Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

Su OROBIE di ottobre la storia e il fascino dell’ex Grande Albergo del Pertüs

[…] Nonostante la sua ubicazione alpestre, fin dalla sua prima apertura il Grande Albergo Pertüs si contraddistinse per il notevole lusso e l’elevato livello di servizi e comfort disponibili, venendo a lungo annoverato tra i migliori hotel della bergamasca. Aperto tutto l’anno, anche durante inverni particolarmente nevosi (come quello del 1911, con due metri e mezzo di neve al suolo), l’albergo era dotato di trentotto camere da letto, un bagno, diversi gabinetti all’inglese, una sala da pranzo, un bar con macchina per il caffè espresso (una rarità, allora), tre salotti con pregiati divani, una grande cucina, una grande veranda, un ampio locale per coloro che volevano mangiare al sacco oltre a cantine, magazzini, lavanderie con caldaie asciuga panni e bollitori per la sterilizzazione, stirerie con ferri da stiro e una splendida ghiacciaia. Inoltre c’erano già, a inizio Novecento, la corrente elettrica, il telefono (con numero “3”!) e l’acqua corrente potabile, garantita da sorgenti locali dotate di pompe che alimentavano le cisterne sotterranee e i due serbatoi posti sul tetto. Gli ospiti, i quali giungevano lassù a piedi o con il “servizio mulo” da Carenno, mangiavano con posate d’argento che avevano inciso sui manici il nome “Pertüs” e, a richiesta, la colazione veniva servita nelle camere. Quotidianamente pervenivano all’albergo il pane, alcuni viveri e i giornali, mentre al venerdì da Lecco giungeva il pesce fresco. Si poteva godere di quasi tutto ciò che l’epoca offriva, insomma, e un tale alto livello di servizi garantiva la presenza di una clientela benestante e colta composta da imprenditori brianzoli e milanesi (ma non mancavano bergamaschi, lecchesi, comaschi e villeggianti d’altre zone anche fuori Lombardia): vi soggiornavano nobili, avvocati, dottori, artisti tra i quali l’editore Dante Segati e il letterato Nicola Zingarelli, che nel 1922 pubblicò (proprio con Segati) la prima edizione del suo tutt’oggi celebre dizionario […]

Sul numero di ottobre 2018 della rivista OROBIE, che trovate nelle edicole in questi giorni, con un articolo corredato dalle belle foto di Pio Rota, vi racconto la storia di un luogo a dir poco affascinante: l’ex Grande Albergo del Pertüs, posto a 1183 m di quota nelle vicinanze dell’omonimo valico tra la dorsale dell’Albenza e le propaggini meridionali del gruppo del Resegone. Un tempo tra i primi e più lussuosi hotel di montagna delle Alpi lombarde, oggi presenza monumentale e silente cristallizzata in una suggestiva sospensione vitale, per certi aspetti stridente rispetto alla sua imponenza e all’ancora percepibile fastosità, forse melanconica eppure tutt’oggi capace di offrire narrazioni intriganti e sorprendenti.

Da leggere per conoscere il luogo e per lasciarsi ammaliare dalla sua bellezza: su OROBIE nr.337 – ottobre 2018, in tutte le edicole della Lombardia (e non solo).

L’emergenza “invasione” – ma al contrario!

Sì, è vero: c’è una “invasione” in corso, dalle nostre parti. Ma al contrario.

Mentre i politicanti nostrani (tutti, eh!) continuano a blaterare scempiaggini colorite e pure colorate (rosse da una parte, gialloverdi tendenti al nero dall’altra) oltre che totalmente sconclusionate – se non a intasare la testa delle persone che ancora stanno a sentirli – il Sole24Ore segnala, in questo articolo datato 6 luglio, come siano molti di più gli italiani che se ne vanno dal paese rispetto ai migranti che vi giungono: 250.000 all’anno, quasi come nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia era in gran parte ridotta a un misero cumulo di macerie.

Questa sì, è una drammatica emergenza. Causata da una precedente e ancor più grave emergenza: l’ormai cronica incapacità della classe politica e dirigente di costruire una prospettiva di futuro. Di fare ricerca, innovazione, di sfruttare la celebre (forse troppo?) creatività italica, di profittare dei suoi tesori culturali rendendoli pure patrimoni didattici e civici, di rappresentare per il mondo quella guida intellettuale (nel senso più generale del termine) che potrebbe e dovrebbe essere.
Invece no, pare di essere in un asilo di bambinoni mentecatti che fanno a gara a chi urla più forte e la spara più grossa. Una situazione sempre più insopportabile, come la crescente quantità di fuggitivi dimostra bene, preferendo andarsene altrove dove un buon futuro – di lavoro e di vita – lo si possa trovare.

Tuttavia, come vedete bene, nessuno o quasi vi dirà più di tanto di questa fuga di massa in corso, nessun politicante andrà in TV a promettere di risolverla, nemmeno vi farà cenno, visto che rappresenta (anche) una totale sconfitta del potere nostrano, nessun partito di maggioranza o di opposizione (due facce della stessa medaglia) ne disquisirà nel proprio programma elettorale, nessun leader si farà forte di questa autentica – essa sì – emergenza.

Perdonatemi la durezza e la crudezza, ma ad aver ormai preso l’abitudine a sguazzare nella merda ci si rende conto di esserci finiti solo quando si va completamente a fondo.

“Una Montagna di eventi”, vetta raggiunta! Cronaca di un successo oltre ogni previsione.

“Vetta raggiunta!”. Così, utilizzando in modo metaforico il linguaggio alpinistico, si potrebbe esclamare in merito a “Una Montagna di eventi”, la rassegna culturale realizzata dalla Pro Loco di Carenno, e curata da Luca Rota, al fine di dare il via alla rivalorizzazione della montagna carennese e del suo grande patrimonio di bellezze paesaggistiche e tesori culturali attraverso un calendario di prestigiosi appuntamenti dedicate all’arte e alla cultura umanistica. Una “vetta” di pubblico, di consensi, di interesse, di divertimento, anzi quattro diverse vette, quanti sono stati gli appuntamenti della rassegna, dedicati a quattro espressioni artistiche diverse in altrettanti luoghi di pregio del territorio montano carennese. Si è partiti alla grande il 22 giugno con più di duecento persone convenute presso lo storico Oratorio di San Domenico, all’imbocco della boscosa Val Fracetta che sale verso le bastionate dolomitiche della Corna Camozzera, per la proiezione all’aperto e in notturna de “I Tesori della DOL”, il film di Carlo Limonta con i testi di Ruggero Meles che racconta le innumerevoli bellezze dei monti della Dorsale Orobica Lecchese, ove corre l’omonimo itinerario escursionistico e della quale anche la montagna carennese fa parte. Il 1 luglio le arti protagoniste dell’evento sono state la musica e il canto lirico, con l’emozionante concerto di arie nobili e da camera del Settecento e Ottocento (ma pure con incursioni musicali novecentesche) del celebre baritono Giuseppe Capoferri, accompagnato al piano dal maestro Samuele Pala e presentato dal musicologo professor Valerio Lopane, che ha colmato l’interno e il sagrato della chiesa della Madonna della Cintura a Forcella Bassa con tanto di meritatissima standing ovation finale. Domenica 8 luglio è stato invece il bellissimo borgo di Colle di Sogno a far da scenografia – ideale come non mai – alla presenza prestigiosa di Roberto Mantovani, scrittore, giornalista, tra i massimi esperti di montagna in senso assoluto in Italia: ed è stato veramente sorprendente vedere la piazzetta del borgo stipata di pubblico (oltre 130 persone) per ascoltare e farsi coinvolgere dalla illuminante narrazione di Mantovani circa il presente e il futuro della montagna nonché delle migliori pratiche per la resilienza e la rigenerazione dei territori montani, un tema quanto mai fondamentale per chiunque abiti ovvero frequenti le montagne delle Alpi e degli Appennini. Infine, domenica 15 luglio, un altro luogo profondamente significativo della montagna carennese come l’ex albergo del Pertusino è stato l’affascinante palcoscenico – è il caso di dirlo, qui – per il gran finale della rassegna: il teatro-canzone dell’attore Luca Radaelli con “Ma mi voeuri cuntà”, un concerto/spettacolo che tra canzonetta e letteratura, tra teatro e divertissement, tra satira e nostalgia, ha rievocato l’eccitante atmosfera della Milano degli anni ’60/’70 ovvero dei vari Jannacci, Gaber, Dario Fo, Nanni Svampa, Giorgio Strehler, facendo parecchio ridere, cantare e divertire gli oltre cento presenti – in un luogo, è bene ricordarlo, raggiungibile solo a piedi e con la concomitanza della finale dei mondiali di calcio. Un successo oltre ogni previsione, insomma.

“Vetta” raggiunta, dunque, per una rassegna come “Una montagna di eventi” dall’esito certamente non scontato: per via dell’originalità delle proposte, delle tematiche trattate, delle location scelte e delle relative difficoltà logistiche da affrontare. Ma non solo l’entusiasmo, la passione e l’efficienza (doti ammirate e lodate da tutti, in primis dagli stessi protagonisti degli eventi) dei membri della Pro Loco di Carenno hanno saputo realizzare al meglio ogni singolo evento: si può ben dire che lo stesso fine primario alla base della rassegna, quello di rivalorizzare la bellezza e il patrimonio culturale della montagna carennese, sia stato realizzato nel modo migliore possibile. In fondo fu proprio uno dei più celebri “conquistatori” di vette montane, il grande Walter Bonatti, ad affermare che “Le montagne – come lo sport, il lavoro e l’arte – dovrebbero servire come mezzo per far crescere l’uomo che è in noi.”: infatti la montagna è cultura, è un patrimonio culturale di inestimabile valore che abbisogna di essere goduto e, ancor più, di esser apprezzato in modo approfondito e consapevole perché in grado, come pochi altri ambiti, di elevare l’animo dell’uomo, altimetricamente tanto quanto spiritualmente. E se il numeroso pubblico accorsi agli eventi della rassegna da ora vedrà la montagna carennese con sguardo più attento e conscio della sua bellezza e delle proprie peculiarità uniche, si potrà certamente affermare che grazie a “Una montagna di eventi” è stata raggiunta pure questa preziosa, fondamentale “vetta”.

Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.