opera. Ci rifletto sopra e penso che, forse, la semplicità che noi pensiamo di vedere in realtà è il frutto dell’incapacità di osservare e comprendere la complessità del mondo che ci circonda. D’altro canto, penso anche che se la sappiamo rendere capacità, dote, attitudine, è l’unico modo attraverso il quale possiamo capire semplicemente le cose difficili e far infine germogliare i nostri semi.

Ringrazio di cuore Guido per avermi reso in qualche modo partecipe, nei modi che vi ho qui raccontato, del suo prezioso e importante lavoro artistico e dell’illuminante visione che ne ricava e materializza nelle sue opere per chiunque ne sappia e voglia beneficiare.

Monte San Primo, un silenzio istituzionale che dice molto

P.S. (Pre Scriptum): per chi non l’avesse intercettato – e per chi ne fosse interessato, ovviamente – ripropongo di seguito la “lettera” che giovedì 9 febbraio 2023 il quotidiano on line “Erba Notizie” ha pubblicato con le mie considerazioni in merito agli ultimi sviluppi della questione “Monte San Primo” e del relativo e contestato progetto di rilancio turistico, sui quali ho scritto spesso qui sul blog e in vari articoli pubblicati dalla stampa. O, per meglio dire, in merito agli ultimi NON sviluppi della questione… ma spiego tutto per bene nella “lettera”.
Ringrazio molto la redazione di “Erba Notizie” per la considerazione e lo spazio che ha dedicato al mio articolo, il quale al solito mi auguro possa contribuire costruttivamente al dibattito sulla questione che, vi ricordo, sarà il tema della serata di sabato 18 febbraio a Erba (Como) in occasione della presentazione del libro Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (per saperne di più al riguardo cliccate qui).
Buona lettura!

Da ormai due settimane il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha diffuso un comunicato stampa nel quale, oltre a rimarcare la propria posizione vieppiù critica rispetto al progetto di “rilancio turistico” del territorio in questione, zona montana di particolare bellezza e pregio ambientale compresa tra i due rami del Lago di Como – un progetto del quale molti media continuano a riferire da tempo -, denota la mancanza reiterata di qualsiasi riposta alla richiesta di un tavolo di confronto rivolta ai due enti proponenti il progetto, la Comunità Montana Triangolo Lariano e il Comune di Bellagio, più volte sollecitato anche tramite richieste ufficiali regolarmente protocollate nonché sostenuto da centinaia di messaggi di posta elettronica inviati agli enti suddetti, su invito delle associazioni poi riunitesi nel Coordinamento, da parte di chiunque abbia voluto rimarcare la propria personale critica nei confronti del progetto.

È veramente un peccato che dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, il cui progetto sarebbe sostenuto con finanziamenti pubblici provenienti in gran parte da Regione Lombardia e dal Ministero dell’Interno, non giunga alcuna risposta, ovvero giunga un sostanziale diniego alla proposta di un confronto su quanto previsto nel progetto. Confronto che invero rappresenta (dovrebbe rappresentare) una pratica ordinaria e necessaria per qualsiasi progettualità che intervenga su un territorio naturale che è patrimonio collettivo spendendo soldi pubblici, cioè di tutti, oltre che costituire un atto concreto di democrazia che rimanda direttamente ai principi di rappresentanza politica sanciti dalla Costituzione, palesando al contempo, se il confronto venisse concesso, il rispetto e la considerazione nei confronti della società civile da parte di chi ne viene eletto rappresentante.

La posizione di rifiuto assunta dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio impedisce un dibattito che, se razionale e ben condotto a fronte delle rispettive opinioni divergenti, non potrebbe che arricchire le proposte in questione alimentando pure la riflessione e la considerazione di altri temi importanti per il futuro del territorio del Monte San Primo seppur non direttamente correlati al progetto proposto. Una tale condivisione di idee, pur dibattuta quanto si vuole ma con spirito costantemente costruttivo da parte di ogni soggetto coinvolto, apporterebbe vantaggi certi e preziosi a qualsiasi iniziativa attuabile per il “rilancio”, lo “sviluppo” e la salvaguardia del San Primo, con ricadute positive per chiunque e soprattutto per chi sulla montagna vive e lavora.

Di contro, il diniego al confronto da parte degli enti pubblici citati non può che far pensare male: innanzi tutto rispetto all’etica e alla coscienza politica dei rappresentanti degli enti, eletti democraticamente da una società civile alla quale poi rifiutano un diritto (e loro dovere) democratico fondamentale; ma appena dopo fa pensare male anche sull’effettiva portata del progetto proposto per il Monte San Primo, come se volessero nascondere qualcosa che pubblicamente non è noto o come se quel confronto pubblico potesse provocare l’apertura di armadi che conservano scheletri da non far vedere a nessuno (eventualità purtroppo non rara, per quanto la si sia riscontrata in altri casi similari). Per inevitabile conseguenza tutto ciò rende pessimisti anche rispetto al futuro del Monte San Primo, nel caso il progetto dei due enti venisse portato a compimento, spendendo così tanti soldi pubblici senza che il pubblico sappia come verranno spesi se non di fronte al fatto compiuto e, parimenti, senza sapere cos’altro ne potrà derivare e potrà essere ulteriormente imposto in maniera così forzata al territorio del San Primo nonostante la già evidente criticità di quanto del progetto è stato reso noto.

Insomma: il silenzio della Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio è di quelli che, formalmente, dicono molto e a tutto svantaggio di chi se ne resta zitto senza fornire risposte nonché a discapito del Monte San Primo, verso la cui integrità ambientale e paesaggistica c’è veramente da temere molto. Almeno fino a che i rappresentanti delle istituzioni coinvolte non si dedichino finalmente a osservare il proprio dovere politico e a concedere un confronto vero, strutturato, non una tantum ma prolungato e messo in atto con atteggiamento costruttivo, a favore di tutti i soggetti coinvolti, di chiunque viva nel territorio o vi giunga per goderne della bellezza e, in primis, per il Monte San Primo e il suo meraviglioso paesaggio prealpino.

La vita essenziale del mondo

[Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]

Il mondo intero è per me molto “vivo” – tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio.

(Ansel Adams, senza fonte.)

[Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]

Ieri, su “Erba Notizie”

Ieri (9 febbraio 2023) il quotidiano on line “Erba Notizie” ha pubblicato le mie considerazioni in merito agli ultimi sviluppi della questione “Monte San Primo” e del relativo e contestato progetto di rilancio turistico – o, per meglio dire, in merito agli ultimi NON sviluppi, visto che le amministrazioni pubbliche che sostengono il progetto da mesi negano qualsiasi risposta alla società civile che chiede un confronto e un dibattito sul progetto. Come scrivo nell’articolo, «La posizione di rifiuto assunta dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio impedisce un dibattito che, se razionale e ben condotto a fronte delle rispettive opinioni divergenti, non potrebbe che arricchire le proposte in questione alimentando pure la riflessione e la considerazione di altri temi importanti per il futuro del territorio del Monte San Primo». Invece, il reiterato silenzio al riguardo degli enti suddetti, oltre che negare un diritto proprio della democrazia e un dovere della rappresentanza politica, non può che far pensare male, inevitabilmente.

Ringrazio molto la redazione di “Erba Notizie” per la considerazione e lo spazio che ha dedicato al mio articolo, che al solito mi auguro possa contribuire costruttivamente al dibattito sulla questione.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

 

Lucerna, città ineluttabilmente letteraria

[Foto di Fuyu Yeo su Unsplash.]

C’è, forse, un modo “letterario” per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Questo è un brano tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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