Il volo del falco

(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)

[Foto di József Kincse da Pixabay]

Il volo del falco

Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]

(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)

Pioggia d’estate

[Foto di Filip Zrnzević da Unsplash.]
Se la pioggia, come condizione atmosferica, a me piace sempre, lo ribadisco – salvo quando sia troppo violenta, ovvio, ma non sarebbe più “pioggia”, semmai nubifragio o altro di affine -, mi delizia in particolar modo d’estate, ovvero nella stagione detta bella proprio anche perché carente più di ogni altra di “brutto tempo”.

Questa mattina, ad esempio (giorno 17 di giugno, ormai alle soglie dell’estate), l’aspetto del paesaggio bagnato dalla pioggia e avvolto da nubi basse che avvolgevano i fianchi dei monti sfilacciandosi sui crinali e, apparentemente, fin sulle chiome degli alberi, era quello d’una giornata di inizio novembre. Ed era bellissimo osservare questa strana condizione meteorologica “sovversiva”, alternativa, fuori posto e fuori contesto, quando il calendario avrebbe dovuto sancire cieli azzurri, Sole già sovrastante l’orizzonte e temperatura più che mite. Certo, so bene che si tratta di un’eccezione o poco meno, una cosa rara tra giornate e condizioni meteo che si uniformeranno sempre più al clima estivo e alle sue ordinarie peculiarità, quello che fa pensare rapidamente alle vacanze e sembrare certe immagini novembrine come provenienti da una lontananza quasi inconcepibile. Eppure, ribadisco, ritrovarsi fuori casa come fosse autunno ma metà giugno passato, col paesaggio in alto nascosto da nubi scure e compatte, i boschi intorno lucidi di pioggia e il sentore dei profumi del terreno bagnato come si sentono nelle mattine di ottobre prima che il Sole sorga, mi ha donato una deliziosa sensazione di “consapevole smarrimento”, di utopia climatica, evento possibile ma improbabile al punto da non poterti non sorprendere, almeno un poco, sollecitandoti il dubbio pur consapevolmente assurdo (ma al contempo divertente) che il calendario in casa sia stato spostato avanti di qualche mese, be’, è veramente piacevole.

Anche perché no, nessun errore, il calendario è sul mese corretto e a breve la bella stagione prenderà inesorabilmente a imperare con condizioni climatiche fin troppo estive e afose, magari oltre ogni limite, visto le inquietanti tendenze del clima attuali. Ecco perché, pure, questa pioggia estiva simil-novembrina mi piace così tanto. È come ritrovarsi in un ambiente molto rumoroso per poi poter godere, per qualche momento, di una stanza in cui vi sia molta più quiete, ecco. Un piacere leggero, lenitivo, effimero tanto quanto soave. Da godere pienamente finché è possibile, senza dubbio.

 

Previsioni dell’oroscopo

Oggi, a mezzogiorno. Ascolto la radio, in auto.

Su un canale, le previsioni del tempo di un noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci sarà assenza di pioggia.
Nemmeno dieci minuti dopo, su un diverso canale radio: le previsioni del tempo di un altro noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci saranno piogge diffuse.

Ecco perché io sostengo, ormai da tempo (clic), che tra le previsioni del tempo – soprattutto quelle oltre le 48 ore – e l’oroscopo non c’è più nessuna differenza. Sono entrambi pseudo-divinazioni buttate lì a casaccio alle quali credere fa fare delle gran figure da sciocchi.

Al proposito, fatemi citare il sempre sublime Ambrose Bierce:

Tempo (s.m.). Il clima del momento, permanente argomento di conversazione fra persone che in realtà non se ne interessano affatto, ma hanno ereditato la tendenza a parlarne da antenati arborei per i quali, non avendo essi l’abitudine di portare abiti, si trattava di una cosa estremamente importante. L’istituzione di centri meteorologici nazionali e l’efficienza con cui continuano a propalare le loro abituali menzogne dimostra che persino i governi sono sensibili ai condizionamenti ereditari che ci provengono dai nostri progenitori della giungla.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988, pagg.169-170.)

Lucerna ancestrale

[…] Sbucando sulla affollatissima Falkenplatz, arrivo pure a pensare come potrebbe presentarsi Lucerna se, per assurdo ovvero per una tutta personale dissipatio humani generis, mi ritrovassi solo a vagare in una città senza più vita umana… Più nessun individuo in circolazione, nessun residente, nessun turista o viaggiatore, le strade senza auto, il lago senza battelli che ne solcano le acque, nessun rumore se non quelli della Natura – lo scrosciare impetuoso della Reuss, il vento fresco che cala dalle Alpi, il fruscio delle chiome arboree sul lungolago… tutto perfetto eppure tutto fermo, silente, immobile. Che impressione ne avrei? Di un luogo inopinatamente ma finalmente assiso ad una condizione ideale, ad una sorta di sospensione ultradimensionale estetica-estatica indisturbata e indisturbabile nella quale nulla più possa ostacolare in qualche modo la sua bellezza assoluta? O forse di una specie di meraviglioso giocattolo urbano abbandonato, lasciato a far bella e inutile mostra di sé in uno stato di desolata e inquietante magnificenza? Oppure ancora sentirei fin da subito la spaventosa mancanza della sua vitalità umana, rendendomi conto di quanto una città non possa non vivere, nel bene e nel male, della vita dei suoi abitanti e di coloro che decidono di visitarla – o forse, in forza di un’antropologica, urbana Sindrome di Stoccolma, come il rapito che non può più fare a meno del suo rapitore, quand’anche questo non si faccia scrupoli a maltrattarlo e disprezzarlo?
Fantasie, lo so. Non accadrà mai nulla del genere, certamente. Di donne e uomini che ovunque manifesteranno la voglia di visitarla, Lucerna, io credo che ve ne saranno sempre. Città come Lucerna, in fondo, sono “divinità” fatte a immagine e somiglianza degli uomini – che le abitano e non solo – emblema di un’antropoteologia pagana che si fonda su principi ancestrali propri dell’intera civiltà umana per tutto il pianeta, i quali richiamano direttamente istinti, percezioni e sentori altrettanto antichi, almeno quanto il nostro stesso patrimonio genetico – il codice umano di cui dice Davide Sapienza, prima citato. Città come Lucerna, una volta conosciutane l’esistenza, sollecitano quegli istinti e sentori, quelle percezioni ancestrali – le stesse, in fondo, grazie alle quali da sempre generiamo il concetto profondo e il più ampio senso del termine “bellezza”. In fondo è questa evidenza che mi ripone il cuore in pace, quando il sentire qualcuno che mi dice “mi hai proprio fatto venir voglia di visitarla, Lucerna!” mi istiga le riflessioni di cui vi ho detto. Vi saranno innumerevoli visioni, esperienze, impressioni, sensazioni, considerazioni, fantasie, farneticazioni – una per ciascun individuo che sarà in città – e innumerevoli lessici per altrettanti dialoghi e conversazioni… ma alla fine di tutto, credo che il messaggio che ne scaturirà sarà articolabile da una sola voce.

Sì, certo: di questi tempi il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, da poco pubblicato nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Invece il brano che – mi auguro – avete appena letto è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi che sono molto legato a questo libro, tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Vivere in montagna, vivere la montagna

(Prima di leggere questo post, che in origine è stato scritto nell’aprile 2018, leggete qui.]

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un super luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato anche su Alta Vita, qui.