Non saper cogliere la bellezza delle montagne (e così rovinarle) è un’altra forma di analfabetismo funzionale

Forse, tutto ciò che di sbagliato e dannoso arrechiamo ai territori naturali – progetti fuori contesto e logica, cementificazioni, turistificazioni, sfruttamenti eccessivi, ma anche il solo disinteresse alla loro salvaguardia, che non significa non fare nulla ma fare con buon sensoderiva da una sola, “semplice” colpa: la perdita della capacità di vedere e comprendere la bellezza di quei territori. Anche dove essa sia del tutto evidente, come sulle montagne: certi interventi che a volte vengono proposti sui monti sono talmente scriteriati da poter essere spiegati solo in forza di una devianza mentale e d’animo ancor più che dalla pretesa di ottenere interessi e tornaconti personali. Definire quegli interventi una follia, insomma, non è solo un modo di dire.

Quando invece la bellezza del mondo che abitiamo si è in grado di coglierla e comprenderla, si possono fare cose grandi, che giustificano come poche altre la nostra presenza al mondo e quel titolo di “Sapiens” che ci siamo dati in qualità di razza dominante sul pianeta. Anche perché è una bellezza che non scaturisce solo dalla valenza e dall’interpretazione estetiche del territorio ma pure, anzi soprattutto, dalla nostra capacità di viverlo in armonia. Il “paesaggio” è proprio questo, un ambito del quale anche noi siamo parte insieme a ogni altra cosa che lo compone e partecipa a definire la sua bellezza, appunto. Non è qualcosa di “altro” da noi stessi: il paesaggio è noi, riflette ciò che siamo e facciamo e di contro si riflette in noi alimentando di contenuti la nostra identità.

Per ciò, ovvero per il buon senso che ci dovrebbe caratterizzare in quanto Sapiens, dovremmo capire che “fare cose” al paesaggio è farle su noi stessi: metterci cose fuori contesto, brutte, impattanti, soffocarlo con cementificazioni e infrastrutture mal pensate e mal fatte, modificarlo oltre il lecito per renderlo funzionale al mero sfruttamento e a interessi del tutto materiali o, di contro, disinteressarsi alla sua gestione virtuosa e alla più equilibrata tutela, significa fare del male a noi stessi. Viceversa, realizzare cose fatte bene è fare del bene a noi stessi – a tutti noi membri della «comunità terrestre», come diceva Aldo Leopold, non solo al singolo o ai pochi che le fanno.

Non è dunque – lo metto in chiaro a chi ancora non capisse il nocciolo della questione – un problema di fare o di cosa si fa, ma di come si fa. Il territorio è un libro sul quale nel corso del tempo scriviamo la nostra storia con un alfabeto che è fatto di tutto ciò che vi lasciamo: questa scrittura può essere ben fatta, armoniosa, leggibile e comprensibile oppure confusa, ingarbugliata piena di errori, illeggibile. Quale pensate che sia delle due la storia più gradevole da leggere e dalla quale apprendere di ciò che narra? E di conseguenza quale dei due autori sarà quello da considerare più abile, intelligente, capace, che sarà ricordato per la bellezza di ciò che ha scritto?

Ecco.

Poi, ovvio, bisogna anche essere in grado di saper leggere bene ciò che è scritto. L’incapacità di cogliere la bellezza che si ha intorno è in fondo una forma di analfabetismo, ancor più grave di quella propriamente detta: perché non si limita all’incomprensione di ciò che viene scritto ma di tutto il mondo nel quale si vive e sul quale si trova scritta la storia umana. Tanto vale togliersi di dosso l’etichetta di «Sapiens» e buttarla alle ortiche, a questo punto.

N.B.: le immagini fotografiche a corredo di questo articolo ritraggono il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, minacciato da un devastante progetto sciistico-funiviario che ne comprometterebbe totalmente la bellezza più unica che rara, visto che è la sola zona ancora non turistificata tra i comprensori sciistici di Cervina-Zermatt e del Monterosa Ski. Sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

La località di montagna più “brutta”: and the winner (or loser) is…

Lo scorso venerdì ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di una località di montagna che per qualsiasi (valido) motivo possa essere considerata brutta. Di luoghi antropizzati considerabilmente belli sui monti ce ne sono tanti ma ovviamente se ne trovano altrettanti brutti: in fondo i primi definiscono i secondi e viceversa, ciò non toglie che in alcuni casi ci si trova di fronte a brutture architettoniche e urbanistiche veramente imbarazzanti, ancor più perché inserite in un contesto come quello montano che è sinonimo di bellezza naturale in senso assoluto.

Innanzi tutto grazie di cuore a tutti quelli che hanno risposto, a volte argomentando le proprie scelte: nel suo piccolo e senza alcuna pretesa demoscopica, dal “sondaggio” esce fuori un panorama veramente significativo del “lato oscuro” dell’antropizzazione delle montagne, dal quale si possono trarre alcune interessanti osservazioni. Ma, appunto, ecco qui i risultati:

Potete scaricare la “classifica” anche qui, in formato pdf, mentre nelle immagini lì sotto vedete la top ten delle località “brutte” citate.

Come vedete, Cervinia vince lo scettro di (non me ne vogliano ai piedi della Gran Becca) “località più brutta” con ampio margine sulle altre località, ciò nonostante molti segnalino la bellezza eccezionale del paesaggio in cui è inserita, che per contrasto inesorabile contribuisce ad acuire l’impressione negativa che Cervinia suscita. D’altro canto commenti come «orrida», «terrificante», «scempio totale», «uno dei paesi più brutti al mondo sito in uno dei posti i più belli», per citarne solo alcuni, lasciano pochi dubbi sul giudizio che la località valdostana si guadagna.

Se la gioca bene anche Sestriere, che ha fatto la storia del turismo invernale nel bene e nel male come prima stazione sciistica di quello che poi verrà definito (oltralpe, ma successivamente anche da noi) “ski-total”: alcune delle stazioni francesi di tale genere sono state citate, infatti. Seguono a ruota altre località similmente caratterizzate dalla presenza di grandi palazzoni ad uso turistico in un tessuto urbanistico spesso palesemente malpensato quando sostanzialmente giammai regolato, testimonianza di un periodo nel quale, con tutta evidenza, sulle nostre montagne s’era perso qualsiasi senso del limite e pareva che il successo delle località fosse determinato da quanto cemento venisse gettato nel rispettivo territorio, di contro senza alcuna cura dell’estetica architettonica e della sua contestualizzazione nel paesaggio. Eppure sulle nostre montagne c’è ancora qualcuno – amministratore pubblico, imprenditore o figure affini – che vorrebbe continuare a imporre quel modello: una circostanza, questa, a dir poco sconcertante.

Non mancano poi alcune località che nell’immaginario comune, e nel marketing che lo alimenta, non sarebbero certo considerate “brutte” ed anzi sono identificate come mete di lusso: si veda ad esempio St. Moritz, Davos, Crans Montana, Madonna di Campiglio, Ponte di Legno o Livigno. D’altro canto non sono solo palazzoni e condomini di scarsa fattura architettonica a determinare la “bruttezza” di un luogo e l’impressione negativa che possono suscitare: a volte è il traffico eccessivo (Canazei), altre viceversa l’assenza di strade adatte ad una residenzialità in loco degna (Brumano), altre ancora si è in presenza di paesi formalmente belli ma con accanto cose palesemente brutte come una batteria di gigantesche antenne radiotelevisive (Valcava) oppure prossimi a subire gli effetti di immobiliaristi e palazzinari che le hanno messe nelle loro mire (Roncola, Vezza d’Oglio, Temù).

Altra osservazione significativa: delle località italiane citate, ben 23 si trovano nelle Alpi occidentali italiane e solo 4 in quelle orientali (non ho considerato il Passo del Tonale che è a metà dei due ambiti). Forse è il segno dell’influenza dei modelli urbanistici delle due “metropoli alpine” di Torino e Milano, che dai loro centri hanno colonizzato le montagne sovrastanti, assicurando loro i maggiori bacini d’utenza turistici ma di contro trasformandole in proprie periferie in quota ad uso e consumo del turismo di massa.

Ma, come detto, queste mie sono solo alcune rapide considerazioni tra le tante che si possono trarre dalla “classifica” che vedete lì sopra, e ciascuno in base alle proprie idee e alle sensibilità che coltiva nei confronti dei territori montani ne potrà trarre innumerevoli altre. Ribadisco, questo è un sondaggio giocoso senza alcuna pretesa demoscopica, ma in fondo anche per questo consente di manifestare risposte personali spontanee e autentiche, dunque senza dubbio significative.

Per concludere, penso al riguardo che l’importante sia che tutti noi frequentatori appassionati e sensibili delle montagne si sappia conservare la capacità di cogliere e comprendere le tante bellezze che offrono tanto quanto percepire e considerare certa bruttezza che purtroppo è stata imposta ad esse da uomini evidentemente privi di tali doti. È una consapevolezza fondamentale, questa, necessaria a definire la realtà delle nostre montagne e il loro futuro ma pure la qualità della nostra frequentazione di esse e degli immaginari culturali attraverso i quali le identifichiamo. Come accennato poco sopra, possiamo definire le cose “belle” anche grazie a quelle che ci tocca definire “brutte”, e questo è certamente un principio che vale anche in montagna – luogo bello per eccellenza – forse ancor più che altrove!

Ancora grazie di cuore a tutti per le risposte, di sicuro foriere di altre future e spero interessanti dissertazioni sul tema!

La località di montagna più BRUTTA

AMICI!

Altre volte vi ho chiesto di citarmi le vostre “montagne del cuore” o la località che meglio interpreta l’idea di “villaggio montano”. Ma siccome il paradiso in Terra non esiste e nemmeno sui monti – almeno non sempre dove l’uomo ha lasciato i propri “segni”, purtroppo – ora vi chiedo:

mi citate il nome di una località di montagna che secondo voi si può definire brutta?

“Brutta” per qualsiasi (valido) motivo che a vostro parere possa essere importante e significativo al riguardo: non c’è bisogno che motiviate la vostra scelta ma siete liberi di farlo, se volete. Basta un nome, che ovviamente riterrete comunque più rappresentativo di altri.

D’altro canto possiamo definire le cose “belle” anche grazie a quelle che ci tocca definire “brutte”, e questo è certamente un principio che vale anche in montagna – luogo bello per eccellenza – forse ancor più che altrove!

Grazie di cuore fin d’ora a chi vorrà rispondere!

[Immagine tratta da www.visitcuneese.it.]
N.B.: la mia risposta (da codardo, dacché evito di citare località a me più vicine per evitare ritorsioni 😅) è Prato Nevoso, che vedete nelle immagini. Una sconcertante colata di cemento a 1500 m di quota in forme edilizie francamente imbarazzanti. Ogni volta che vedo la località mi chiedo come sia stato possibile che nessuno si sia reso conto di cosa si stesse realizzando, lassù.

[Foto di Matthew.M 86911, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

REMINDER! Tutto il fascino dell’acqua del Fiume Adda e dei suoi paesaggi idroelettrici, domani sera a Calolziocorte (Lecco)

Domani sera 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.

Venerdì 08/11, a Calolziocorte (LC), alla scoperta dei “paesaggi idroelettrici” del fiume Adda

[Le grandi dighe di Cancano II, in primo piano, e di San Giacomo nella Valle di Fraele, sopra Bormio: le prime che l’Adda trova lungo il proprio corso. Immagine tratta da www.amolavaltellina.eu.]
Venerdì 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di pennaRuggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

[La diga di Olginate (Lecco), posta appena a valle del Lago di Como, tra le principali traverse fluviali lungo il corso dell’Adda.]
Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.

P.S.: ringrazio molto Michelangelo Morganti, amico e a sua volta ricercatore del CNR, per avermi coinvolto nell’iniziativa.