La geografia, cribbio!

La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.

Nella testimonianza rilasciata a chi scrive dal Sig. Dario Giacomelli, ad esempio, viene ricordata la situazione di stupore e di interrogazione da parte degli abitanti di Sant’Antonio quando si leggeva (soprattutto sui giornali) o si diceva che la causa dello sgombero era la frana scoperta sul Monte Coppetto. Gli abitanti si chiedevano come potesse minacciare Sant’Antonio la frana di un monte che si trova più di 3 Km a nordest della Val Pola, quando addirittura non si chiedevano dove si trovasse il Coppetto. In effetti, ancora oggi, la frana della Val Pola è nota anche col nome erroneo di frana del Monte Coppetto. In realtà il versante interessato era quello orientale del Monte Zandila.

(Simone Angeloni, La frana della Val Pola. Cronaca geologica degli eventi in Valdisotto e in provincia di Sondrio dell’estate del 1987, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n.14, anno 2011, nota in pag.77.)

Eccone un altro, di esempio assolutamente lampante, di quali danni possa fare la scarsa conoscenza della geografia, per di più se applicata su scala locale. Eppure l’errata denominazione della tragica frana che, in quel luglio 1987 che sconvolse la Valtellina con una spaventosa serie di disastri e tragedie naturali, provocò la morte di 35 persone, è ancora oggi diffusa e utilizzata da buona parte dei media. E chissà poi perché la frana della Val Pola venne identificata proprio con l’oronimo del Pizzo Coppetto, che in quella zona non è nemmeno una delle vette principali, visto che poco più a Nord e più a Sud ci sono il Pizzo Campaccio e le Cime di Redasco, più elevate e maggiormente referenziali per il territorio montano in questione: mera superficialità, mi viene da pensare, o incapacità di leggere la mappa geografica nonché incomprensione dell’importanza della geografia nell’identificazione materiale e immateriale dei luoghi, appunto – di chi per primo ha sbagliato e dei tanti dopo che non si sono accorti dell’errore né si sono premurati di verificare quanto sostenessero pubblicamente. Per capire meglio la questione date un occhio alla mappa sotto riprodotta sulla quale ho evidenziato le differenti posizioni e il bacino della Val Pola lungo il quale precipitò a valle la massa franosa: noterete che il Pizzo Coppetto è posto sulla stessa dorsale montuosa, molto lunga e sinuosa, ma è parte d’un bacino orografico del tutto differente da quello della Val Pola.

[Estratto di mappa da map.geo.admin.ch. Cliccateci sopra per ingrandirlo.]
Io poi non so se effettivamente l’imprecisione geografica originaria fu in qualche modo responsabile del rifiuto di alcuni residenti in zona dell’ordine di evacuazione, come ipotizzato tra le righe della citazione sopra pubblicata. D’altro canto, nello stesso articolo, si denota pure che

Anche solo il fatto di usare nomi di toponimi diversi o non dialettali, mai sentiti o di cui non si conosce l’esistenza, non giocava a favore dei soccorritori. Diverso invece se ad avvisare dei rischi è invece un locale, o una persona conosciuta e fidata, che ha vissuto quei luoghi quanto il proprio interlocutore.

Evidenza verissima, che rimette in luce quanto sostengo da tempo al riguardo: l’importanza fondamentale della conoscenza geografica – ovvero di una pur minima e accettabile conoscenza geografica – dei luoghi in cui si vive o anche nei quali si interagisce temporaneamente, per generare l’altrettanto fondamentale relazione con il territorio che rende la presenza in esso fruttuosa, armoniosa, consapevole e costruttiva, per se stessi e per il territorio. Per sapere con cognizione di causa dove si è, cosa c’è lì, cosa si può fare e cosa no, come muoversi, come non perdersi e non sentirsi spaesati se non alienati nel/dal luogo in cui ci si trova, come percepirsi elemento attivo dell’ambiente in loco, come poter generare il paesaggio più rappresentativo possibile del luogo – l’elemento che rende compiuta la presenza e la conoscenza di quel luogo. È un principio di massima, questo, che può e deve essere adattato ad ogni varia circostanza ma il cui valore di fondo è assoluto e, ripeto, imprescindibile. Noi siamo il mondo che abbiamo intorno, la geografia fisica e la geografia umana sono le due facce della stessa medaglia, e ciò perché il mondo siamo noi a concepirlo, a dargli forma e senso, e se lo vogliamo concepire al meglio dobbiamo conoscerlo e comprenderlo. Fin dalle nozioni più basilari come i nomi dei luoghi, i quali tuttavia già sono elementi di narrazione amplissima e approfondita dei territori che denominano e identificano – un tema sul quale ho lavorato parecchio e continuo a farlo, data la sua importanza.

Quindi, vi prego: curate la vostra cognizione geografica, del luogo in cui vivete e dei territori che decidete di visitare, quanto più possibile e quanto più credete di poter fare: sembra qualcosa di superfluo, che non serva a granché e invece è (anche) un racconto di voi stessi, di chi siete e dove andate. Perché i luoghi esistono quando hanno un nome, e esistono quando quel nome è conosciuto in quanto quel luogo che identificato è vissuto, dunque vivo. Molto semplice, assolutamente fondamentale.

Una certezza, praticamente

Una tragica verità che i membri della minoranza etnica “Tk’emlúps te Secwépemc” (dei nativi della British Columbia meridionale, in Canada) sospettavano da decenni è venuta alla luce in tutta la sua macabra crudeltà: i resti di 215 bambini sono stati trovati vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti del sistema delle cosiddette “Indian residential schools”, una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che rimuovevano i figli degli indigeni dalla loro cultura per assimilarli nella cultura dominante.
Lo riporta la Cnn, che ricorda anche che i bambini che si trovavano in queste scuole erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro pagarono con la vita la loro unica “colpa” di essere diversi.
La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del paese, iniziò l’attività alla fine del 19esimo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.
[…]
Secondo un rapporto del 2015 pubblicato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, molti dei bambini che frequentavano queste scuole non ricevevano nemmeno cure mediche adeguate, ed alcuni morivano di tubercolosi. La Commissione stima che in un periodo di vari decenni oltre 4’000 bimbi hanno perso la vita in queste scuole.

La “chiesa cattolica”, già.

Ogni qualvolta nel mondo occidentale salta fuori una storia del genere, in tutta la sua spaventosa realtà, la chiesa cattolica quasi sempre c’è, ne è pienamente e attivamente coinvolta.

Come scrisse bene Carlo Dossi,

Il Diavolo ha reso tali servigî alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancora stato canonizzato per santo.

(Note azzurre, 1870/1907, postumo 1912-64.)

Oppure, forse, a voler restare nella stessa ironica allegoria del Dossi, che il “male” sia il Diavolo è solo un’altra delle secolari e funzionali bugie diffuse e imposte dalla chiesa. Verrebbe proprio da crederlo, sì.

P.S.: immagine e citazione tratte da questo articolo di Tio.ch.

La libertà, quella vera e quella illusoria

Questa vecchia fotografia mi è già capitata sotto gli occhi altre volte, qui sul web, e ogni volta mi affascina tanto quanto mi sconcerta e inquieta.
Raffigura una giovane donna che festeggia il suo compleanno, indossando abiti assolutamente modaioli e occidentali, nel 1973 a Teheran, Iran.
In Iran, sì.
Un paese nel quale la condizione delle donne oggi è radicalmente diversa ovvero – mi permetto di dire pur nel rispetto della realtà socioculturale vigente – manifestamente peggiorata, da allora – nonostante l’Iran pre-khomeynista presentasse comunque numerose criticità in tema di diritti civili e che il paese oggi non sia tra i più repressivi in assoluto con le donne (ebbene sì, c’è persino di peggio, al mondo!) ma imponga comunque loro vessazioni a dir poco inaccettabili; d’altro canto, decidere al riguardo chi sia più o meno repressivo è un po’ come cercare di stabilire se ci si faccia più male a picchiare la testa contro il ferro o contro il cemento. Peraltro, pare che il futuro prossimo dell’Iran non sarà affatto migliore riguardo questi temi, anzi.

Ma pur se, ribadisco, la cultura identitaria e la tradizione storica, ove non siano frutto di mere imposizioni illiberali, devono essere considerate e rispettate nel loro valore sociale-sociologico, il problema evidentemente non è che oggi per l’Iran girino donne che indossano l’hijab o altri abiti consoni alla Shariʿah, ma che non possano girare come faceva quella ragazza ritratta nella foto del 1973, e questo vale per tutti i paesi similari inclusi quelli che si proclamano, e vengono ordinariamente ritenuti, ben più “liberi” e “democratici”. Troppo spesso, l’apparente condizione di libera scelta, cioè che viene spacciata come tale, è in verità la conseguenza della reale mancanza di alternative: la libertà non è quando io posso scegliere come vestirmi ma quando gli altri posso farlo. E se io scelgo di conformarmi alle regole predominanti o al senso comune ma non permetto ad altri di scegliere altro, non posso affatto parlare di “libertà”, ne per me stesso ne per chiunque altro.

In fondo quella foto proveniente dall’Iran del 1973 è inquietante non tanto e non solo per ciò di cui si fa memoria e per il confronto con la contemporaneità che impone, ma per come assuma valore di monito per qualsiasi paese che decida di vivere una propria libertà senza pensare di comprenderne e salvaguardarne l’importanza. Qualsiasi paese, nessuno escluso.

Etica e deresponsabilizzazione nel lavoro, oggi

[Immagine tratta da https://leadershipnow15.wordpress.com/.]
«Ecco», mi ha detto Garesio picchiando con l’indice sulla pagina, «è questa la libertà vera: non la libertà dal lavoro, ma la libertà del lavoro, l’orgoglio del lavoro ben fatto.»

Mi è tornato in mente, questo passaggio (a pag.51) del libro di Claudio GiuntaGiovanna SilvaTogliatti. La fabbrica della Fiat (potete leggere la mia “recensione” qui) nel quale un ex dipendente dello stabilimento costruito dalla Fiat a Togliatti, nell’allora Unione Sovietica racconta della propria (e di allora) “etica” professionale, riflettendo su quanto è tragicamente accaduto alla Funivia del Mottarone di Stresa e sulle motivazioni “pratiche” alla base di un evento così funesto.

Molti, nei giorni scorsi, in primis numerosi quotidiani italiani, hanno posto in evidenza con gran sconcerto come la manomissione dei freni della funivia sia stata consapevolmente attuata per fini economici, per non far perdere (altri) soldi all’impianto o di non spenderne per sistemare i malfunzionamenti che da settimane si manifestavano. Una situazione giustamente e inevitabilmente evidenziata, in tutta la sua tragicità; d’altro canto a me, se possibile, sconcerta ugualmente, se non di più, la palese deresponsabilizzazione professionale che spesso si riscontra alla base di eventi tragici come questo – che nel caso del Mottarone ha un precedente spaventosamente analogo nella tragedia della Funivia del Cermis, da me evidenziato in questo post – e che ritrovo anche in altri ambiti professionali (ma non solo) nei quali fortunatamente le eventuali conseguenze di essa non sono così gravi. Superficialità a volte inconsapevoli, altre volte dettate da puro menefreghismo, comportamenti condizionati da bisogni o convenienze in certi casi comprensibili e in altri per nulla, disonestà intellettuali e morali variegate oltre a condizioni di alienazione sociale, generalmente misconosciute (che magari si generano fuori dagli ambiti lavorativi e poi ci finiscono inevitabilmente dentro) che fanno da causa-effetto ad un’incoscienza – ovvero non coscienza – del proprio agire materiale e immateriale e delle conseguenze del fare o non fare, eccetera: tutte situazioni facilmente riscontrabili nella quotidianità, inclusi i casi nei quali dal lavoro ben fatto o mal fatto dipende la sicurezza di altre persone.

Ora, anche a prescindere dalla vicenda pur tragicamente emblematica della Funivia del Mottarone, io temo che l’etica del fare bene il proprio lavoro sia un valore che si sta sempre più smarrendo, sicuramente per motivi di business esasperato ma non solo per quello, forse anche per il generale degrado socioculturale che coinvolge anche il mondo del lavoro ovvero il concetto stesso di “lavoro”, indotto da certi meccanismi che in diversi casi regolano la nostra quotidianità in modo assoluto, ovvero perseguendo risultati, interessi, tornaconti specifici a scapito di qualsiasi altra cosa, vite umane (anzi, vite in generale) incluse. Quello che afferma l’ex lavoratore della Fiat nella citazione in testa al post in fondo è vero: o ci si sa rendere liberi dal lavoro, oppure il lavoro lo si deve fare al meglio delle proprio possibilità, altrimenti non lo si fa proprio o lo si cambia – in fondo una saggezza assai pragmatica, questa, rispecchiata in molti motteggi popolari:A cattivo lavoratore ogni zappa dà dolore” o “Chi bene semina, bene raccoglie”, giusto per citare un paio di vecchi proverbi al riguardo nella cui asserzioni è contenuta anche la verità opposta. In tal senso, lavorare bene e al meglio delle proprie possibilità libera la mente e l’animo da qualsiasi possibile rimpianto, è sinonimo di libertà in quanto certezza d’aver contribuito al meglio a quanto c’era da fare e della cui bontà altri trarranno vantaggio, è soddisfazione nell’aver dimostrato etica professionale, senso di responsabilità, onestà intellettuale. E, d’altro canto, perché chi non lavora bene non è libero ovvero è prigioniero della propria stessa inettitudine, inadeguatezza, disonestà, incoscienza e della propria mediocrità, una caratteristica sempre presente negli individui non certo liberi ma servili e sottomessi.

Giusto in questi giorni, ho letto, sono in corso alcune mobilitazioni sul tema della sicurezza del lavoro, che ogni tanto riemerge nelle discussioni politiche e mediatiche in modi più o meno fattivi oppure strumentali(zzati): ma a fronte della giusta richiesta di tutele crescenti nei luoghi di lavoro e di rispetto delle normative al riguardo al fine di evitare incidenti e casi tragici, si nota piuttosto palesemente la mancanza di una discussione – culturale e umanistica, prima che politica – intorno al tema della responsabilità etica del lavoratore, di ciò che a volte succede quando la sicurezza ci sarebbe ma viene aggirata per convenienze materiali o per mera (ma ancor più grave, per certi aspetti) incoscienza. Forse, ribadisco, a prescindere dal caso del Mottarone, da quello dimenticato del Cermis e da altre vicende specifiche, quella cultura della responsabilità, professionale e non solo, è un valore che dovrebbe essere recuperato e nuovamente ben assimilato – per il bene di tutti, come si è visto. Tuttavia, mi viene da credere, ina nessuna delle parti coinvolte sul tema non c’è tutto questo interesse e volontà di recuperarlo. Già.

 

 

 

Previsioni e remissioni meteo

Be’, alla fine io li “capisco”, quei servizi di previsioni meteo nazional-popolar-mediatici che a leggere i propri bollettini mandano in tivvù delle donne assai avvenenti – qualcuno le chiama “meteorine” ma trovo il termine orrendo – spesso con mise che non lasciano certo indifferente l’occhio maschile (magari è lo stesso anche al contrario, ma ovvio che essendo io uomo noto quanto sopra, non altro).
Li capisco, sì: perché posta la qualità dei bollettini meteorologici offerti, è come se dicessero ai telespettatori: siccome sappiamo che probabilmente le previsioni non le azzeccheremo ma d’altro canto ci pagano per raccontarvele e quindi ve le raccontiamo comunque, cerchiamo di farci perdonare lustrandovi gli occhi con siffatta femminil beltà.*

Ecco. Un (sotto)messaggio del tutto evidente e chiaro, in effetti.

Per quanto riguarda la vera scienza meteorologica, poi… ma veramente credete di poterla trovare in tivvù e sui media nazional-popolari-populisti? Sarebbe come trovare un bravo immunologo ad un congresso di antivaccinisti, eh!
Tutto ciò, sia chiaro, con il massimo rispetto e l’ammirazione per le suddette donne, bravissime nell’incarico ad esse assegnato!

P.S.: sì, continuo la personale, strenua “battaglia” solitaria (?) nei confronti della pseudo-meteorologia televisiva, in quanto ad affidabilità ormai ridotta al livello degli oroscopi da tabloid di costume, e verso chi conferisce ad essa un credito che ritengo a dir poco esagerato – ma sono eufemistico, in ciò – a difesa invece della vera meteorologia, scienza assai importante e altrettanto affascinante che con quei bollettini mediatici nulla ha a che fare.

*: in verità avrei potuto e forse (per essere più chiaro) dovuto esprimere il concetto con altri termini più espliciti tanto quanto comuni ma mi sarei sentito parecchio cafone, nel caso.