Il senso del limite, sempre più perduto

[Foto di Massimiliano Morosinotto da Unsplash.]
Quelle che potreste leggere se continuerete a farlo sono cose banalissime e in parte già dette da molti altri, sappiatelo. Quindi, se volete, andate pure oltre; io le metto per iscritto anche per me stesso, per rifletterci sopra e tenerle da parte in caso di bisogno.

Abbiamo perso il senso del limite. Ribadisco, sono l’ultimo e non l’ultimo sia a dirlo e sia ad avere titolo per farlo (ve l’ho detto, è un’osservazione banale), ma appurarlo costantemente e meditarci sopra non è mai cosa superflua, in considerazione di ciò che di concreto, di materiale ne deriva.

In quanto creature abitanti il pianeta Terra dotate di specifiche caratteristiche, i nostri limiti fondamentali sono quelli che il pianeta stesso, ovvero la Natura, l’ambiente naturale, fissa per noi. D’altronde, se tali limiti naturali non esistessero, potremmo volare in cielo come gli uccelli o giocare a calcetto sul fondo del mare, no? Oppure salire in vetta all’Everest correndo come al parco in città e respirando a pieni polmoni, ma proprio perché ciò non è possibile e solo attraverso una specifica preparazione fisica e mentale lassù ci si può arrivare, la salita alla vetta dell’Everest o a qualsiasi altra montagna risulta qualcosa di importante, di valoroso e ammirevole (al netto delle bieche spedizioni commercialo odierne, ovvio).

Ecco, a tal proposito: le montagne sono un ambito che probabilmente meglio di chiunque altro manifesta chiaramente il concetto di limite e la comune perdita del suo senso, e al riguardo non serve citare esempi alpinistici e variamente sportivi o prestazionali. Per dire: la cima di un monte è il limite naturale materiale per eccellenza; la paura che possiamo provare nel salirla è la manifestazione di uno dei limiti immateriali fondamentali che dobbiamo saper rispettare e con il quale convivere.

Tuttavia, come accennavo, la montagna contemporanea ci offre numerosi altri esempi illuminanti di limiti e di perdita del loro senso. Lo sfruttamento turistico-sciistico della montagna invernale avrebbe il suo limite naturale nella presenza o meno di neve; noi abbiamo perso il senso di questo limite naturale e ci siamo inventati la neve artificiale, presunta “manna” per i monti con la quale pretendiamo di poter sciare anche quando non vi siano le condizioni per farlo e che invece ormai da tempo manifesta tutta la sua nocività, sia dal punto di vista ambientale che economico e culturale. Molte delle installazioni turistiche che oggi degradano numerose località montane – panchine giganti, passerelle, ponti d’ogni genere e sorta, giostre alpestri, eccetera – rappresentano la perdita del senso del limite offerto dal paesaggio e dalle sue caratteristiche culturali: ormai incapaci di goderle e comprenderle nella loro pur meravigliosa realtà, vogliamo andare “oltre”, inventarci un nuovo limite estetico-ludico e aggiungervi quei vari manufatti, inutili e invasivi, che per giunta denotano pure la perdita del senso di ogni limite di decenza e di rispetto per i luoghi stessi. L’imposizione alle montagne di certe strategie turistiche massificanti (mega-parcheggi, enormi palazzoni da tot-piani, superfunivie, eccetera), senza capire che i territori montani sono un ambito non solo differente da ogni altro ma probabilmente ben più delicato di qualsiasi altro, soprattutto per come ogni intervento antropico ne modifichi pesantemente il paesaggio (nel senso antropologico del termine), manifesta la perdita del senso del limite sia di quantità e sia di qualità; il credere – come molti fanno, certi operatori del settore turistico o certi media, ad esempio – che questo rappresenti un successo per la montagna rimarca invece la perdita del senso del limite di intelligenza e di consapevolezza o, per meglio dire, il suo superamento verso ambiti di vuoto culturale spinto totalmente antitetici ai luoghi montani e alle loro valenze.
Ecco, solo per citare qualche caso emblematico tra i tanti possibili.

Poi è vero che a volte la tecnologia che noi “Sapiens” abbiamo a disposizione ci permette di spostare un po’ più in là certi limiti, anche naturali, e in fondo questo è un bisogno e un successo ontologici dell’essere umano, il frutto del «seguir virtute e canoscenza» dantesca che ci differenzia, almeno formalmente, dall’essere e dal «viver come bruti». Tuttavia la posizione dominante che la tecnologia ci dona, sovente ci rende fin troppo boriosi e meno attenti alle conseguenze di quel fissare nuovi limiti, nonché ignari dei danni più o meno gravi che ne derivano. In tal caso i limiti non vengono spostati in avanti, come ci viene di credere, ma in realtà di lato o di sbieco, per così dire, e quando ciò accade ci ritroviamo oltre di essi in una zona di pericolo pressoché totale perché posta “oltre ogni limite”, appunto. In circostanze del genere, il danno è pressoché certo, l’unica variabile è quanto sarà grave. Per tornare a uno degli esempi prima citati, è quello che accade con la pratica dell’innevamento artificiale delle piste da sci, nata per contrastare gli effetti meteorologici dei cambiamenti climatici ma proprio da questi resa sempre più deleteria per la montagna in ogni suo aspetto. Il continuo proliferare di questi impianti, in un clima che ci impone con sempre maggior frequenza alte temperature, pioggia al posto di neve fino a quote alte, permanenza del manto nevoso al suolo in costante riduzione, condizioni ambientali ogni anno meno consone alla sussistenza di tali attività, rappresenta un superamento ormai profondo e drammatico di un limite naturale ben determinato, con la conseguente generazione di numerose e inquietanti criticità – costi enormi, consumo di energia, depauperamento delle risorse idriche, degrado ambientale, banalizzazione culturale dei luoghi, patrimonializzazione esasperata e insensata, eccetera. Si è finiti ben oltre quel limite in una zona di pericolo assoluto, nella quale la permanenza e ancor più la costante fuga in avanti rispetto al limite suddetto è garanzia certa di una brutta fine: in primis per chi manifesta l’arroganza di governare il superamento, e nel caso questa non sarebbe che una sorte meritata; peccato che a farne le conseguenze sarà anche l’intero territorio montano, la sua bellezza, la sua integrità ambientale, la gente che lo abita, il paesaggio, la relazione tra esso e ogni individuo. Insomma, è la manifestazione di una dissennatezza senza limiti – guarda caso come si usa dire.

Ma sono cose perfino “banali” da osservare, ve lo dicevo all’inizio. Eppure, a ben vedere, mi verrebbe da credere che per qualcuno non lo siano così tanto. Anzi.

Un necessario senso della misura

[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.56; orig. Arctic Dreams, 1986.)

Il turista cosciente

[Foto di Michele Mescolin da Unsplash.]

La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemiche della complessità. Esse ci consentono non soltanto di uscire dalle dicotomie oppositive e riduzionistiche delle precedenti impostazioni culturali, ma anche e soprattutto di cogliere la portata innovativa della responsabilità etico-politica dell’uomo nella costruzione del paesaggio mediante il governo intelligente della natura e del territorio. In questo rinnovato corso di idee entra in gioco la riscoperta e la riappropriazione del valore identitario dei territori che le comunità residenti possono ritrovare tanto nella memoria storica, da un lato, che nella progettazione responsabile, dall’altro. Il paesaggio ritorna, così, a essere percepito come luogo dell’appartenenza per chi, dall’interno (gli abitanti), vi si riconosce e dell’accoglienza rassicurante per chi, dall’esterno (il turista), vuol esserne ospite cosciente.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.36-37.)

Di questo emblematico passaggio del libro di Annibale Salsa, ricco di innumerevoli spunti di riflessione e di dissertazione (che invito caldamente a cogliere e meditare), mi limito a citare le sole ultime-ma-non-ultime, parole: «il turista (che) vuol essere ospite cosciente». Una condizione tanto fondamentale (è la cosiddetta place experience definita dalla sociologia del turismo contemporanea, contrapposta alla precedente e ormai fallimentare customer experience) per la qualità del turismo montano e la proficuità per le montagne stesse e la loro realtà, quanto troppo spesso ignorata se non palesemente avversata da chi invece punta a mere pratiche turistiche di massa – e ai relativi possibili grassi (?) tornaconti – per le quali conta solo la quantità (di turisti) a totale discapito della qualità (del turismo).

Ecco così proliferare in giro per i nostri monti idee immateriali e opere materiali sovente scellerate e che non c’entrano nulla con i territori alpini ai quali vengono imposti dacché il loro unico compito è attrarre più persone possibili: fa niente poi se tali persone non sanno nemmeno dove si trovano, cosa hanno intorno, quali peculiarità possiede quel territorio, perché il suo paesaggio è unico, dunque identitario, ovvero certamente diverso da qualsiasi altro. Manca il perseguimento di qualsiasi relazione culturale con il luogo la quale poi genererebbe anche il legame nel tempo (cioè il ritorno del turista che si sente legato e magari affezionato a quel luogo, appunto), c’è solo la volontà di monetizzare il più rapidamente possibile la presenza di massa, null’altro. Ciò anche perché, probabilmente, quei personaggi che impongono tali scellerate strategie turistico-commerciali sanno bene, essi per primi, che queste forme lunaparkizzate di turismo massificato durano pochissimo tempo e, una volta decadute, lasciano strascichi pesanti (ambientali, economici, sociali, antropologici) nel territorio che le ha subite. Ma intanto quelli avranno ottenuto (forse) il loro bel tornaconto e amen, alla faccia dello sviluppo, della valorizzazione, del bene, del futuro delle montagne e delle genti che le abitano e vorrebbero continuare a farlo. Già.

Il troppo stroppia sempre

[Foto di Peter Bond da Unsplash.]
Si sa che certe persone con l’avanzare dell’età diventano pedanti e si convincono che sia un’ammirevole saggezza conferita proprio dalla maturità anagrafica quella che invece ad altri parrà più mera e fastidiosa sofisticheria senile. Io non posso certo credere di non far parte di questa categoria di persone, in ogni caso questo popò di introduzione pseudo-sociologica mi serve per denotare una cosa molto più pragmatica (o banale, forse). Ovvero che col tempo, dilettandomi a volte nell’andare a fare la spesa nei supermarket vicino casa – e, sottolineo, “semplici” supermarket, dacché rifuggo come la peste i più mastodontici “ipermercati” e ogni altro esercizio commerciale troppo grande e altrettanto caotico – sempre più mi chiedo una cosa che già alcuni altri si sono chiesti e certamente si chiederanno, dunque a questi mi aggiungo: ma non c’è troppa roba in vendita in questi negozi? Non ci sono troppi articoli e troppo assortimento per lo stesso articolo, troppa scelta, troppa sovrabbondanza, troppe cose ridondanti ovvero sostanzialmente eccessive e inutili? Non è che se di tutta quella roba ce ne fosse anche solo una decima parte, in vendita, comunque avremmo a disposizione un notevole assortimento sia di qualità che di varietà e quantità?

Sia chiaro, non è un pensiero banalmente anticonsumistico, il mio, oppure legato a considerazioni pur obiettive del tipo «noi abbiamo troppo e in certe parti del mondo non hanno nulla», almeno non nel principio. Piuttosto, mi viene da riflettere su cosa ci sia dietro tutto questo surplus di merci in vendita e poi su cosa venga cagionato da esso dopo (incluse le incontrollabili pulsioni consumistiche indotte, certamente, ma non come unico effetto), e rifletto su tali questioni in senso sociologico ovvero socioeconomico considerando l’etimologia originaria del termine “economia” – dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos) “norma” o “legge” – ovvero «l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) quando attuata al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi» (clic). Va bene, capisco che al giorno d’oggi la definizione «risorse scarse (limitate o finite)» risulti anacronistica e senza (più) senso (o no?), tuttavia, forse, dalle limitatezze di certi periodi del passato ci siamo fin troppo abituati ad una spropositata sovrabbondanza che, superato un limite economico fisiologico oltre il quale stiamo correndo verso un orizzonte ultraconsumistico senza limiti visibili, in fin dei conti ci ha arricchito materialmente ma impoverito e imbruttito culturalmente – un “effetto collaterale” solo all’apparenza, a ben vedere. Ripeto: se si eliminasse il 90% della merce che ingolfa gli scaffali dei supermercati contemporanei, comunque avremmo un sacco di cose da comprare e consumare e ci potremmo dire senza alcun dubbio dei “crapuloni”, con tutto quel popò di cose a disposizione. Anche per questo, quando ad esempio ho l’occasione di rifornirmi nei negozietti dei borghi di montagna dove in 20 metri quadri o meno c’è poco di tutto ma non manca nulla di indispensabile, provo una sensazione di salubre e piacevole morigeratezza. Non è un merito di questi piccoli negozi né un demerito di quelli più grandi, formalmente: è semmai una questione di misure e di congruità di esse con il modus vivendi che ci è stato imposto e con quello che, forse, dovremmo invece scegliere consapevolmente di praticare.

Oh, ma lo so, lo so: sono riflessione piuttosto ovvie, un po’ retoriche, probabilmente frutto della mia attempata pedanteria (vedi sopra) o di chissà quale nevrotica paturnia. Però so anche bene che, troppe volte, temo, ci siamo abituati a considerare normali, ordinarie, dovute, cose che in realtà non lo sono e anzi sono francamente inopportune e insensate. In fondo lo denotò già Esopo più di 2500 anni fa che «L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose», già. E non c’erano né i supermercati e nemmeno gli iper-mega-centri commerciali odierni, a quell’epoca!