
*: sì, ovviamente c’è un motivo per il quale si chiama così.

*: sì, ovviamente c’è un motivo per il quale si chiama così.
Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.
[Friedrich Nietzsche, lettera a Carl von Gersdorff, 1883. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]

Tuttavia, nonostante la timorosa circospezione appena citata, a certe vette particolarmente prominenti anche i montanari d’un tempo trovarono una funzione utilitaristica: quella di orologi naturali i quali, grazie al transito del Sole sulla verticale della sommità, generalmente indicavano l’ora principale della giornata diurna, il mezzogiorno. La metà della giornata, la fine del mattino e l’inizio del pomeriggio, il momento del pranzo e la suddivisione di molte delle attività quotidiane. Per tale motivo quasi ovunque vi siano montagne di una certa prominenza morfologica e altitudinale, ci sono sommità nel cui toponimo c’è il riferimento al mezzogiorno: ad esempio nella foto in testa al post vedete i Dents du Midi (“Denti di Mezzogiorno”) nel Vallese, ma penso anche al Pizzo Meriggio nelle Orobie Valtellinesi, sopra Sondrio, al Sas de Mesdì nel gruppo del Sella, tra Trentino e Alto Adige, al Bric di Mezzogiorno sopra la Val Troncea, vicino Sestriere, ai tanti Mittaghorn (“Corno di Mezzogiorno”) sparsi per le regioni alpine di lingua tedesca…
D’altro canto, posta la suddetta circospezione, anche questa semplice funzione di misurazione del tempo ha rappresentato una forma minima ma importante di relazione antropologica con il territorio e il suo paesaggio, un atto di identificazione di matrice culturale con il monte che certamente non “serviva” materialmente alla vita del montanaro ma la cui presenza non poteva essere ignorata e, sotto molti aspetti, contribuiva a dare forma e anima al piccolo-grande mondo nel quale quella vita si svolgeva quotidianamente, rappresentandone inevitabilmente un marcatore referenziale non solo geografico. Un strumento elementare di misurazione del tempo che dava forma e identità allo spazio vissuto, insomma, ma pure a chiunque lo vivesse, identificandone la dimensione della quotidianità e generando un relativo processo di appropriamento geografico e antropologico del luogo.
Posto ciò, vi sono anche dalle vostre parti dei “monti-orologio”? Se sì, sarei alquanto curioso di saperne qualcosa e dunque vi prego di darmene notizia!
P.S.: per la cronaca, tra tanti monti di mezzogiorno esiste anche un “monte della mezzanotte”: il Mount Midnight, che guarda caso si trova in Antartide dove credo che nessun montanaro mai si sia interessato di che ora della notte fosse!

Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.
(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.106; 1a ed. Mondadori 1965.)