Il Nobel alla Gl…ück!

(Un omaggio, a modo mio, alla vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2020, la poetessa americana Louise Glück. 😁)

[Immagine a destra: autore sconosciuto/poetrycenter.org., pubblico dominio; fonte qui. Immagine a destra: di Nukes4Tots, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
«Hai sentito a chi hanno dato il Nobel per la letteratura, quest’anno?»
«No, a chi?»
«Alla Glück
«Come? A quelli che fanno coltelli e pistole?»
«No, quella è la Glock. Questa è la Glück
«Ah, ok. L’ho sparata grossa, allora.»
«Be’, è il caso di dirlo.»
«Però, leggo su Wikipedia che il padre della Glück aveva una fabbrica di coltelli. Come la Glock.»
«Ah.»
«Quindi non ho poi sbagliato del tutto.»
«Ehm… ok, ok. Ti sei mosso sul filo del rasoio e ti è andata bene.»
«In effetti quella fabbrica che il padre della Glück gestiva produce anche rasoi
«Ah.»
«E la Glück ha vinto un premio, il Nobel appunto, istituito dall’inventore tra altre cose anche della balistite, un propellente per armi da fuoco. Come quelle che produce la Glock.»
«Ok, mi arrendo!»
«E senza nemmeno che ti minacci con coltelli o pistole, visto? Questa sì che è nonviolenza
«Ma va là, pistòla
«Eh?»
«Ehm, no, niente… come non detto!»

[Clic]

Tallinn, a Milano

Quanto distano Milano e Tallinn?
Circa 2500 km su strada, poco meno di 1900 per via aerea.
O magari 0. Zero, sì.

A breve potrebbe essere così, grazie (lo dico con tutta la modestia del caso, eh) al mio libro Tellin’ Tallinn, già.
In fondo, come dico spesso, i viaggiatori sono il viaggio, e per molti versi sono anche il luogo verso cui viaggiano e nel quale vivono, per qualche ora o per più tempo. Quindi, mi piacerebbe provare a unire Milano e Tallinn, con la storia che racconto nel mio libro, a portare un luogo nell’altro, un viaggio dentro l’altro viaggio, fino a ricavarne un’armonia – in tutti i sensi.

Perché il vero viaggio è quello che avviene innanzi tutto dentro il viaggiatore, e se la destinazione è una città dal fascino sorprendente e pressoché unico come Tallinn, allora il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola – un’unica meta.

Insomma, dal momento che non c’è neanche un volo diretto, tra le due città… ecco, seguite il blog e a breve ne saprete di più!

Camminare sulle parole #2

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Il primo articolo è qui.)

Questa seconda citazione “stencilata” lungo il Sentiero Rusca per “Camminare sulle Parole” è tratta da Il Silenzio (pagg.42-43), un romanzo nel quale Max Frisch utilizza la montagna come ambito nel quale mettere in discussione la vita, i sogni, le ambizioni, il valore umano del protagonista, e dal quale (ovvero dalla cui dimensione così particolare) cercare di trarne alcune buone risposte – in effetti il titolo originale del libro è Antwort aus der Stille, “Risposta dal silenzio”. A suo modo nel romanzo il grande scrittore svizzero mette in discussione anche alcune delle certezze elementari sulle quali noi tutti basiamo, in modo sovente automatico e non meditato, la relazione con il mondo in cui viviamo, in generale, e con la montagna e il suo paesaggio in particolare, anche dal punto di vista estetico.

Così Frisch ci fornisce una sorta di “risposta”, o di considerazione alternativa, a quanto scriveva Dandolo nel brano della prima citazione di questo cammino letterario, invitandoci a non considerare, nel bene o nel male, solo ciò che è grande e spettacolare (pur se è su tali elementi che è stato costruito l’immaginario estetico alpino in uso, cioè sulla spettacolarizzazione, a volte esasperata al punto da risultare distorcente, degli elementi geografici e geoscenografici più evidenti nel paesaggio) ma di prestare attenzione anche alle cose minime, ai più piccoli dettagli, a quei particolari che spesso non vediamo, sopraffatti da quelle visioni più grandi e spettacolari, ma che a loro volta concorrono a determinare (materialmente e immaterialmente o, se preferite, geograficamente e culturalmente) il paesaggio alpino, se sommati insieme forse pure in modo maggiore che gli elementi geografici più imponenti. A ricercare la grande bellezza anche nelle piccole cose, insomma.

Così, per ribadire le parole di Frisch, «a volte anche un fungo, che preso in mano si sbriciola, può essere molto bello, o un pezzo di legno marcio che, staccato da un tronco d’albero umido, si frantuma tra le dita». È la bellezza della vita che c’è ovunque, in montagna, anche dove a volte non è così visibile ed evidente, ma che ci può regalare dettagli tanto minimi quanto emblematici ed emozionanti: magari in tal modo rimanendo impressi nella nostra mente, e nel nostro animo, esattamente come il più scenografico panorama, sovvertendo ciò che potevano pensare di quei minimi dettagli, forse ritenendoli “brutti” o comunque insignificanti. No, tutto il paesaggio montano è significante, in ogni suo elemento: anche solo per questo ovunque, in esso, è possibile trovare “bellezza”. Serve solo saperla cogliere ovunque, appunto, e comprenderla al meglio, per poter sentirsi «felici e grati». Pare “tanta roba” fare ciò, ovvero qualcosa di difficile: e se invece non lo fosse?

 

La stagione preferita. O forse no.

[Foto di Valiphotos da Pixabay.]
Puntualmente, ad ogni cambio di stagione e di relativo paesaggio, mi chiedo per l’ennesima volta quale potrei dire che sia, per me, la stagione meteorologica e climatica preferita. Se l’inverno con la sua neve e i cieli limpidissimi, la primavera con la sua esplosione di vita e di colori, l’estate col caldo e la sua luce infinita oppure l’autunno con le sue sfumature e il lento quietarsi della Natura. Così, ogni volta mi do una risposta che, puntualmente (vedi sopra) dopo tre mesi circa mi smentirò, d’altro canto sapendo bene come tali risposte, e la stessa domanda a cui si riferiscono, siano di quelle così astratte da risultare, appunto, affascinanti nella loro indeterminatezza.

Posto ciò, tuttavia, devo dire che l’autunno mi genera sempre un’attrazione particolarmente fascinosa. Le giornate che s’accorciano, la luce che cala inesorabilmente, le ombre che s’allungano, il clima via via più fresco, l’odore dei primi camini accesi e quei fantasmagorici colori e profumi che diffondono i boschi, con la sensazione vivida che, dopo l’irrefrenabile energia estiva, tutto torni ad una dimensione più tranquilla, pacata, più riflessiva, preparandosi così al silenzio e alla stasi invernali. Ecco: l’autunno, se devo riassumere queste percezioni personali in poche parole, mi genera un senso di garbata intimità, verso tutto lo spaziotempo che lo contraddistingue e gli elementi del suo paesaggio il quale, dal mondo esteriore, diviene in modo assai vivido e forse più che in altri momenti dell’anno anche il mio paesaggio interiore. Una consonanza tra “paesaggi” che è per me fondamentale, al fine di recepire al meglio le sensazioni della stagione, dei suoi istanti, di quanto possono offrire di materiale o immateriale e adeguarmi ad essi con la più consona profondità di mente, d’animo e di spirito.

Forse, già: perché magari poi percepirò le stesse sensazioni anche nelle altre stagioni dell’anno e nuovamente, anzi puntualmente, mi rimarcherò simili considerazioni per quei momenti e per le loro differenti peculiarità. In fondo, ribadisco, è proprio questo il bello del rincorrersi delle stagioni e dei loro paesaggi, e del perdere futilmente qualche attimo a rispondersi a “domande” al riguardo che, in fin dei conti, sono per esse stesse anche la miglior risposta possibile.

 

Chi ha perso, tra Trump e Biden

Mi sono rivisto – o meglio riascoltato, mentre facevo altre cose a casa – il primo confronto tra i due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Molto semplicemente, ne ho tratto un’impressione nitida e inequivocabile: la questione non è stabilire chi abbia “vinto” tra i due, ma è confermare che, al di là dei due, c’è un sicuro perdente: gli Stati Uniti d’America. Già.

E mi sembra che il futuro politico immaginato per l’America da Margaret Atwood nel suo celebre romanzo Il racconto dell’ancella si stia sempre più avvicinando, di questo passo, e che risulti assolutamente logico e coerente alla storia americana degli ultimi tempi. Con gran demerito dell’America stessa e con buona pace del “sogno americano”, ormai sepolto sotto una montagna di immondizia – per non dire di peggio.