L’eliski agognato e l’heliski disdegnato

Nel mentre che in tema di salvaguardia ambientale a sud delle Alpi tocca constatare di frequente episodi a dir poco sconcertanti, ad esempio quello del presidente d’un parco naturale lombardo, dunque di un’area la cui missione è (sarebbe) proteggere e salvaguardare il territorio di sua competenza, che si lamenta per il fatto che nel “suo” parco non si possa praticare l’eliski (!), in Svizzera l’Associazione “Iniziativa delle Alpi, a seguito di una votazione pubblica che ha raccolto quasi 7000 voti, ha conferito il “Sasso del Diavolo” – una specie di antipremio elvetico del settore turistico di montagna – per il trasporto più insensato dell’anno a Swiss Helicopter per la sua offerta di “heliski”, con la seguente motivazione:

Volare in elicottero sulle Alpi, inquinando ed infliggendo il rombo dei motori alla fauna alpina, solo per una giornata sugli sci è assurdo e contraddice qualsiasi coscienza ambientale. Non ha nulla a che vedere con la sportività. Le nostre Alpi non sono una Disneyland da esplorare su una sedia a sdraio. Il nostro Sasso del Diavolo 2022 lo dice chiaramente: se vogliamo trattare il nostro mondo alpino in modo responsabile, non dobbiamo trattarlo con indifferenza. Non è accettabile l’argomentazione che Swiss Helicopter e altri fornitori di servizi di volo in elicottero vogliano utilizzare la loro flotta in modo più efficiente. I voli di trasporto verso aree difficilmente raggiungibili sono inevitabili. Dobbiamo accettarli per poter gestire le nostre Alpi. Lo stesso vale per le missioni di salvataggio. Tuttavia il messaggio è chiaro: non possiamo sacrificare la preziosa fauna e la flora alpina in nome di efficienza e profitto. Il bilancio di CO2 dell’offerta di Swiss Helicopter fa riflettere: un volo di heliski da Berna-Belp a Zermatt e ritorno per un gruppo di quattro persone produce 32,3 chilogrammi di CO2 a testa. Per emettere lo stesso quantitativo si dovrebbe percorrere lo stesso tragitto andata e ritorno 12 volte in treno. A ciò si aggiunge l’inquinamento fonico, particolarmente dannose per la fauna selvatica in inverno, che potrebbero essere evitate utilizzando i mezzi pubblici.

Ecco. Se in Svizzera l’eliski al momento è consentito in modo limitato e si sta facendo di tutto per limitarlo ulteriormente e al più presto vietarlo come già avviene in altri paesi alpini (per avere un quadro della situazione al riguardo nelle Alpi, date un occhio qui), perché in Italia le regioni alpine che hanno la fortuna di non consentirlo vorrebbero farlo, per giunta in aree protette e istituzionalmente salvaguardate? E perché addirittura è il presidente di un ente di tutela ambientale che si permette di sostenere che l’eliski debba essere consentito perché «molto richiesto negli ultimi anni» (sic)?

Dev’essere uno scherzo particolarmente bizzarro, o una piece di teatro dell’assurdo… O sarà che gli italiani sono sempre i più furbi di tutti e, ben consci di tale loro peculiare dote, ci tengono a manifestarla a ogni buona occasione e ancor più nel caso occupino posizioni di influenza istituzionale e politica. E, a tal proposito, lo conoscete quel vecchio proverbio toscano (credo) che recita «Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce»? Ecco, potrebbe essere che il diavolo trasporti la croce sui monti a bordo di un bell’elicottero, già.

P.S.: per la cronaca, nella stessa occasione l’“Iniziativa delle Alpi” ha conferito anche il premio “Cristallo di rocca” per un controesempio stavolta virtuoso che eviti trasporti inutili nelle Alpi all’azienda vallesana “Auprès de mon arbre”, che costruisce case sostenibili con legno rinnovabile proveniente dalle foreste circostanti senza l’uso di colla, chiodi o sostanze chimiche.

I vulcani che noi siamo

[Foto di Ralf Vetterle da Pixabay.]

Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

“Ambientalismo da salotto”?

[Immagine tratta da www.italiaonline.it.]
Quando scrivo di progetti e infrastrutture realizzate in montagna che personalmente ritengo opinabili quando non deleterie, e ciò che scrivo rimbalza qui e là sul web e sui social media, puntualmente spuntano i commenti di chi ritiene le mie considerazioni «ambientalismo da salotto» o di uno «che vive in città e non conosce la montagna» oppure sentenzia che sarei tra quelli che non vogliono che si tocchi e si faccia nulla, in montagna, che «a non far niente non si sbaglia mai» (cit.)

Bene, per quanto mi riguarda (ovvero parlo per me, ma forse altri la pensano come me): non sono un ambientalista dacché non ho doti e virtù per esserlo (cos’è un “ambientalista,”, poi?), vivo in montagna, girovago in quota appena posso, studio la cultura alpina sotto diversi aspetti, lavoro su progetti culturali per i territori montani. Non sono affatto contrario a fare cose, in montagna, ma sono contrarissimo a farle male e vorrei che le cose fatte in montagna fossero basate sul buon senso e sulla conoscenza scientifico-culturale dei luoghi, non sull’ammontare del profitto possibile o sulla convenienza del momento. Vorrei che le cose fatte in montagna avessero una visione strategica sviluppata nel tempo e non solo un interesse limitato al qui-e-ora, vorrei che fossero il frutto di una progettualità attenta, meditata, strutturata, non di iniziative messe in piedi al volo per sfruttare i vantaggi del momento e giustificate da meri slogan propagandistici, vorrei che fossero condivise con chiunque vive e lavora nel territorio oggetto degli interventi, non solo con gli amici e i sodali, vorrei che non fossero sempre così autoreferenziali ma georeferenziali cioè che avessero sempre al centro il luogo e non chi lo comanda, vorrei che quanto più alto sia l’ammontare dei soldi pubblici investiti tanto più le opere relative promuovano vantaggi che siano i più ampi e condivisi possibile e non il contrario, vorrei che finalmente tali opere e le idee da cui nascono riconsiderassero economia e ecologia come due elementi consonanti, non contrapposti. L’ambiente è importante, la sua salvaguardia è imprescindibile ma, prima, lo deve essere la coerenza, la visione, la consapevolezza, la responsabilità verso ciò che si sta facendo sotto ogni punto di vista: politico, economico, sociale, ecologico, culturale… ogni punto di vista ovvero ogni ambito che è parte del luogo in cui si interviene e ne forma il contesto. E resto convinto che possa essere molto meno dannoso, per dire, un grande edificio di cemento e acciaio, se ben studiato e armonizzato al luogo, che una qualsiasi piccola opera la quale non c’entri nulla con il luogo nel quale viene piazzata, con la sua storia, il suo ambiente naturale e il suo paesaggio. Se la prima cosa non è certamente semplice da concepire, la seconda è fin troppo facile da realizzare, con tutti i conseguenti danni che si possono così diffusamente contemplare.

Ecco. Forse il nocciolo della questione è proprio quell’affermazione, «a non far niente non si sbaglia mai» ovvero il suo opposto: a pretendere di poter fare qualsiasi cosa, si sbaglia quasi sempre. Solo a fare le cose con intelligenza e buon senso facilmente ne verranno fuori opere “giuste”, apprezzabili, gradevoli, encomiabili. D’altro canto questa è una cosa che si impara fin da piccoli, che bisogna usare la testa a fare le cose, no? Evidentemente qualcuno, crescendo, se la scorda. Chissà come mai.

Il popolo degli alberi

[Foto di Chris Lawton da Unsplash.]
Kahlil Gibran affermò che «Se un albero scrivesse l’autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo.» Gli alberi come un popolo, già, ovvero boschi e foreste come “collettività”. Non siamo certamente adusi a definizioni del genere, per gli alberi, e invero già fatichiamo a non considerarli meri oggetti, a riconoscere a essi un valore vitale come quello di ogni altra creatura che dimora sul pianeta ed è dotata di moto.

D’altro canto, cosa definiamo noi “popolo”, normalmente? Una comunità umana, non altro; semmai a volte lo utilizziamo per certe comunità animali ma, al nostro solito, con accezione e punto di vista del tutto antropocentrici, come forma imitativa del nostro vivere sociale o per mera definizione funzionale se non pittoresca. E perché gli alberi non lo sarebbero, invece? Solo perché non si muovono come noi, non hanno occhi, bocche, arti, non si cibano come noi e non emettono suoni o versi? Perché non ci assomigliano in nulla, insomma? Ma se un albero per assurdo parlasse e sostenesse dal suo punto di vista la stessa cosa di noi umani, che non saremmo un “popolo” dacché siamo così diversi dalle loro comunità, non ce la prenderemmo e non ci sentiremmo offesi?

Lo so, potreste considerare tali mie elucubrazioni come quelle sul sesso degli angeli; in verità credo che non sia granché diffusa una consapevolezza adeguata su cosa siano gli alberi ovvero, in generale, su quante forme di vita differenti dalla nostra e da quelle a essa affini abbiamo intorno che non sappiamo identificare come meriterebbero. Per l’appunto, gli alberi sono l’esempio migliore di una forma di vita diversa, che assimilare alla nostra risulta fuori luogo ma con la quale relazionarsi come con ogni altra di tipo animale è fondamentale – tanto più che, come dimostra con sempre maggior compiutezza la scienza, trattasi a suo modo di una vita intelligente, cioè con modalità anche qui differenti dalle nostre ma non per questo meno considerabili. Credo sia importante conseguire questa consapevolezza riguardo la presenza degli alberi nello spazio-tempo mondano e tra di noi, ovvero sia necessario considerarne la peculiare importanza: sovente gli alberi, tanto più quelli che da tempo (magari anche da millenni) dimorano nei rispettivi spazi vitali non sono soltanto divenuti parte del paesaggio naturale dei luoghi che li ospitano ma pure delle geografie umane e sociali lì presenti e storicamente consolidate, presenze identitarie e culturali che con tutte le altre hanno costruito il luogo e la sua vitalità in ogni aspetto di essa. Bisogna assolutamente considerare non solo la nostra visione antropica verso di essi, c’è da capire a fondo anche la loro “visione” verso di noi umani, comprendere quanto la loro presenza nel tempo – e nel loro tempo, a sua volta diverso da quello degli uomini e più affine a quello della Terra – ha influito sullo sviluppo delle comunità umane, delle relazioni in esse e con la specifica realtà del luogo, sulla definizione del paesaggio locale e su come, in esso, la presenza arborea sia (nel passato e nel presente) assolutamente in equilibrio con quella degli uomini, degli animali e di qualsiasi altro elemento che quel paesaggio forma.

Un’autentica cura e sensibilità verso i territori in cui viviamo, i loro ambienti naturali e il paesaggio che se ne percepisce credo necessiti della consapevolezza suddetta: non solo per meglio salvaguardare il bosco – o per relazionarsi meglio ad esso negli spazi antropizzati ove sia presente – ma più in generale per comprendere meglio la dimensione ecosistemica della quale facciamo parte e comprenderci adeguatamente in essa, come elementi armoniosi e virtuosi. È una piccola azione, peraltro meramente immateriale e culturale, richiede pochissimo sforzo e solo un poco di attenzione ma può conseguire grandi risultati, già.

P.S.: sono considerazioni, queste che avete appena letto, ispirate dalle lunghe e belle chiacchierate con l’amico Tiziano Fratus, Homo Radix e cercatore di alberi, raffinato scrittore di libri sul tema e spirito tra i più affini alla meravigliosa dimensione silvestre.

A cosa (ci) serve la Natura selvaggia

[Foto di Ville Palmu da Unsplash.]

La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.209-210; ed.orig.1949.)