La città del futuro

[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]
Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.

Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.

Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.

A proposito di città del futuro, alcuni dei contributi recenti più interessanti li ho trovati negli scritti di Maurizio Carta, autore del recente saggio Futuro. Politiche per un diverso presente edito da Rubbettino: ad esempio in [Nuovo Abitare] Reimmaginare le città della prossimità aumentata, pubblicato su “Ag|Cult” il 1 febbraio di quest’anno, Carta scrive:

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:

Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.

La wilderness e i panda, sulle Alpi

[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]
Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).

Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):

In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.

Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.

Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.

Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.

In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.

 

Italia: superpotenza culturale con i piedi d’argilla

In questa sezione del sito, dal titolo così significativo, troverete citazioni, estratti, testi, spunti, riflessioni, osservazioni, analisi, opinioni utili, a mio modo di vedere, a fare di questo mondo un posto almeno un poco migliore di quanto sia ovvero, almeno, ad agevolare il pensiero sulle sue realtà, culturali e non (ma in fondo tutto è cultura, no?). Cliccate sull’immagine per leggere tutti i contributi presenti nella sezione, e buona lettura ovvero buone meditazioni!

“La gestione dell’emergenza Covid presenta due facce, che sono di fatto complementari e non facilmente distinguibili l’una dall’altra: la creazione di reti di sicurezza per evitare la disgregazione di fatto del tessuto produttivo della cultura e della creatività, e le strategie di rilancio e sviluppo strutturale per questi settori, che si inseriranno a loro volta nel quadro di quelle per l’intero sistema-Paese.
In primo luogo, abbiamo bisogno di una governance intelligente dei processi di innovazione a base culturale e creativa. Il futuro della cultura non dipende soltanto dal consolidamento e dall’espansione della base di pubblico pagante per le mostre, gli spettacoli e lo streaming digitale, ma anche, e per certi versi soprattutto, dalla capacità di riconoscere e facilitare la crescente interrelazione tra la cultura e le più importanti sfide sociali del nostro tempo: dalla salute alla coesione sociale all’ambiente. È questo l’indirizzo chiaramente espresso dalla Nuova Agenda Europea della Cultura, il fondamentale documento alla base del nuovo ciclo di politica culturale europeo, pubblicato nel 2018, che fa già sentire i suoi effetti nei primi indirizzi del ciclo di programmazione 2021-27, ad esempio nella struttura e nei temi del programma quadro Horizon Europe. La cultura può contribuire a un nuovo sistema di welfare, come già suggerito dal rapporto pubblicato del dicembre dello scorso anno dal WHO e come documentato ormai da una miriade di esperienze e sperimentazioni in corso in tutto il mondo.
La cultura è fondamentale nell’affrontare i grandi temi della coesione sociale, come quello della costruzione di una società inclusiva e multiculturale – e non a caso Horizon Europe dedica alle problematiche legate alla dimensione sociale delle migrazioni una parte importante del Cluster 2, significativamente denominato Cultura, creatività e inclusione sociale. La cultura potrà fare molto anche per le sfide legate al cambiamento ambientale, che richiedono in primis un cambiamento negli atteggiamenti e nelle modalità di uso delle risorse, ad esempio nello sviluppo e nell’adozione di veri modelli di economia circolare.
Tutte queste nuove prospettive, che nel linguaggio della Nuova Agenda Europea della Cultura vengono definite come crossover culturali, ovvero come sintesi generative tra elementi diversi, non diversamente da quanto accade nella determinazione del corredo genetico del nuovo individuo a partire da quello dei genitori, aprono evidentemente la strada a nuove forme di sostenibilità della cultura, a nuove figure professionali e a sviluppi che siamo in grado di anticipare oggi soltanto in parte. Ma per dare vita davvero a un sistema di welfare culturale o a una nuova socialità culturale inclusiva c’è bisogno di andare oltre la logica delle mille piccole sperimentazioni dal basso (che pure hanno e avranno un ruolo fondamentale), per iniziare a integrare questi temi in una vera agenda politica nazionale.”

[Pier Luigi Sacco, Italia: superpotenza culturale con i piedi d’argilla, su “Artribune” #55 – maggio/agosto 2020. Potete leggere il saggio nella sua interezza qui.]

Il paesaggio alpino non è rinnovabile!

[Foto di Bastian Pudill da Unsplash.]
Il paesaggio è sempre più una chiave per la negoziazione di questioni sociali e politiche, sia nella sua concretezza materiale e sia nel concetto immateriale. La CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, organizzazione non governativa transalpina che rappresenta, elabora e manifesta, a mio modo di vedere, la visione più avanzata e spesso innovativa sui temi riguardanti il paesaggio (alpino e non solo) e le relazioni umane con esso, da sempre e in modo crescente negli ultimi anni ha approfondito le tematiche sopra citate dedicandosi al tema prioritario del “paesaggio” quale risultato di una stretta interazione tra le attività umane e le dinamiche naturali.

In effetti quello che chiamiamo paesaggio è il risultato di una varietà di interrelazioni tra fattori ecologici, sociali e culturali. La CIPRA concepisce il paesaggio non solo in senso geografico, ma anche come una percezione sociale e culturale, personale e comunitaria del territorio. Il paesaggio è inteso come il risultato dell’azione e della percezione sociale, in rapporto di interazione reciproca con coloro che agiscono e lo percepiscono. Esso fa quindi riferimento a quanto stabilito dalla Convenzione Europea del Paesaggio; d’altro canto il paesaggio funge anche da tramite dell’esperienza fisica, un’esperienza che non è esclusiva ma aperta a tutti. Le/i fruitori del paesaggio non sono necessariamente i suoi proprietari: il paesaggio è anche un patrimonio culturale, una manifestazione della storia collettiva. Allo stesso modo, il paesaggio serve a garantire lo spazio vitale e fornisce risorse vitali, i cosiddetti servizi ecosistemici. È inoltre indispensabile per promuovere e proteggere la biodiversità.

Tutti questi indirizzi fondamentali sono alla base del Documento di Posizione sul Paesaggio, elaborato nell’ambito di un ampio processo partecipativo che ha coinvolto i rappresentanti della CIPRA, giovani abitanti della regione alpina ed esperti di tutti i Paesi alpini, e che è stato reso noto e pubblicato lo scorso 10 dicembre.

Nella sua struttura il Documento di Posizione rispecchia l’eterogeneo mosaico di paesaggi (alpini) ed evidenzia i requisiti necessari per comprendere e conservare gli elementi caratteristici di questo mosaico paesaggistico. L’approccio della CIPRA al paesaggio si basa sull’individuazione due principi fondamentali: “Paesaggio come Commons” e “Negoziare il paesaggio” (Capitolo 2). Le cinque richieste in seguito formulate (Capitolo 3) fanno riferimento a specifiche forme di utilizzo del paesaggio che determinano una marcata influenza sul medesimo. Nel dettaglio queste sono: (3.1) Paesaggi non sfruttati, (3.2) Agricoltura, (3.3) Energia, (3.4) Tempo libero e (3.5) Urbanizzazione. Le società alpine hanno una grande responsabilità nella gestione dei paesaggi non sfruttati, ormai poco comuni in Europa. Per ognuna delle cinque posizioni vengono descritte le tendenze e le sfide dal punto di vista della CIPRA. Le richieste che ne derivano indicano la strada per uno sviluppo sostenibile nelle Alpi.

Il Documento di Posizione è in buona sostanza uno strumento emblematico e di grande valore che, pure nella sua necessaria stringatezza, rappresenta un compendio degli indirizzi fondamentali sui quali deve (dovrebbe), o quanto meno può (potrebbe) strutturarsi la gestione corretta e virtuosa del paesaggio da parte di tutti i soggetti, pubblici e privati, che in un modo o nell’altro sostengono tale compito. È una pietra angolare sopra la quale si può progettare un buon futuro per un patrimonio collettivo così importante e necessario, ancora oggi troppo incompreso e trascurato ma che, appunto, rappresenta un elemento fondamentale con il quale sviluppare il mondo che abitiamo al meglio e a beneficio di tutti.

Cliccate sull’immagine in testa al post per scaricare il Documento di Posizione sul Paesaggio della CIPRA, dal titolo Il paesaggio alpino non è rinnovabile!, in formato pdf. È senza dubbio una lettura – rapida, ribadisco – interessante e illuminante.

 

Il viaggiatore post-covid

Pare che il viaggiatore post-covid sia perfetto per le destinazioni di prossimità, per la montagna dimenticata, dove gli stili di vita sono ancora genuini, l’ambiente e il territorio assistiti da modalità di vita sociale non troppo invasiva, dove il rapporto con la natura e la sua biodiversità può trovare una sensata armonia, grazie a pratiche di frequentazione gentili e consapevoli.
Gran parte di questi patrimoni appartengono alle montagne, dai boschi e torrenti nascosti di fondovalle alle vette, passando per i villaggi a mezzacosta vestiti di pietra abbandonati.
Tutto ciò che non rientra nei desideri del turismo d’assalto e nei fenomeni economici collegati può ritrovare una nuova dignità?
Un’occasione per dar spazio ad una vera e propria rivoluzione creativa dell’andar per montagne?
Una possibilità di andare oltre l’ovvio, spingersi alla ricerca di cosa si nasconde in questi spazi da sempre maltrattati e incompresi?
Forse è tempo per iniziare a pensarci seriamente, fuggendo dalla nevrosi da “plexiglass da spiaggia”, da “sanificazioni” forzate e da protocolli inattuabili sulle rupi.

(Michele Comi, sempre bravissimo e illuminante – trovate qui i post che gli ho dedicato – in un articolo che traggo dal “Diario” del suo sito “Stile Alpino“, dal quale viene anche l’immagine lì sopra. Da leggere sempre, appunto.)