Il Rifugio è un presidio di ospitalità in quota sobrio, essenziale e sostenibile, presidio culturale e del territorio, centro di attività divulgative, formative, educative e di apprendimento propedeutiche alla conoscenza e alla corretta frequentazione della Montagna. Non è un albergo ma un laboratorio del “fare montagna” che sa contenere insieme etica dell’alpinismo, socialità, accoglienza, alta performance in ambiente, turismo consapevole, rispetto e tutela del Paesaggio montano.
Camere eleganti, cucina gourmet, spa e viste Dolomitiche: al Rifugio Fredarola Harbor, a 2370m, scopri un rifugio escursionistico con camere lussuose e zona wellness con sauna finlandese, biosauna, bagno turco, piscine panoramiche e aree relax.
In realtà non sarebbe nemmeno un problema che in una struttura di ristorazione a 2400 metri di quota vengano offerte ostriche e champagne: ancor più che una devianza culturale rappresenta il segno di una disfunzione psicologica (biunivoca, sia chiaro: di chi offre e di chi consuma) ma ognuno è libero di fare ciò che vuole, se non arreca danni al luogo e alle persone: anche di rendersi enogastronomicamente grottesco.
Il problema semmai è a monte ed è molto più semplice: il Fredarola non è un rifugio.
Ribadisco: il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio…
…E così via, all’infinito ovvero fino a che tale devianza denominativa non venga finalmente risolta giuridicamente ovunque, sulle nostre montagne, distinguendo chiaramente i veri rifugi – che non devono essere obbligatoriamente spartani ma non possono offrire servizi e agi alberghieri – da quelli che si fanno chiamare così ma che in realtà sono hotel a più stelle e ristoranti gourmet.
(Obiettivamente, il Fredarola è bellissimo. Ma non è un rifugio. Immagini tratte da www.fredarola.it.)
Nell’attesa che ciò avvenga, chiedo che qualche lussuoso bagno situato sui lungomari della Versilia o sulle spiagge della Costa Smeralda finalmente offra polenta fumante, stinco e vin brulé a Ferragosto. Per giusta par condicio, no?
P.S.: le Dolomiti sono Patrimonio Unesco, già. Ma “patrimonio” cosa, dove, quando?
[Uno degli impianti più moderni del comprensorio di Plan de Corones (Bolzano), compreso nel Dolomiti Superski. Immagine tratta da www.superskibook.com.]
Si va dal +28% rispetto a tre anni fa di Livigno e Bormio, dove il costo di uno skipass giornaliero per un adulto in alta stagione raggiunge i 66,5 euro e i 59 euro, al +2% degli impianti sul Monte Rosa (59 euro). Anche quest’anno ci sarà un rincaro dei prezzi per chiunque vorrà sciare sulle vette bianche italiane.
Anche il quotidiano on line “Open”, nell’articolo recentemente pubblicato il cui titolo vedete qui sotto (cliccate sull’immagine per leggerlo), dà conto dei costi sempre più alti che lo sci su pista impone a chi lo voglia praticare.
Fornisce poi un significativo elenco dei rincari subiti dagli skipass di alcune note località sciistiche:
La Thuile (Valle d’Aosta), 56 euro (+19% rispetto a tre anni fa);
Courmayeur (Valle d’Aosta), 67 euro (+20% rispetto a tre anni fa);
Cervinia (Valle d’Aosta), 61 euro (+15% rispetto a tre anni fa);
Monterosa (Valle d’Aosta), 59 euro (+2% rispetto a tre anni fa);
Livigno (Lombardia), 66,5 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
Bormio (Lombardia), 59 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
Adamello (Lombardia), 65 euro (+11% rispetto a tre anni fa);
Madonna di Campiglio (Trentino-Alto Adige), 79 euro (+13% rispetto a tre anni fa);
Dolomiti Superski (Trentino-Alto Adige), 83 euro (+24% rispetto a tre anni fa);
Val Gardena (Trentino-Alto Adige), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa);
Cortina d’Ampezzo (Veneto), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa).
D’altro canto è una situazione inevitabile. La realtà attuale e in divenire, caratterizzata innanzi tutto dalla crisi climatica ma pure da dinamiche socioeconomiche e culturali in evoluzione, rende la gestione dei comprensori sciistici sempre più onerosa; le nevicate naturali in diminuzione devono essere compensate dalla produzione di neve artificiale i cui costi sono in aumento costante nel mentre che l’aumento delle temperature di anno in anno abbrevia le stagioni sciistiche – ma pure far girare gli impianti continuamente rinnovati per reggere la concorrenza, sempre più potenti e parimenti energivori, costa sempre di più. Di contro il mercato dello sci è considerato “maturo” da anni, non più in grado di crescere se non in percentuali bassissime e comunque insufficienti a consentire ai gestori dei comprensori la copertura finanziaria dei costi crescenti, così come insufficienti sono i contributi pubblici elargiti al settore (al netto della loro opinabilità). Dunque ai gestori non resta far altro che scaricare almeno in parte i costi sostenuti sulla clientela aumentando i prezzi degli skipass, ma in questo modo restringendo ancora di più la platea di clienti (non sono tutti benestanti, gli sciatori!) e così alimentando e aggravando il circolo vizioso sopra descritto.
Morale della storia: lo sci si sta infilando da solo, e suo malgrado, in un cul-de-sac che potrebbe risultargli letale anche più della crisi climatica, e dal quale non lo salverà certo il turismo del lusso al quale sempre di più l’industria sciistica vorrebbe puntare, ma che è appannaggio di poche, rinomate e strutturate località.
La conseguenza inevitabile della storia e della morale suddette? Eccola qui sotto:
«Tanti sciatori hanno imparato a fare a meno degli impianti di risalita». Già.
Insomma: se gli impiantisti proclamano a ogni occasione a loro utile che la montagna «non può fare a meno dello sci», le persone continuano a frequentare la montagna ma abbandonano sempre di più lo sci. Dunque, a breve forse la situazione si ribalterà e sarà la montagna a “proclamare” di poter fare a meno dello sci. Inesorabilmente, ribadisco, nel bene e nel male.
P.S.: già qualche settimana fa a questo tema ho dedicato un articolo con altri dati emblematici, lo trovate qui.
[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.
Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.
Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».
Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.
È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.
Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.
Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?
«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).
Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?
Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.
[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.
Avete presente quando vi si para davanti agli occhi una certa immagine e, subito, avete l’impressione di averne vista una molto simile da qualche altra parte?
Ecco:
Quello sopra è l’Hotel Adler di Foppolo (Bergamo), quello sotto il Gstaad Palace di Gstaad, in Svizzera.
Al netto delle somiglianze architettoniche, c’è qualche “piccola” differenza che li distingue: il Gstaad Palace, inaugurato nel 1913, è uno degli hotel più lussuosi del mondo ed è sito in una delle località sciistiche più rinomate e ricercate (nonché costose) delle Alpi; l’Hotel Adler, costruito (suppongo) intorno agli anni Settanta del Novecento, è finito in asta giudiziaria nel 2011 (poi è stato parzialmente riaperto) e si trova in una stazione sciistica che, dopo il fallimento della società di gestione degli impianti nel 2017 con annesse indagini giudiziarie, stenta a rilanciare la propria attività turistica.
Insomma: una forma piuttosto simile, due destini del tutto diversi. Chissà se i costruttori dell’hotel di Foppolo si siano ispirati a quello di Gstaad: nel caso, non è proprio stata un’ispirazione fortunata. In ogni caso è molto interessante notare la frequenza di riproposizione di certi modelli e forme architettoniche peculiari negli edifici alpini ad uso turistico (lo “chalet” ha fatto scuola fin dall’Ottocento, come si sa) e quanto possa essere differente il giudizio sulla loro contestualizzazione rispetto al luogo che li ospita, anche al netto degli aspetti estetici e dell’impatto visivo. Modelli evidentemente presi spesso a campione ma, probabilmente, senza la necessaria riflessione riguardo il loro inserimento (materiale e immateriale) nel contesto locale. Ciò che mi viene da pensare sia successo a Foppolo con l’hotel in questione e con altri lì presenti, che non a caso fanno considerare la località bergamasca a tanti una delle più brutte della montagna italiana dal punto di vista architettonico e urbanistico.
P.S.: so bene che ve ne siano molti altri di hotel dalle fattezze più o meno evidenti di “castello” in giro per le Alpi, ma quella qui proposta è la prima similitudine che mi è balzata in mente, dunque la più spontanea.
Walter Bonatti, figura che credo non abbia bisogno di presentazioni, affermò che «Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi»: una considerazione sovente declinata in chiave alpinistica – le grandi montagne le scalano i grandi alpinisti – ma che a ben vedere può essere assolutamente valida anche in termini più pragmatici, cioè rispetto al salire sui monti per viverli e abitarci. In tal senso, le montagne acquisiscono il valore umano e culturale di chi vi risiede stanzialmente, e non solo perché per poterci vivere l’abitante ne modifica il territorio elaborando un paesaggio diverso. Di contro, proprio perché paesaggio potente, la montagna che “concede” agli uomini di salirla ne influenza in vari modi anche il carattere, dunque quel citato valore umano e la cultura che ne deriva: un paesaggio come quello montano alla fine non può non imprimersi nell’animo di chi lo frequenta stabilmente. Ciò vale anche quello più rude delle alte quote, fatto di pietre imponenti e instabili, gande taglienti, ghiaccio perenne (speriamo ancora per molto), radure sterili sferzate da venti impetuosi, ma che l’uomo ha comunque saputo in qualche modo conquistare e antropizzare facendone elemento referenziale del proprio paesaggio, dunque – per quanto rimarcato sopra – del proprio carattere peculiare. Chi frequenta le alte quote è sovente individuo di fatti più che di parole, magari rude come le pietre o freddo come il ghiaccio ma anche per questo onesto e sincero oltre che necessariamente solidarista, risoluto ma non per ciò privo di emozioni, anzi, per molti versi più sensibile all’apertura d’animo e di spirito perché intriso della vastità delle visioni e dei panorami dell’alta montagna, anche se probabilmente tale spiccata sensibilità non sarà mai vantata ai quattro venti.
Paul, Jonas e Galel sono più o meno così: uomini di montagna, uno rifugista e gli altri due guide alpine, di poche parole ma con una sensibilità d’animo che appare profonda quanto di contro elevate sono le montagne sulle quali lavorano e vagano. Ogni tanto i rispettivi impegni alpestri consentono loro di ritrovarsi alla “Baita”, il rifugio gestito da Paul, e quando ciò accade è proprio come se l’intera geografia montana che li accoglie e circonda assuma il valore dei tre, delle loro narrazioni, dei pensieri espressi con poche parole ma dotati di grande sagacia, dell’umanità che manifestano, dell’amicizia profonda che li lega anche se giammai espressa con troppo gioiosi convenevoli – in perfetto stile montanaro, insomma.
Ma c’è anche un quarto personaggio che partecipa ai convivi dei tre amici, li osserva, li ascolta e intanto osserva pure la montagna che vi sta intorno e poi li segue quando i tre tornano a valle e sbrigano le faccende ordinarie della loro quotidianità. È un personaggio indefinito che in qualche modo impersona Fanny Desarzens facendogli narrare quanto accade intorno a Galel, figura centrale del trio che per ciò dà il titolo al suo ultimo romanzo (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2024, traduzione di Carlotta Bernardini-Jaquinta; orig. Éditions Slatkine 2022) e così assumendo in sé anche il pensiero e le immagini che il lettore genera nella propria mente sfogliando le pagine del libro e scoprendone la storia.
Desarzens, che con Galel ha vinto il Premio Svizzero di Letteratura 2023, decide di raccontare le vicende dei tre amici scegliendo una scrittura che a sua volta, per certi aspetti, sembra assumere il carattere del territorio di alta montagna: uno stile essenziale, diretto al succo delle cose, apparentemente minimale, che sembra composto dalle didascalie di tante istantanee a fissare ogni singolo momento o quasi della storia narrata […]
(Potete leggere la recensione completa di Galel cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)