“Il miracolo delle dighe” in “Orobie Extra”

Ecco qui – per chi non l’abbia già vista –  la puntata del 20 settembre scorso di “Orobie Extra”, il programma condotto da Cristina Paulato su BergamoTV (e Unica TV), nella quale ho avuto il grande onore e il piacere di essere ospite con Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro. Una bella e preziosa occasione per poter parlare dei temi di cui ho scritto, del paesaggio montano rappresentato da alcuni degli angoli più straordinari delle Alpi, di come si è sviluppato – per non dire trasformato – dal Novecento in poi nonché della relazione che da secoli ci lega alle montagne e oggi, per molti versi, anche più di un tempo.

Per saperne di più sul libro, cliccateci sopra:

Alberto Magnaghi

Mi rattrista molto leggere della scomparsa di Alberto Magnaghi, una delle figure italiane più importanti negli ambiti di ricerca, studio e divulgazione dei temi del paesaggio, che ebbi la fortuna di incontrare e conoscere – l’ultima durante un bel seminario in Valle Imagna sul tema del “Riabitare le Alpi” organizzato dal locale Centro Studi. La sua idea di «coscienza di luogo» è tra quelle che, fin da quando la conobbi e studiai, mi ha maggiormente ispirato e che trovo tra le più significative da proporre e sviluppare nelle discussioni e nelle pratiche di interazione con i territori, i luoghi e i loro paesaggi. Un’idea, peraltro, sempre più necessaria per favorire e coltivare la salvaguardia collettiva dei territori in cui abitiamo e ridar loro la doverosa e più compiuta dignità politica, a fronte di frequenti iniziative  – di certa “politica” ma nell’accezione più bassa possibile – così incoscienti del valore culturale dei luoghi e del paesaggio da risultare drammaticamente dannose non solo per gli spazi che le subiscono ma pure per chiunque li viva, stanzialmente o saltuariamente.

Rip.

Tutti a sciare… in Brianza!

A mio modo di vedere, quella presentata dall’articolo qui sopra mi pare un’idea eccellente. Anzi, proporrei di diffonderla il più possibile e di disseminare piste da sci sintetiche su tutte le collinette e i rilievi di consona altezza delle città italiane nonché, al contempo ovvero per diretta conseguenza, chiudere e smantellare molti dei comprensori sciistici sulle montagne che appaiono ormai insostenibili – sia ambientalmente che economicamente – e dunque eccessivamente impattanti sui territori che li ospitano e sui loro paesaggi.

Pensate ai numerosi vantaggi di questa cosa, se attuata: molti “sciatori” non sarebbero più costretti a spostarsi dalle città alle montagne per ciò evitando di generare traffico sulle strade, rumore, inquinamento in quota; gli sciatori giungerebbero sulle piste in pochi minuti di viaggio dalle proprie case, magari con i mezzi pubblici, potendo così dedicare più tempo all’attività sciistica; i territori montani liberati dagli impianti smantellati, non più soggiogati alla monocultura sciistica, potrebbero essere rinaturalizzati e fruiti da un turismo veramente ecosostenibile (un settore in costante e forte crescita, d’altro canto); non si dovrebbero più spendere cifre spropositate di soldi pubblici per finanziare infrastrutture sciistiche insensate e insostenibili, soldi che dunque potrebbero essere spesi per i reali bisogni sistemici delle comunità che vivono in montagna e per la riattivazione delle filiere economiche locali nelle quali reimpiegare gli addetti alle piste smantellate; si conserverebbe l’acqua altrimenti utilizzata per gli impianti di innevamento artificiale e si risparmierebbe l’energia da essi consumata; gli sciatori metropolitani potrebbero passare delle giornate “super wow!unendo magari lo sci al mattino e lo shopping al pomeriggio in qualche centro commerciale prossimo alle piste…

Sì, certo, sto facendo del buon sano sarcasmo.

O forse nemmeno così tanto, a ben vedere. In fondo, dopo gli innumerevoli tentativi di trasformare le montagne in periferie ludico-ricreative delle città, con tutte le nefaste conseguenze del caso, potrebbe essere il momento delle città di trasformarsi in bizzarre riproduzioni sintetiche delle montagne. Una specie di nemesi, insomma. Che forse da un lato distorcerebbe ancor più l’immaginario diffuso presso certi “turisti” riguardo le montagne ma dall’altro potrebbe preservarle dalle peggiori forme di “turistificazione” che tutt’oggi vengono loro imposte da certa politica ignorante, riconsegnandole ad un futuro finalmente contestuale e armonioso alle loro innumerevoli autentiche potenzialità e alla realtà quotidiana dei territori montani.

Solo fantasie sarcastiche?

P.S.: per leggere l’articolo al quale fa riferimento l’immagine in testa al post cliccateci sopra. Ringrazio molto Maria Cristina Volontè che mi ha segnalato la notizia.

P.S.#2: in ogni caso, non ho formalmente nulla contro quella pista da sci sintetica brianzola. Nel senso che è meglio sia lì, in una zona già iper antropizzata, che su qualche pendio montano ancora vergine.

Walter Bonatti, 13 anni

Walter Bonatti lasciava questo nostro mondo esattamente 13 anni fa, il 13 settembre del 2011.

Chiunque l’abbia conosciuto, di persona o per sola fama, poca o tanta che fosse la sua conoscenza, credo abbia compreso da subito che una persona eccezionale come Walter sarebbe stata ben difficilmente dimenticata: ma penso che nessuno avrebbe potuto immaginare quanto Walter resti ancora vividamente presente nella mente di così tante persone, come sia costantemente ricordato e citato, quanto ancora si scriva di lui e della sua vita, come rappresenti un punto di riferimento irrinunciabile non solo per qualsiasi appassionato di montagna ma pure per tanta gente comune che di vette e scalate ne sa poco o nulla ma che si sente ispirata dalla vita, dalle avventure e dalle parole di Bonatti. Quasi come fosse ancora tra di noi – e per certi versi è veramente così.

È un privilegio, questo, riservato a pochi grandi personaggi del nostro tempo, figure che definiamo per questo “leggendarie” ma il cui portato – storico, culturale, umano – è stato e resta un indelebile elemento della nostra più concreta realtà col quale ci viene spontaneo, naturale ispirare almeno una parte del nostro modo di viverla e di comprenderne la quotidianità. D’altro canto Bonatti disse – citato da Angelo Ponta, uno dei curatori dell’Archivio del grande alpinista conservato al Museo della Montagna di Torino (dal quale proviene l’immagine in testa al post), nel bell’articolo pubblicato su “Vogue Italia” nell’ottobre 2020 – a dimostrazione di come anche la cultura mainstream conservi nitida la memoria nei suoi riguardi – che «Fa paura ciò che non si conosce. Quindi io faccio del mio meglio per conoscere, e conoscendo riduco la mia paura.» Un obiettivo, quello della conoscenza, che è – dovrebbe essere – parte di ogni essere umano in quanto creatura intelligente e senziente (cosa peraltro eternata da Dante nella Divina Commedia con quel celeberrimo passaggio del Canto XXVI dell’Inferno) e forse anche per questo motivo Bonatti resta così presente e conosciuto da tante persone: perché tenercelo bene a mente ci aiuta a conoscere meglio il mondo in cui viviamo nonché, probabilmente, un po’ anche noi stessi.

Sabato 16/09 a Carenno, camminando lungo “Sèmper Stèss Sentér” alla riscoperta del paesaggio

Sabato 16 settembre, a Carenno (Lecco), avrò l’onore e il piacere di guidare – insieme ai rappresentanti della Pro Loco Carenno – i partecipanti alla camminata di Sèmper Stèss Sentér, l’evento escursionistico con il quale verranno presentati gli interventi del progetto di recupero e valorizzazione della rete sentieristica locale. Ciò rappresenta un’occasione perfetta per andare insieme alla ri-scoperta del paesaggio di questa parte della Val San Martino, tra i più spettacolari e emblematici delle Prealpi lombarde tra Lecco e Bergamo, vero e proprio geolibro fatto di innumerevoli “pagine” che sanno raccontare storie, narrazioni, tradizioni, saperi intessuti tra queste terre e i loro abitanti nel corso dei secoli. Camminarci attraverso, e farlo al meglio grazie agli interventi di riqualificazione effettuati dalla Pro Loco che in qualche modo riconsegnano tali antichi manufatti al presente che viviamo, al futuro che affronteremo e a chiunque li percorrerà, è il modo migliore per ritrovare e ridare valore autentico alla relazione che ci lega a queste montagne, sia come abitatori stanziali che come visitatori occasionali, il che a sua volta ci permette di apprezzarne appieno tutta la particolare bellezza e il fascino raro – anche dal punto di vista meramente ludico-ricreativo, perché no.

Sarà un cammino di riconnessione al bello e al prezioso dell’ambiente naturale nonché di rilettura attenta e partecipata del paesaggio per sentirci parte di esso in maniera più profonda e consapevole: prenderà il via alle 09.30 di sabato presso il parcheggio tra la Casa del Fanciullo e l’Oratorio di San Domenico (Chiesa dei Morti), in fondo a via Pertüs.

Inoltre, partecipando alla camminata ci si potrà preparare al meglio alla tavola rotonda in programma alle ore 16.00 presso il salone della Casa del Fanciullo, curata dall’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì sul tema della pietra a secco e dei suoi molteplici aspetti: da quello storico/etnografico/artistico a quello paesistico/ambientale e della prevenzione dei rischi idrogeologici, fino a quello della ricaduta economica, nella prospettiva di un turismo di prossimità, slow e consapevole, unito alla visione di una rinascita dell’economia di montagna, come pure di una nuova opportunità professionale nel settore artigianale e dell’edilizia.

Per saperne di più, qui trovate il comunicato stampa dell’evento; ulteriori info le potete ottenere scrivendo alla mail procarenno@gmail.com oppure telefonando al 339.860.1838.

Partecipate numerosi e ritornerete a casa più contenti, ve lo assicuro!