Un luogo montano dalla storia affascinante che merita di non essere dimenticato

Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.

Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.

[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]
Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.

[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]
Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergo del Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.

Opreno, o la quiete (summer rewind)

Se mi fosse chiesto di associare alla parola “quiete” – o a un’altra affine – un certo luogo, una delle prime risposte che mi verrebbe in mente sarebbe sicuramente «Opreno», minuscolo borgo rurale nel territorio comunale di Caprino Bergamasco che, per starsene tranquillo e lontano dal caos della Lombardia iperantropizzata, pare rintanarsi tra i boschi delle amene colline di questa parte della Val San Martino, una zona paesaggisticamente così piacevole da ricordarmi per molti versi la campagna toscana.

Sarà che a Opreno vi sono sempre giunto a piedi e mai con mezzi motorizzati, dunque portandomi appresso una dimensione di tranquillità che forse avrà influenzato la mia relazione con il luogo, ma trovo il piccolo villaggio sempre assorto in una meravigliosa placidità generale, che ne esalta il fascino delicato e d’altro canto agevola l’ascolto dei suoni – o del silenzio – provenienti dall’ambiente naturale d’intorno. Eppure Opreno (il cui toponimo è certamente molto antico e per questo di origine incerta: sembra presupponga una forma Eporenum Eporenus, riconducibile ad omonimi gentilizi ma che forse è solo un aggettivo di ebur-, -oris, “avorio” che tuttavia mi pare una correlazione bislacca; di contro la mia sensazione di “toscanità” per il borgo trova un’inopinata sponda nel toponimo toscano Oprena, di origine etrusca), dicevo, Opreno non è certamente un posto fuori dal mondo: il centro di Caprino dista poco più di 3 km e la statale Bergamo-Lecco, una delle strade più trafficate d’Italia, è a soli 5 km, eppure sembra che a Opreno i rumori sovente fastidiosi della civiltà non giungano, come se fossero schermati dalle ondulazioni collinari e dai folti castagneti che circondano il pugno di case; persino il piccolo parcheggio all’ingresso del borgo, dove termina la strada asfaltata, pare un elemento di disturbo – acustico e visivo – quantunque non si possa certo dire che generi traffico molesto.

Ma pur con il rumoreggiare di qualche mezzo a motore, Opreno non vede intaccata la sua particolare dimensione di quiete e di sospensione nel tempo, distesa tanto da riportare atmosfere di secoli addietro ai giorni nostri: d’altro canto il borgo è almeno trecentesco, anche se compare per la prima volta nella celebre Descrizione di Bergamo e suo territorio di Giovanni da Lezze nel 1596, che così descrive il luogo:

La terra di Opreno è al monte sparsa dietro alla strada, lontana da Bergomo milia XII et dal Adda, Brevi milanese milia sei. Vi sono fogi o case n. 21, anime n.113 cioè: vecchi n. 4, homini da fatione n. 42, il resto donne et putte. In questi sono descritti soldati dell’ordinanze: archibusieri n.2, pichieri n. 2, moschetieri niuno et galeotti n. 2. […] Questi della terra vivono quasi tutti del suo et hanno raccolto per il loro viver aiutati massime dalle castagne, che ne sono in quantità et vino abbondantamente, valendoli le terre fino scudi 20 la pertica. Ha per la Misericordia stara doi et mezzo di formento che si fa in pane et dai sindici si dispensa a poveri.

Per la cronaca, dopo più di quattro secoli dalle osservazioni di Giovanni da Lezze Opreno non è cambiato granché: le case restano una ventina, gli abitanti certamente sono molti meno e di castagneti ve ne sono ancora tanti, seppur la raccolta delle castagne non è più una necessità così sussistenziale (e nemmeno una pratica popolare che gioverebbe alla cura del bosco, purtroppo). Ma che Opreno sia più antico di quella data cinquecentesca lo segnala un fatto di sangue accaduto nel 1373, quando Ambrogio Visconti, figlio del signore di Milano Bernabò Visconti, dopo aver sedato ferocemente una rivolta guelfa nella valle, prima cadde in un’imboscata ordita da contadini locali e poi, cercando di fuggire, morì per un colpo di lancia proprio a Opreno, dove cercava di nascondersi intuendo già allora – mi viene da congetturare – la posizione appartata e tranquilla del luogo nella speranza che tali peculiarità lo salvassero.

Comunque, fatti d’arme storici a parte, le caratteristiche di luogo appartato e quieto Opreno le conserva pienamente anche oggi, ancor più rare e preziose d’un tempo. È un piccolo/grande prodigio, a ben vedere, che ogni visitatore ha il dovere di non guastare: l’armonia tra uomo e ambiente che si respira qui sarà pur vetusta ma agevola la relazione con tutto il mondo che abitiamo, anche con quello più antropizzato e apparentemente disarmonico, che in luoghi come Opreno trova un indispensabile contraltare antropologico e emozionale. Per questo consiglio – come faccio sempre io, ribadisco – di arrivarci a piedi, sfruttando i tanti percorsi belli e facili che si snodano nel territorio circostante i quali a loro volta aiutano ad apprezzare e godere dell’amenità di questa zona: è una scoperta, per chi non vi sia mai stato, ovvero una visita ogni volta ritemprante, come quando si ha la fortuna di scoprire che qualcosa che si crede dotato di scarso interesse offre invece meraviglie cospicue e fascini abbondanti – a patto di saperli cogliere e comprendere: basta un minimo di curiosità, di sensibilità e di riguardo, verso luoghi così particolari nonché, ancor più, verso se stessi.

Sabato 16/09 a Carenno, camminando lungo “Sèmper Stèss Sentér” alla riscoperta del paesaggio

Sabato 16 settembre, a Carenno (Lecco), avrò l’onore e il piacere di guidare – insieme ai rappresentanti della Pro Loco Carenno – i partecipanti alla camminata di Sèmper Stèss Sentér, l’evento escursionistico con il quale verranno presentati gli interventi del progetto di recupero e valorizzazione della rete sentieristica locale. Ciò rappresenta un’occasione perfetta per andare insieme alla ri-scoperta del paesaggio di questa parte della Val San Martino, tra i più spettacolari e emblematici delle Prealpi lombarde tra Lecco e Bergamo, vero e proprio geolibro fatto di innumerevoli “pagine” che sanno raccontare storie, narrazioni, tradizioni, saperi intessuti tra queste terre e i loro abitanti nel corso dei secoli. Camminarci attraverso, e farlo al meglio grazie agli interventi di riqualificazione effettuati dalla Pro Loco che in qualche modo riconsegnano tali antichi manufatti al presente che viviamo, al futuro che affronteremo e a chiunque li percorrerà, è il modo migliore per ritrovare e ridare valore autentico alla relazione che ci lega a queste montagne, sia come abitatori stanziali che come visitatori occasionali, il che a sua volta ci permette di apprezzarne appieno tutta la particolare bellezza e il fascino raro – anche dal punto di vista meramente ludico-ricreativo, perché no.

Sarà un cammino di riconnessione al bello e al prezioso dell’ambiente naturale nonché di rilettura attenta e partecipata del paesaggio per sentirci parte di esso in maniera più profonda e consapevole: prenderà il via alle 09.30 di sabato presso il parcheggio tra la Casa del Fanciullo e l’Oratorio di San Domenico (Chiesa dei Morti), in fondo a via Pertüs.

Inoltre, partecipando alla camminata ci si potrà preparare al meglio alla tavola rotonda in programma alle ore 16.00 presso il salone della Casa del Fanciullo, curata dall’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì sul tema della pietra a secco e dei suoi molteplici aspetti: da quello storico/etnografico/artistico a quello paesistico/ambientale e della prevenzione dei rischi idrogeologici, fino a quello della ricaduta economica, nella prospettiva di un turismo di prossimità, slow e consapevole, unito alla visione di una rinascita dell’economia di montagna, come pure di una nuova opportunità professionale nel settore artigianale e dell’edilizia.

Per saperne di più, qui trovate il comunicato stampa dell’evento; ulteriori info le potete ottenere scrivendo alla mail procarenno@gmail.com oppure telefonando al 339.860.1838.

Partecipate numerosi e ritornerete a casa più contenti, ve lo assicuro!

Domani la “DOL dei Tre Signori” passa da Verderio!

Giovedì 11 maggio sarò a Verderio (Lecco), presso la bellissima Villa Gallavresi (in Via dei Tre Re n.31) che ospita la biblioteca comunale, per presentare la guida Dol dei Tre Signori con il collega di penna Ruggero Meles.

Con la bella stagione ormai imminente, sarà un’occasione ottima per presentare il meraviglioso itinerario escursionistico a tappe che percorre la «DOL – Dorsale Orobica Lecchese» tra Bergamo e Morbegno, il suo territorio montano ricchissimo di tesori e la nostra guida, lo strumento di viaggio ideale per affrontare la DOL e per conoscerne tutte le sue innumerevoli, affascinanti peculiarità.

Se siete di zona o se potete passare, vi aspettiamo alle ore 21.00. Tornerete a casa a preparare lo zaino e a lucidare gli scarponi, ve l’assicuro!

La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]