In montagna con maggiordomi in guanti bianchi, yoga, eli-gourmet, cabine-vip con champagne…

Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?

Evidentemente così, anche.

Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»

Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.

Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?

Magari sì, chissà.

Domani sera il Vallone delle Cime Bianche è… a Verona!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Nelle numerose volte in cui mi sono occupato e ho scritto della causa a difesa del Vallone delle Cime Bianche dai devastanti progetti funiviari che vi ci si vorrebbero realizzare, ho sostenuto spesso che quella del Vallone è una delle iniziative più emblematiche tra quelle in atto sulle montagne italiane a tutela dei loro territori ancora liberi da infrastrutture turistiche impattanti. Questo per numerosi motivi: ad esempio perché il Vallone delle Cime Bianche è l’ultimo rimasto senza impianti in questa sezione delle Alpi occidentali, perché la sua bellezza e il suo valore naturalistico sono protetti da regolamenti regionali nazionali e comunitari che si vorrebbero bellamente ignorare, perché le funivie che si vorrebbero realizzare non hanno alcun senso se non quello meramente finanziario, legate a un’idea di sfruttamento consumistico delle montagne rimasta agli anni Settanta del secolo scorso e oggi totalmente obsoleta e priva di logica, perché il progetto non apporterebbe alcun vantaggio pratico alle comunità dei territori coinvolti ma anzi ne andrebbe a discapito e perché, last but not least, distruggere il Vallone delle Cime Bianche costerebbe ben più di 100 milioni di Euro di soldi pubblici, sperperati per devastare un patrimonio naturale di interesse collettivo – per questo giuridicamente tutelato, appunto – solo per accontentare le brame commerciali di un’industria sciistica sempre più alienata dalla realtà.

Dunque, è una bellissima cosa che il progetto fotografico di conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” porti la conoscenza della propria causa e il suo fondamentale messaggio, grazie ai suoi portavoce Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, di fronte a pubblici e in contesti sempre più numerosi, variegati e lontani da quelli geograficamente affini: come avverrà domani sera presso la sede del CAI di Verona, nell’ambito della Rassegna Culturale “I martedì del CAI” – 21a serata del progetto, un numero (che aumenterà ancora, a breve) il quale dimostra bene la sua importanza. Perché, come ripeto, quella per il Vallone delle Cime Bianche” è una battaglia emblematica per ogni altro territorio montano minacciato da progetti di turistificazione impattante e per tale motivo esemplare tanto quanto ispirante. Difendere il Vallone equivale nel principio e in spirito a difendere tutte le nostre montagne e rappresenta uno stimolo fondamentale per agire in loro tutela quando la manifestazione della mancanza di buon senso, di sensibilità, di cura unite alla mera e bieca volontà di far soldi da un patrimonio inestimabile, insostituibile e di tutti, rischia di fare ai territori montani danni irreparabili che oggi e per il futuro non ci possiamo più permettere.

[Le “Cime Bianche” che danno il nome al Vallone. La massima elevazione è la cima a destra, il Bec Carré, 3004 m. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Per saperne di più sulla serata di Verona cliccate qui oppure consultate il sito del CAI veronese qui.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche:

La stagione è salva!

Ciò che si afferma nel titolo di questo articolo, quale compendio dei suoi contenuti, trovo che sia veramente interessante e altrettanto significativo (ne trovate un riassunto qui).

«La neve artificiale salva la stagione».

Passatemi il paragone “forte” (chiedo venia), ma è un po’ come dire che praticando nove rapporti sessuali su dieci con bambole gonfiabili la razza umana sia salva.

E se «La situazione sulle Alpi è ottima» (cosa detta prima delle nevicate di queste ore, la cui entità peraltro è tutta da verificare), di sicuro ci sarà qualcuno che trova la “situazione” con le bambole suddette similmente “ottima”. Basta crederci, ecco.

Per la cronaca, e stando alle ultime stime disponibili, l’Italia è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. (Fonte qui.) Di contro, secondo i dati dell’ultimo bollettino di Arpa Lombardia sulle riserve idriche, pubblicato il 28 dicembre, sulle montagne mancano 426 milioni di metri cubi di acqua del manto nevoso, il 34,6% in meno della media (fonte qui).

La stagione è “salva”, già. E lo sono anche i produttori di bambole gonfiabili, bontà loro.

Ma le montagne intorno? Sono salve?

P.S.: sul tema ne ho scritto anche qui.

«Il posto migliore d’Europa per sciare»?

Premetto che non ho letto la notizia sul FT ma dal titolo che riporta Sky credo ci sia una sorta di narrazione inversa. Sul fatto che Bardonecchia possa diventare una delle migliori località per vivere e fare turismo in montagna ci possiamo lavorare, ma per sciare francamente senza neve al suolo la vedo durissima e questi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Questo, come altri titoli di cui leggo in questi giorni, non fanno bene alla montagna perché servono ad alimentare una visione nostalgica e ormai incompatibile con la realtà dei fatti. È evidente ormai che non si sta andando tutti nella stessa direzione e questo sta generando disorientamento all’interno delle comunità locali che invece avrebbero bisogno proprio di un indirizzo forte come richiede una transizione dal modello neve a modelli altri, complessi e integrati. Le soluzioni potrebbero esserci (ci sono casi che lo dimostrano ampiamente) ma bisogna voler perseguire la strada a tutti i livelli. Non si posso lasciare le comunità che sperimentano sole in questa direzione come se fossero “eccentricità” del sistema, la transizione deve avvenire in un quadro d’azione complessivo.

[Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani; fonte qui. L’articolo del “Financial Times” invece lo potete leggere qui.]

Di nuovo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene Federica Corrado – al netto che quelle pseudo-classifiche sovente proposte dai media siano sempre da prendere con mille pinze: ma il punto non è questo, è il messaggio che ne deriva.

Il disorientamento delle comunità di montagna di fronte all’evoluzione delle politiche di gestione dei loro territori, soprattutto di quelli vocati più o meno forzatamente al turismo, è di fatto la prosecuzione di quei fenomeni di spaesamento e alienazione novecenteschi ben raccontati da Annibale Salsa nel suo libro Il tramonto delle identità tradizionali ormai più di quindici anni fa. Nel depauperamento socioculturale dei territori di montagna avviatosi nel secolo scorso e continuato in maniera crescente fino a oggi, quasi ogni elemento delle geografie economiche e antropiche locali è stato spazzato via lasciando da una parte, solitaria e regnante, l’industria (termine non casuale) turistica, in primis dello sci, e dall’altra la comunità altrettanto sola dacché ormai deprivata di strumenti culturali atti a mantenere il controllo della propria identità locale e della coscienza del luogo. Ecco perché una certa comunicazione mediatica asservita al sistema economico dominante, in forza del sostegno politico ma di contro sempre più decontestuale e alieno ai territori, produce danni psicosociali ben più gravi di quanto si potrebbe pensare e allontana sempre più la possibilità di attuare quelle soluzioni potenziali che da un lato ridarebbero vigore autentico alle comunità locali e dall’altro consentirebbero lo sviluppo di una frequentazione turistica ben più armonica ad esse e ai luoghi. Invece, si continuano a narrare suggestive tanto quanto false favolette funzionali allo status quo politico-economico, senza elaborare alcuna analisi sul loro portato – per mancanza assoluta di interesse al riguardo, ovviamente.

D’altro canto, come anche denota Corrado, ecco come si presenta oggi, 3 gennaio 2024, «il posto migliore d’Europa per sciare»:

[Fonte: https://www.bardonecchiaski.com/it/webcam. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ogni commento al riguardo mi pare superfluo.

Dal Ministero del Turismo 148 milioni di Euro per gli impianti di sci, solo 4 per il turismo sostenibile. Va bene così?

148 (centoquarantotto) milioni di euro destinati al fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento artificiale; quattro (4) milioni di euro per la promozione dell’ecoturismo e del turismo sostenibile che mirino a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali. Entrambi i fondi arrivano dal Ministero del Turismo e sono destinati alle imprese: decreti e graduatorie sono stati pubblicati sul sito del Dicastero citato.

Destinati alle imprese, già, quelle che per proprio statuto fanno lucro in montagna non di rado – purtroppo bisogna denotarlo – senza troppo badare al territorio e al paesaggio sfruttati per i propri interessi. Non vengono destinati alle comunità residenti, ai montanari, ai loro bisogni, ai servizi di base, alle necessità legate alla vita quotidiana, a scuole, trasporti pubblici, sanità, assistenza sociale,  centri socioculturali… tutte cose che, evidentemente, vengono viste con parecchio disprezzo dalle parti del Ministero, altrimenti non si spiegherebbero i 144 milioni di differenza tra i due stanziamenti. Da una parte la torta straboccante di golosità, dall’altra soltanto le briciole.

Inevitabilmente anche l’UNCEM, Unione Nazionali Comuni Comunità Enti Montani, denuncia tale assurda situazione attraverso le parole del Presidente Marco Bussone (prese dall’articolo di “Ossola News” che vedete lì sopra, nel quale le potete leggere nella loro interezza):

I fondi potevano essere distribuiti diversamente, guardando alla vera sostenibilità, alle green communities, e non solo ai 300 paesi alpini e appenninici con impianti di risalita, importantissimi, ma non da soli, in un sistema. I finanziamenti del Ministero del Turismo, ribadiamo con forza, vanno investiti coinvolgendo insieme con le imprese – come Uncem aveva chiesto, inascoltata senza motivo, in alcuni tavoli tecnici ministeriali – direttamente gli Enti locali, Comuni, Unioni montane, Comunità montane. Potevano essere loro i beneficiari, per fare progetti integrati pubblico-privati, per le comunità locali. Invece le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese. Molti fondi per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato.

Anche su “Il Fatto Quotidiano” Alberto Marzocchi, giornalista nonché maestro di sci, dunque assai competente sulla materia, ha pubblicato un illuminante articolo nel quale elenca, con nomi e somme, tutti gli stanziamenti a livello nazionale per le stazioni sciistiche, accentuando il parossismo della “nevicata” di soldi pubblici elargita dal Ministero, sovente a comprensori che da numerose stagioni lavorando in perdita e presentano bilanci da tribunale fallimentare. Una vera e propria «politica dell’accanimento terapeutico», come inevitabilmente la definisce Marzocchi.

Be’, a me pare ormai palese che, in tema di politica contemporanea e gestione dei territori montani e rurali, abbiamo a che fare con un sistema distorto, malato, pericoloso, insostenibile sotto ogni punto di vista, per nulla vantaggioso ma distruttivo per le montagne e per le loro comunità. Un sistema che va cambiato più rapidamente possibile, altrimenti il rischio sarà di degradare in maniera irreversibile un patrimonio inestimabile di storia, cultura, economia, bellezza, paesaggio, Natura che è di tutti noi e chiunque ha il diritto di godere e il dovere di tutelare. Anche contro certe figure politiche così strafottenti verso di esso e, appunto, verso di noi tutti.