Un luogo sospeso tra la realtà e il… (Colle di) Sogno!

Di Colle di Sogno ho già scritto molto, qui sul blog e altrove, essendo uno dei più bei borghi della montagna lombarda e un luogo nel quale e per il quale lavoro, nella progettazione culturale, da molto tempo, per cui forse lo conoscete già nelle sue così suggestive peculiarità paesaggistiche e urbanistiche e nella bellezza del suo paesaggio.

Colle di Sogno è anche adiacente all’itinerario escursionistico che corre lungo la DOL – Dorsale Orobica Lecchese da Bergamo fino a Morbegno, e infatti del borgo abbiamo raccontato, io e gli altri due coautori, nella guida Dol dei Tre Signori – date un occhio qui, al riguardo. I camminatori che percorrono il trekking della DOL lo possono raggiungere e visitare con una deviazione che richiede meno di un’ora e offre in lauto cambio l’ottima cucina tradizionale della Locanda nel centro del borgo. Se invece volete già sapere qualcosa di più su Colle di Sogno, e sul progetto speciale di valorizzazione culturale del luogo curato da Alpes e significativamente intitolato Un luogo dove re-stare, potete cliccare qui.

Cliccate invece sull’immagine lì sopra per visitare la pagina facebook I cammini di Orobie, dalla quale è tratta.

Una cartolina dall’Adamello

A volte le montagne più grandi e imponenti, che per questo si potrebbero ritenere degne di considerazione da parte di chiunque se le ritrovi davanti, a partire dall’essere dotate dunque di un toponimo degno di quell’importanza geografica, sono rimaste invece senza nome per lungo tempo, come fossero ignorate o trascurate. D’altro canto, se così fosse, non sarebbe affatto sorprendente: più le montagne erano imponenti e dunque elevate, meno interessavano agli abitanti dei territori circostanti, che dai loro ghiacciai e dai versanti scoscesi e pericolosi non potevano ricavare nulla di utile alla loro già difficile sussistenza. Dunque, non c’era nemmeno il bisogno di trovare loro un nome.

L’Adamello, uno dei gruppi montuosi più articolati e vasti delle Alpi italiane oltre che tra i più spettacolari, in forza dei suoi enormi ghiacciai oggi purtroppo in forte regresso, è uno di quelli che, stranamente (o no, vedi sopra), per lungo tempo non ha avuto nessuna denominazione; poi, da quando l’ha ottenuta, la sua origine è rimasta piuttosto indeterminata. Il toponimo Adamello appare per la prima volta solo nel 1797, e unicamente per mere esigenze cartografiche, nella Carte Générale du théatre de la guerre en Italie et dans les Alpes del barone Louis Albert Guislain de Bacler d’Albe, capo dell’ufficio topografico di Napoleone, redatta nel corso della Campagna d’Italia e pubblicata nell’anno citato; tuttavia su questa carta la posizione della montagna appare piuttosto approssimativa, segno che non la si era ancora geograficamente ben identificata e compresa. D’altro canto quasi sessant’anni dopo, nel 1853, il cronista Arturo Caggioli indicò la montagna con l’arzigogolata denominazione di «Gran Masso Monte Glaciale Nomato», confermando la permanenza dell’incertezza geografica e toponomastica presente in loco.

Il celebre alpinista inglese Douglas William Freshfield tra il 1864 e il 1874 fu uno dei primi a percorrere le vallate sottostanti l’Adamello avendo la conoscenza della citata carta napoleonica, e ricordò che il toponimo era sconosciuto sia in Val Rendena (sul versante trentino) che in Valle Camonica, mentre era noto ai pastori della Valsaviore e della sussidiaria Val Adamé (versante lombardo). Dante Ongari, storico della montagna che fu presidente della Società Alpinisti Tridentini, al quale è intitolato uno dei rifugi presenti nel gruppo, sostenne che sarebbe stato il parroco di Saviore a suggerire il nome di questa montagna ai cartografi francesi, indicando la possibilità che il termine sia dovuto agli antichi abitanti frequentatori della Val Adamé, territorio che molti pensano abbia preso il nome dalla montagna quando invece pare che sia accaduto il contrario e la valle abbia dato il nome al monte. Il toponimo «Adamé» deriverebbe dal latino hamae, termine che indica le pozze d’acqua presenti nei pascoli acquitrinosi in quota; così, come spesso accade, tale toponimo “vallivo” probabilmente traslò verso l’alto a denominare prima la montagna (in senso lato) che dominava quei pascoli e poi, per georeferenza condivisa nonché funzionale alla differente relazione coi monti sviluppatasi dall’Ottocento in poi, la sommità più elevata.

(La fotografia della cartolina è tratta da www.parcoadamello.it.)

Un talk condiviso sul buon sviluppo della montagna, giovedì ai Piani Resinelli (aperitivo incluso!)

È un onore e un piacere essere ospite di Resinelli Tourism Lab per chiacchierare di montagne nel ciclo di talk PERSONEFANNOCOSE, giovedì prossimo 28/07 alle 19.30 ai Piani Resinelli. Ancor di più lo è perché sarò presente lassù, ai piedi della meravigliosa Grignetta, non per insegnare qualcosa ma per imparare moltissimo: da chi interverrà, dal loro legame con il luogo e la sua essenza, dal luogo stesso, dal paesaggio narrante innumerevoli storie, da quella dimensione speciale nella quale si può entrare ogni qualvolta saliamo su una montagna scoprendoci sempre qualcosa di nuovo, prezioso, illuminante. Qualcosa che possiamo imparare, assimilare, comprendere per poi “riportare” alla montagna (da residenti stanziali tanto quanto da visitatori occasionali, la cosa non cambia), contribuendo fattivamente al suo più virtuoso sviluppo così da salvaguardarne l’essenza tanto fondamentale. In fondo la montagna non potrebbe offrirci il suo paesaggio così straordinario se noi non fossimo capaci di percepirlo, comprenderlo, elaborarlo e apprezzarlo: su questa relazione armonica si fonda il senso e la sostanza della nostra presenza sui monti, e la possibilità di costruire lassù il miglior futuro possibile, a favore dei territori di montagna, di chi ci vive e li fa vivere ma, in fondo, a vantaggio di chiunque.

Dunque vi aspetto, giovedì alle 19.30 ai Piani Resinelli presso la sede dell’Ufficio Turistico, di fronte alla chiesetta dei Piani. Ricordate che la prenotazione è obbligatoria alla mail resinellitourismlab@gmail.com, mentre per saperne di più su PERSONEFANNOCOSE, date un occhio qui. Non mancate, ci sarà da divertirsi – e da mangiare/bere, il che non guasta affatto, no? 😉

Se sparissero certe montagne

Gli umani, per certi versi, sono creature parecchio strane. Ad esempio, comprendono il valore di qualcosa non quando ce l’hanno ma quando viene a mancare, e generalmente questo principio risulta valido vale tanto più è importante ciò che c’è ovvero manca: la pace, l’amore, la libertà… l’acqua…

Tale principio, in modalità differenti ma con una sostanza di fondo similare, resta valido anche in tema di relazione con i luoghi che viviamo, dei quali non riusciamo a comprendere quanto essi, con tutto quello che contengono,  influenzino la nostra presenza in loco e la visione che ne ricaviamo, la quale poi diventa nozione culturale e immaginario più o meno comune che assimiliamo e ci portiamo appresso per poi farne uno strumento fondamentale di valutazione e comprensione personale del mondo – ovvero comprensione della nostra presenza nel mondo, di cosa ci stiamo a fare.

Vi propongo un macro-esempio al riguardo: il Cervino/Matterhorn, la montagna più iconica delle Alpi, marcatore identitario dei territori ai suoi piedi e presenza culturale oltre che geografica per le genti che li abitano. Si giunge al suo cospetto e lo si ammira in tutta la sua grandiosità morfologica, attrattore inesorabile di tutti gli sguardi: per la sua bellezza, l’imponenza, la grandiosità o per il timore che suscita… Nel frattempo, la sua presenza sta definendo negli osservatori il valore del luogo che si trova tutt’intorno, nel quale essi si trovano e con il quale stanno interagendo, ricavandone le proprie percezioni, impressioni, emozioni, esperienze, conoscenze: il “paesaggio”, insomma, che è il risultato di tutte queste cose in relazione al territorio che ne è fonte primaria, il quale identifichiamo culturalmente proprio grazie ai marcatori georeferenziali che vi troviamo e vediamo. Ciò senza contare il fatto che un elemento geografico così iconico e identitario definisce il territorio anche dal punto di vista socio-economico: basti pensare alle innumerevoli riproduzioni della silhouette del Cervino che si possono trovare ovunque. D’altro canto, come dicevo, quello del Cervino è un macro-esempio, il cui principio è riscontrabile in innumerevoli altre circostanze, similari anche quando meno palesi.

Bene, detto ciò: e se il Cervino non ci fosse?

Notate come i luoghi, esattamente quelli soliti eccetto che per la mancanza del monte, cambiano totalmente aspetto e come ci appaiono differenti per molti aspetti, ovvero come la nostra percezione si ritrova a dover elaborare un paesaggio diverso e con peculiarità altre rispetto a quello consueto?

Si direbbe una cosa ovvia, questa: è chiaro che se un certo territorio perde le sue emergenze geografiche e morfologiche principali, cambia aspetto. Tuttavia il nocciolo nella questione non è tanto nel cambio d’aspetto territoriale, ma nella variata e differente elaborazione del paesaggio conseguente, il che determina una diversa relazione culturale con quel luogo, una diversa considerazione, differenti valori che gli si possono attribuire. Insomma: sarebbe sostanzialmente lo stesso luogo, per quanto riguarda la parte antropizzata e vissuta, ma risulterebbe formalmente un altro luogo, che facilmente finiremmo per considerare non solo diverso ma forse più anonimo, meno affascinante e attraente, più “brutto” – e ciò proprio perché conosciamo e possiamo apprezzare l’originale.

(Per fare un altro esempio non alpino, qui sopra…)

Abbiamo una gran fortuna, comunque: il Cervino, e tutte le altre montagne o gli altri elementi iconici e identitari del mondo in cui viviamo, non possono sparire (salvo cataclismi impensabili): non per questo dobbiamo ritenere questi paesaggi scontati, anzi, la comprensione piena del valore della loro presenza, e dell’importanza di essa per chiunque viva quei luoghi e vi sappia intessere una relazione, per quanto sopra va coltivata, sviluppata, resa più forte e virtuosa possibile. Esattamente come è la persona libera che può e deve difendere la sua libertà, avendone piena coscienza dell’importanza, così funziona per i luoghi e i paesaggi del mondo che viviamo. La loro salvaguardia è la salvaguardia di noi stessi, del nostro tempo e della nostra presenza nel mondo: qualcosa che non possiamo assolutamente permetterci di perdere.

PERSONEFANNOCOSE e me, giovedì 28/07

Per saperne di più, cliccate sull’immagine!

Ci vediamo giovedì 28 luglio prossimo, nella meravigliosa frescura montana dei Piani Resinelli! 😉