Un anno “eccezionale”?

Nel grafico sopra riprodotto (cliccateci sopra per ingrandirlo), che ricavo dalla pagina Twitter dell’IRPI – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, i vari circoli colorati identificano gli anni dal 1950 al 2022 in base al rapporto tra temperature e piogge nei primi sei mesi dell’anno, relazionato alla media standard 1991-2010, l’attuale trentennio climatico di riferimento.

Notate due cose:

  1. Innanzi tutto, ovviamente, la posizione del 2022, lassù in alto a sinistra: nettamente il semestre peggiore dal 1950 in tema di alte temperature e carenza di precipitazioni. Notate anche la distanza dell’anno in corso dal 2003, popolarmente ritenuto l’anno climaticamente peggiore di sempre.
  2. Dato meno evidente ma parimenti significativo: quasi tutti gli anni dal 2000 in poi sono posti al di sopra della linea di anomalia nulla delle temperature, ovvero sono risultati più caldi della media 1991-2020. Gli ultimi tre anni, in particolare, sono risultati non solo più caldi ma anche meno piovosi della media suddetta.

Riflessione conseguente: rispetto al periodo precedente il 2022, così tremendamente anomalo, è sicuramente da considerarsi un’eccezione; non ci resta che sperare che tale resti anche in futuro e non si palesi invece come il primo anno di un nuovo periodo climatico ben più problematico, per il quale saranno le medie di riferimento del passato a dover essere considerate una “eccezione”, e in difetto.

Una cartolina dal Bernina

«Bernina» è un altro di quei nomi che inesorabilmente indicano e richiamano alla mente grandi montagne, vasti ghiacciai, superbi panorami alpestri… giustamente, visto che il “quattromila” più orientale delle Alpi è uno dei massicci montuosi più estesi, articolati e elevati di questa parte della catena alpina, con numerose vette spettacolari e assai celebri sulle quali sono state scritte pagine importanti della storia dell’alpinismo. Un nome sinonimo di “montagna” nel senso più compiuto del termine, insomma: ma che origine ha, il così famoso toponimo “Bernina”?

In verità anche questo è un caso di nome assai potente, nell’immaginario (toponomastico e non solo) oggi condiviso, ma di contro dalle origini molto meno “gloriose” ovvero più pragmatiche, per così dire. Il nome «Bernina» in origine – cioè nel Basso Medioevo – non indicava infatti la montagna ma era usato per la località di Bernina Suot e per il vicino alpeggio in val Minor, appena sotto l’omonimo passo sul versante engadinese, e deriva probabilmente dal cognome Bernin, diffuso anche nell’Italia settentrionale e centrale come Bernini. Nel 1429 Bondo, comune della val Bregaglia, acquistò un alpeggio in Barnynia in valle Minori – forse Bernin era il nome del precedente proprietario del terreno – che da allora divenne l’Alp da Buond, mentre con il nome Bernina si finì per indicare il passo del Bernina e successivamente, per un mero traslato geo-toponomastico, l’intero gruppo montuoso soprastante. Meno probabile sembrerebbe invece l’origine slovena del toponimo citata da alcuni (lo studioso grigionese Andrea Schorta, ad esempio), come abbreviazione del termine berdnina (“montagna con propaggini”).

D’altro canto la forma arcaica del toponimo, Barnynia, potrebbe far pensare a una similitudine con l’origine del toponimo «Berna», la capitale svizzera, che popolarmente deriva da Bär, “orso” (animale simbolo della città) ma che oggi viene più probabilmente fatto derivare dal termine celtico berna il quale significa “fessura”, “fenditura”: nell’uno e nell’altro caso, comunque qualcosa che si ritrova facilmente anche sulle montagne!

(L’immagine fotografica della cartolina è di Renato Muolo da Unsplash.)

Una cosa utile, delle panchine giganti

Però bisogna ammettere che un fine assai utile le panchine giganti o “big bench” ce l’hanno, senza alcun dubbio. Identificano rapidamente e pressoché inequivocabilmente le località i cui amministratori, o chi per essi, non hanno realmente a cuore il territorio e non ne sanno comprendere il valore e la bellezza autentici. Parimenti, cioè per lo stesso motivo, indicano a tutti gli altri le località nelle quali non recarsi per non vedersi rovinata l’esperienza della contemplazione di un paesaggio di pregio e non banalizzato da cose prive di senso.

Magari così si scopre pure che il paese / la valle / il dosso / la vetta adiacente, oltre a non essere inquinata in quel modo, è pure più panoramica. Ecco. 😃

“La” zona rossa

Negli ultimi giorni mi sono capitate sott’occhio, in differenti occasioni, alcune mappe dell’Italia in ognuna delle quali vi era un evidentissimo elemento comune: una zona geografica ben precisa colorata di rosso più diffusamente o più cupamente di altre, a segnalare un certo valore massimo rispetto a una determinata specificità oggetto di indagine e alle zone circostanti.

La mappa più recente, vista ieri, evidenzia la percentuale di consumo di suolo in base ai dati dell’Ispra; fate attenzione a quale sia la zona rossa più ampia e dal colore più cupo:

Questa prima mappa me ne ha ricordata un’altra vista pochi giorni fa, relativa alle temperature previste nell’ennesima ondata di calore in corso – che qualcuno, bizzarramente, ancora definisce “anomala”. Anche qui notate la zona più rossa di altre:

Infine mi sono ricordato di un’altra mappa, vista di recente. Indica la concentrazione di particelle inquinanti nell’aria, e di nuovo fate caso a quale sia la zona più rossa:

Capirete ora di quale elemento cromatico comune a tutte e tre le mappe, ovvero di quale solita zona geografica, vi stavo dicendo poc’anzi.

Ecco.

Potrebbe essere solo una inusitata coincidenza, certamente. Oppure no.

Comunque, a questo punto aggiungo una quarta mappa:

Indica la percentuale diffusa nel territorio di politici eletti e amministratori pubblici menefreghisti rispetto alle problematiche relative alle altre tre cartine e a tutto ciò che vi è di correlato. Vi sembrerà strano, inopinato, imprevedibile, incredibile, ma anche qui la zona più rossa di altre è sempre la stessa – ed è peraltro una mappa che resta immutata da decenni.

Che bizzarrissima “coincidenza”, non vi pare?