Sciare a tutti i costi dove ormai non nevica più: l’assurdo caso del Monte San Primo su “L’AltraMontagna”

(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)

Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.

[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]
Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.

La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.

[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]
Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…

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“La Montagna sacra” di Enrico Camanni

[Il Machapuchare, “Montagna sacra” del Nepal. Foto di Mohan K. Duwal, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le montagne esistono perché noi possiamo scalarle, possiamo camminarci, possiamo sciarci? Ha senso, in un ecosistema così fragile, perseguire un modello di sviluppo fondato sulla crescita, sull’aumento anno dopo anno di turisti e di impianti? Perché altre culture, dall’Himalaya alle Ande, hanno immaginato l’esistenza di montagne sacre, luoghi da cui l’uomo dovesse restare lontano? Cosa ci insegna questa idea di limite?

Venerdì 5 aprile prossimo arriva nelle librerie La Montagna Sacra (Laterza, collana “I Robinson / Letture”), il nuovo libro di Enrico Camanni, tra le figure più importanti nel panorama italiano della cultura di montagna e membro del gruppo di lavoro che promuove il progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra”. Già da tali premesse si può comprendere quanto la nuova opera di Camanni risulti significativa per la conoscenza e la comprensione del messaggio alla base del progetto che propone di dichiarare “sacra” la montagna tra la Valle Soana e la Valle di Cogne – variamente citata nel libro – chiedendo a chi vi aderisce di astenersi dalla salita. Una proposta inedita per la cultura occidentale, per certi aspetti “rivoluzionaria”, condensata in un manifesto che è stato firmato da un autorevole gruppo di alpinisti, escursionisti, scienziati, giornalisti, scrittori e attori, riunito nel gruppo di lavoro sopra citato del quale anche io ho l’onore e il piacere di far parte.

[Prime luci sul Monveso di Forzo, la ” Montagna sacra” delle Alpi italiane. Foto di Toni Farina, per gentile concessione.]
Inevitabilmente il progetto ha scatenato un dibattito acceso, dividendo il mondo degli ambientalisti e dei frequentatori della montagna. Si tratta di una provocazione che tocca i nervi scoperti della cultura e della sensibilità collettive, proponendo alla società del consumo delle autolimitazioni, e delle riflessioni, che in altre culture sono più che mai condivise. Esistono montagne sacre dall’America Latina all’Australia alle catene himalayane, e migliaia di pellegrini che invece di scalarle le venerano. Di contro il Monveso di Forzo è dichiarato “sacro” nel senso laico del termine, senza alcuna connotazione religiosa ma, appunto, proponendone un’accezione che richiama l’importanza fondamentale dell’idea e della necessità del limite rispetto al livello di invasività che ormai caratterizza la presenza umana sulle montagne e nel resto del pianeta. Una presenza di frequente smodata, posta la realtà ambientale sempre più critica che dobbiamo affrontare su scala globale, i cui effetti si manifestano in maniera particolarmente evidente proprio nei territori montani.

Fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile alle aspirazioni di possesso, dominio e conquista che troppo spesso motivano le azioni dell’uomo, con conseguenze inequivocabilmente deleterie. Un’azione simbolica, certamente, ma dal valore culturale emblematico e potente.

Ne La Montagna Sacra Enrico Camanni ripercorre la storia degli ultimi secoli, dimostrando come la relazione dell’uomo con le montagne, e le Alpi in particolare, sia sempre stata di sottomissione. Prima la religione, poi le guerre, infine il turismo, hanno trattato le cime come luoghi utili agli scopi umani, bellezze da usare, “valorizzare”, conquistare e talvolta abusare. Ancora oggi, nell’epoca della riconversione ecologica, l’unico sviluppo condiviso dalla politica sembra quello di altri impianti, altro cemento, altre speculazioni, dalla spinosa questione delle Cime Bianche sotto il Cervino, ai progetti invasivi sul Sassolungo, nel cuore delle Dolomiti, agli impianti per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma davvero non esiste un limite?

Per gentile concessione dell’autore, e in anteprima assoluta, vi propongo di seguito un estratto del libro, la cui lettura – inutile rimarcarlo – è alquanto consigliata.

Fermarsi adesso

Nell’estate del 1907 gira la voce di un treno per il Cervino. Gli svizzeri sono già famosi per le ferrovie d’alta quota, ma non si pensava che si spingessero a tanto e che fosse tecnicamente possibile scalare il Matterhorn in carrozza. Invece il progetto c’è e gli ingegneri lo ritengono realizzabile. La cima più bella e desiderata potrebbe essere infine piegata dalla tecnologia.
«Maledizione! – inveisce l’anziano abbé Amé Gorret, primo salitore della cresta del Leone –. Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!»
Lo scrittore Charles Gos lo tranquillizza con una lettera: in Svizzera c’è un forte movimento di opposizione e la gente per fortuna non ne vuole sapere. Gorret, rasserenato, gli risponde il 7 settembre:
«Sono felice di sapere che la sottoscrizione per impedire il deturpamento del nostro caro Cervino abbia già raggiunto le 40.000 adesioni. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa… Lascio da parte le considerazioni più pratiche: le tempeste improvvise, il fulmine e il metallo, la rottura dei cavi, eccetera. Ma c’è dell’altro, tra il triste e il faceto. Triste: le vittime di un funesto incidente sul percorso non potrebbero aspettarsi nessuna compassione: se lo sarebbero cercato! Comico: un signore e una ricca dama architettano di spedire i loro cappelli sulla montagna senza neppure scomodarsi e poi, nei salotti d’inverno, vanno a mostrare il cappello dicendo: «Questo è stato sul Cervino!», come se ci fossero stati anche loro…»
Nessuno spedì il suo cappello in cima alla Gran Becca, perché vinse il buon senso e nella primavera del 1908 il Cervino venne dichiarato salvo. Intanto il povero Gorret morì nel dubbio il 4 novembre 1907, dopo breve malattia.
La storia è emblematica. Se all’inizio del Novecento si poteva già stendere un binario sulla parete est del Cervino, pensate che cosa siamo in grado di fare oggi. Potremmo spianare le montagne, bucarle, farne ghiaia da costruzione, smontarle a pezzi e rimontarle a Disneyland per i giochi dei bambini, oppure eliminarne definitivamente l’ingombro dalla Terra – ricavando comodi terreni edificabili –, o ancora trasformarle in un paesaggio virtuale. Tutto possiamo, e molto tramiamo, perché la tecnologia ha fatto passi da gigante mentre l’etica ambientale è inchiodata alle leggi del mercato, con un macroscopico squilibrio tra il progresso della scienza e quello della coscienza.
Ancora una volta la storia dell’alpinismo può essere una buona consigliera: quando l’evoluzione è stata affidata ciecamente alla crescita tecnologica (bombole a ossigeno, materiali spaziali, collegamenti satellitari, corde fisse, elicotteri, rifornimenti aerei) l’alpinismo himalayano si è ammalato gravemente, trasformandosi in business dell’estremo e cancellando, con la wilderness, le ragioni stesse della propria esistenza. Per rinascere avrebbe di nuovo bisogno di togliere, alleggerire e autolimitarsi, non per andare contro la storia, ma per continuare a scriverla.
Non è uno scontro tra cattivi e buoni, anche questa sarebbe una semplificazione. È che per la seconda volta nella vicenda umana, l’uomo è completamente responsabile dalla propria sopravvivenza. La prima volta è accaduto alla metà del secolo scorso con l’invenzione, la produzione e l’uso della bomba atomica. La seconda volta è adesso con i gas serra e l’accelerazione del riscaldamento globale, anche se sono circa quarant’anni che la scienza, inascoltata, segnala il fenomeno e ci ammonisce sulle conseguenze. Due volte in meno di mezzo secolo sarebbero troppe anche per un popolo propenso all’autodistruzione, e questo in parte spiega lo smarrimento psicologico, la negazione e la rimozione collettive che tanto ricordano i passeggeri del Titanic che continuarono a ballare mentre il transatlantico affondava nel mare gelato.
E poi c’è il limite, quel destino ineluttabile che ci definisce e al contempo ci impedisce, generando gli innumerevoli, umanissimi e talvolta disperati tentativi di ingannare la finitudine e la morte attraverso il successo, il denaro, il sesso, il potere e altre illusioni di onnipotenza. Non è affatto semplice imporre dei limiti a noi stessi, ed è ancora più difficile porli allo sviluppo sfrenato e dissennato del consumismo, dopo che ha regalato decenni di benessere alla fetta fortunata del mondo, lasciando l’altra a guardare. Il limite è allo stesso tempo il lato più naturale e innaturale della natura umana, e solo i saggi possono aspirare all’equilibrio.
Ma qui non si tratta di saggezza ed equilibrio, qui ormai si parla di sopravvivenza. La recente storia delle Alpi, uno dei territori più fragili e preziosi del pianeta, perfetta rappresentazione del mondo occidentale e del suo modello di sviluppo, mostra quanto il limite sia stato sistematicamente superato e umiliato, e con quale evidenza la natura ci stia presentando il conto. Come scriveva Laura Conti molto tempo fa, «da qui in avanti, il momento più facile in cui fermarsi è ora. Ora è più difficile di ieri, ma è più facile di domani». E oggi è già domani.

(P.S.: questo articolo è stato pubblicato in origine nel blog de “La Montagna Sacra” sul portale Sherpa.org.)

Basta poco per capire il “pensiero” di chi vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo

A volte basta veramente poco per capire “molto”. Bastano poche parole, ad esempio, per comprendere tutto un atteggiamento, un modo di pensiero, un contegno, un comportamento del tutto significativi e emblematici.

Bastano ad esempio poche parole – proferite ad un giornale locale qualche giorno fa (“Giornale di Erba”, edizione del 9 marzo 2024, pagina 26) – del sindaco di Bellagio, il cui comune è capofila dello scriteriato progetto di sviluppo sciistico-turistico sul Monte San Primo messo ormai alla berlina dalla stampa di mezzo mondo, per capire il pensiero che vi sta alla base nei riguardi della montagna, la sensibilità verso la sua realtà, la “cultura” (virgolette inevitabili) che guida le proposte del progetto paventato, al quale chiunque si è ormai detto contrario con la sola eccezione dei pochi amministratori locali che lo sostengono.

Dunque, il sindaco di Bellagio sostiene che le iniziative a difesa del San Primo sarebbero «l’ennesima riedizione del solito mito, che non propone nulla di costruttivo. È un’opposizione ideologica, abbiamo sempre mantenuto la più ampia disponibilità al dialogo con tutti, però per dialogare bisogna essere in due.» Una sfilza di falsità: a parte che non si capisce di quale “mito” si stia parlando (forse intende che lo sia il cambiamento climatico?), è falso che non si proponga nulla di costruttivo, visto che solo pochi giorni fa il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha presentato pubblicamente un lungo elenco di proposte assolutamente costruttive per lo sviluppo sostenibile della zona, che peraltro ne compendia molte altre più volte suggerite nei mesi scorsi. È falso che sia un’opposizione ideologica, visto che il Coordinamento riunisce decine di associazioni della più varia natura senza avere alcuna connotazione ideologico-politica, e poi il sindaco dovrebbe spiegare come possa essere “ideologico” opporsi a delle infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota: semmai “ideologico” è proprio il pretendere di imporle senza accettare alcun confronto con la società civile. È oltre modo falso, appunto, che il sindaco, il suo Comune e gli altri enti locali che sostengono il progetto siano rimasti sempre aperti e disponibili al dialogo: l’hanno sempre rifiutato, è attestato dalle numerose richieste d’ogni tipo – verbali, cartacee, email, PEC – inviate a quegli enti alle quali mai è stato risposto. Mai.

Ecco qui palesemente manifestato, grazie a quelle poche parole che rivelano moltissimo, il reale atteggiamento dei politici coinvolti nel progetto: verso il Monte San Primo, il suo ambiente e il suo paesaggio, verso la comunità che lo abita, verso chi lo frequenta, verso il più ordinario buon senso, verso l’onestà intellettuale e morale, verso il valore civico e culturale della pratica amministrativa di un territorio prezioso come il Monte San Primo. Non c’è da aggiungere altro.