John Singer Sargent, Aletsch Glacier from Eggishorn (“Il Ghiacciaio dell’Aletsch dall’Eggishorn”), da “Splendid Mountain Watercolours” Sketchbook, 1870.
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Mia cara Livigno ti odio!

Voglio ringraziare di cuore tutti quelli che hanno commentato gli articoli con le proprie considerazioni su Livigno, sia positive che negative, tutte legittime e molto importanti. Anche perché consentono di elaborare una piccola ma spontanea e dunque genuina “indagine” sul sentore comune nei riguardi della località che, lo ribadisco, è senza dubbio tra le mete turistiche lombarde se non italiane più emblematiche per la sua storia culturale e economica e per come ha deciso di gestire il proprio turismo – nonché per lo status di zona extradoganale dei cui vantaggi, reali o presunti, ancora gode. D’altro canto il mio legame con le montagne è nato proprio a Livigno, prima località nella quale, quando avevo ancora meno di un anno, i miei genitori mi portarono a far vacanza estiva e invernale. Una località a cui dunque sono particolarmente legato e che per ciò cerco di osservare con un interesse “speciale” ma senza pregiudizio alcuno, cercando di capire meglio la sua realtà e comprenderne il divenire: anche per questo i commenti e le osservazioni ricevute, di qualsiasi segno siano, mi risultano importanti e “istruttive”, e ringrazio ancora molto chi le ha espresse.
Di seguito elenco alcuni dei passaggi secondo me più interessanti dei commenti, nell’ordine cronologico di ricezione, dai quali potete percepire il sentore comune più diffuso su Livigno. A breve tornerò sul tema per trarne alcune ulteriori considerazioni concrete sulla sua realtà e, soprattutto, sul suo futuro.
«È un turismo malato quello. Mordi e fuggi e tante macerie dietro di sé.» (Gian Paolo)
«Solo un grande luna park, come tanti altri posti turistici. Non certamente la vera natura di montagna.» (Maurizio)
«Ci vuole una soluzione, che non sia solo economica, troppo facile, ma culturale.» (Paola)
«Ci vado da oltre 40 anni, ma visti i prezzi di quest’anno, mi da che per la prossima estate andremo altrove.» (Federico)
«Alla fine ti respiri i Suv… e quindi?» (Enrico)
«Se questo è il turismo che si vuole ne faccio volentieri a meno.» (Bruno)
«Quaranta anni fa c’erano i distributori di benzina in paese, non c’era la zona Ztl, non c’era la zona pedonale e ciclabile lungo lo Spol, aria invivibile…» (Paolo)
«Non c’è dubbio che avanti di questo passo il territorio verrà rovinato.» (Massimo)
«Chi abita nelle città ormai con le estati invivibili trova in Livigno un paradiso senza eguali dove se ci vai una volta te ne innamori.» (Roberto)
«Io ci andavo da quando avevo 7 anni, ne ho 72… Da 2 anni non ci vado più, voglio mantenere un ricordo bello di Livigno!» (Riccardo)
«Fanno record d’estate, record d inverno, tasse poco o niente…» (Attilio)
«A me che ci vado da oltre 30/35 anni mi piace sempre., non trovo tutti questi prezzi esagerati e giustamente tutto si adegua, non avrebbe senso se fosse rimasto come 40 anni fa.» (Paola)
«Se mai gli toglieranno tutti i vantaggi, esenzione Iva, benzina senza accise, tassazione unica per tutti, rimarrà un paese di montagna finto.» (Pietro)
«Ci sono stato per la prima volta a fine stagione. Bello ma molto lontano per me rispetto ad altre località di montagna.» (Fabio)
«Conviene solo fare il pieno all’auto, peccato perché per chi ama la MTB come me il posto è fantastico.» (Gian Luigi)
«Sicuramente i residenti e le varie amministrazioni sono stati molto bravi nel giocarsi la partita valorizzando il territorio e l’offerta a vantaggio del reddito pro capite, ma io non riconosco più la magia di un tempo non troppo lontano…» (Gianluigi)
«Almeno a Livigno ci accolgono con il sorriso, andate in Trentino oppure Valle d’Aosta e vedrete che accoglienza!!!!!» (Abramo)
«Questo status di località turistica ormai di élite, insieme al visibile alto tenore di vita dei livignaschi, è in fortissimo contrasto coi privilegi fiscali extradoganali ormai anacronistici…» (Beppe)
«È anche vero che le necessità dei turisti sono cambiate. Importante il rispetto della natura e dei luoghi, purtroppo il signor “palanca” vince sempre sopra ogni cosa ma a Livigno, con il sorriso, tutto è sempre gestito per il cliente.» (Fiorella)

«Togliere l’extradoganalità! Un doping di stato che non ha più giustificazioni.» (Giovanni)
«A quei pochi livignaschi, consapevoli di creare un modello che guarda alle ricchezze ambientali e paesaggistiche, come il vero punto di forza del turismo del futuro, prevalgono logiche economiche intrecciate di business e proprietà delle società.» (Angelo)
«Livigno riesce ad esprimere un condensato di modelli “urbani” insostenibili da primato. A differenza delle scempiaggini clamorose come la pista di bob di Cortina sono assai meno visibili, ma gli effetti cumulati forse ancor più devastanti.» (Michele)
«È vero che andando un po’ fuori dalle vasche classiche, e facendo finta che il Mottolino non esista, il discorso cambia. Per il resto, una follia.» (Pietro)
Ancora grazie a chiunque abbia partecipato alla discussione o anche solo meditato tra sé sul tema!
Come rendere più facilmente comprensibile ciò che il cambiamento climatico comporta per le montagne? In Svizzera ci provano mostrando come saranno le Alpi a fine secolo
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 11/09/2024.)

Le Alpi stanno subendo aumenti delle temperature maggiori rispetto ad altre zone del continente europeo: l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), uno dei più autorevoli organismi internazionali in tema di cambiamenti climatici, afferma che negli ultimi decenni il tasso di riscaldamento sulle Alpi è stato di 0,3°C/10 anni, superando il tasso di riscaldamento globale che è stato di 0,2°C/10 anni. Tale maggiore aumento implica che entro la fine del secolo in corso la temperatura media nelle Alpi potrebbe aumentare di 4°C, ben oltre gli 1,5/2°C indicati come limite da non superare per la temperatura media globale dai più recenti accordi internazionali sul clima.
Ma, come affermato poc’anzi, siamo ancora nell’ambito dei meri dati numerici: cosa comporta invece concretamente la realtà appena descritta con questi dati? A questa domanda prova a rispondere efficacemente l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), ente scientifico svizzero conduce una ricerca multidisciplinare orientata alle soluzioni in materia di foreste, paesaggi, biodiversità, pericoli naturali e neve e del ghiaccio – per questi ultimi ambiti grazie all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) che ha sede a Davos, nelle Alpi grigionesi. Il WSL, in collaborazione con l’Università di Losanna, l’Università di Berna, il Global Mountain Biodiversity Assessment e la Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ha elaborato un progetto che sviluppa scenari scientificamente validi su come potrebbero trasformarsi i paesaggi elvetici tra sessant’anni se le temperature in Svizzera dovessero aumentare di 4°C entro la fine del secolo, e ne ha ricavato immagini e video interattivi che mostrano le trasformazioni e permettono al pubblico di navigare attraverso i paesaggi del futuro ottenendo ulteriori informazioni (in lingua tedesca e francese) sulle varie peculiarità e le criticità.
Un tale notevole aumento della temperatura media nelle Alpi in un arco temporale così limitato sta già comportando e implicherà sempre più in futuro effetti rilevanti e sovente drammatici per gli ecosistemi alpini, fragili e delicati come pochi altri. Un recente articolo della rivista “Sapere Scienza” ne elenca alcuni: entro la fine del secolo molti ghiacciai alpini saranno estinti e le aree glacializzate si localizzeranno a quote molto elevate e nelle aree meno esposte al sole; di contro gran parte dell’ambiente prima occupati dalle nevi perenni diventerà periglaciale – termine che sostanzialmente definisce il territorio posizionato al di sopra dell’ambiente montano boscato/vegetato e al di sotto o in prossimità dei ghiacciai e dei nevai – e quindi, privato del potere riflettente di neve e ghiaccio, si scalderà ancora di più. Per tali motivi ci saranno seri problemi di approvvigionamento idrico perché oltre alla riduzione delle masse glaciali vi sarà uno spostamento stagionale sempre più marcato nei regimi delle precipitazioni, con meno precipitazioni nevose (mentre è noto che quelle piovose sono di ben più difficile trattenimento a fini antropici) dunque periodi di siccità più frequenti e prolungati. Inoltre vi sarà uno spostamento verso l’alto degli ecosistemi, che entreranno in competizione tra loro a causa del ridotto spazio a disposizione, e aumenteranno gli episodi franosi e di dissesto idrogeologico, dunque i pericoli, soprattutto durante la stagione estiva. In generale si assisterà a un cambiamento notevole dei paesaggi alpini, con quelli che oggi riconosciamo ordinariamente come “montani” che assomiglieranno alle zone collinari e l’alta montagna periglaciale nella quale i boschi colonizzeranno le aree pietrose o scarsamente vegetate, il che comporterà inevitabilmente anche un cambiamento di matrice culturale nella percezione e nella conseguente relazione umana con questi “nuovi” paesaggi […]
[⇒ Continua su “L’AltraMontagna”, qui.]
Il grosso problema del cicloescursionismo sulle montagne

Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.
Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?
P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.
Vicosoprano, la fascinosa microcapitale della Bregaglia, dove si può praticare una deliziosa flânerie alpina

Un abitato la cui grandezza è inversamente proporzionale al fascino che emana ogni elemento che lo compone, che pare forgiato direttamente dalla peculiare geografia naturale e dalle vicende umane che ne caratterizzano la storia della quale ne rapprende il divenire nel tempo. Vicosoprano infatti, con le sue case più o meno signorili, sovente affrescate, che ombreggiano un labirinto di vicoli selciati, le torri medievali, i fienili e le stalle con la struttura a blockbau (inopinata influenza Walser?), le chiese riformate o no, è un luogo realmente sospeso nel tempo – anche in presenza di pur frequenti edifici recenti appena al di fuori del centro – ma non solo: sospeso pure sull’irrequietezza che scazzotta di continuo il mondo ordinario e la nostra quotidianità la quale si palesa comunque nella velocità dei mezzi che corrono lungo la cantonale verso le allettanti attrattive turistiche engadinesi (come ho fatto anche io infinite volte, appunto, perdendomi inconsapevolmente cotanta bellezza; d’altronde è la stessa strada che letteralmente sfiora l’atelier – e la dimensione domestica – di uno dei più grandi artisti della storia, Alberto Giacometti, senza che tanti se ne rendano conto e vi rivolgano un minimo pensiero).
Sarà poi che Vicosoprano l’ho visitato in un tranquillissimo giorno feriale, caldo ma non afoso, durante il quale ho visto passare tra le sue vie più mezzi agricoli che autovetture ordinarie e contato le persone in giro con entrambe le dita delle mani avanzandone un paio (di dita), con le case che mi hanno protetto – e proteggono di norma, spero – dal rumore veicolare della strada cantonale (comunque già meno intenso di qualche giorno prima, intorno al Ferragosto) garantendomi una deliziosa quiete sonora e sensoriale, e la costante vista delle possenti vette bregagliotte dominanti l’abitato duemila metri e oltre più in alto (ma senza essere opprimenti, anzi, proteggendone la dimensione peculiare), insomma, tutto ciò mi ha fatto sentire bene, a Vicosoprano. Come ci si sente bene in quei luoghi che, fin dai primi istanti nei quali ci giungi ti accolgono con pacata e sincera cordialità, senza troppi fronzoli, senza pretendere che tu ti debba entusiasmare, senza strattonarti per mostrarti questa e quella cosa «da vedere assolutamente». Il Genius Loci del borgo, vecchio e saggio (vanta più di due millenni di storia accertata) nonché altrettanto gentile e bonario, non ti si mette davanti pretendendo che tu lo segua ma si tiene a lato, mezzo passo indietro, lasciando che sia il visitatore a praticare nel borgo una minima ma deliziosa flânerie, per la quale più che mai non contano tanto i passi camminati nel luogo (ne bastano circa 400 per attraversare il centro di Vicosoprano per la lunga!) quanto i dettagli peculiari raccolti, meditati, apprezzati in esso e resi emozioni, altrettanto piccole ma parecchio intense, a volte sorprendenti quando non stupefacenti.
Vicosoprano va visitato così, perdendosi in esso ben sapendo che sia impossibile farlo nella sua minuscola urbanistica ma di contro sia possibilissimo che accada nella sua delicata avvenenza e nel fascino distensivo dei suoi vicoli, peraltro già molto elvetici (siamo a pochi chilometri dall’Italia ma sembrano molti), lasciandosi incuriosire e attrarre da qualsiasi grande o piccolo dettaglio il suo paesaggio urbano offra allo sguardo sensibile. Non serve una guida se non per sapere sommariamente cosa si ha di fronte, in fondo le informazioni storiche e turistiche sul paese si riassumono in poche righe (ma non dimenticate che lungo la Bregaglia è passata molta della storia delle Alpi, antica e moderna); basta essere curiosi e appassionati flâneur o, se preferite, psicogeografi alla deriva, facendosi guidare dai sensi, dalla curiosità, dall’intuito e dall’istinto, dalla voglia di scoprire e dalla consapevolezza che spesso le scoperte più belle non si misurano in quantità ma in qualità e che tale qualità a volte non si vede, non si coglie, resta discosta o nascosta e dunque alla fine scoprirla regala suggestioni ancor più vivide e profonde.
Trovate che sia un consiglio di visita piuttosto eccentrico, questo? Be’, sappiate che, tra le varie iscrizioni che accompagnano gli affreschi di tante case di Vicosoprano se ne legge una che dice: «Non c’è uomo su questa terra che non abbia un briciolo di follia». Evviva i luoghi artistici, architettonici, monumentali, turistici all’ennesima potenza, quelli che bisogna giustamente, logicamente, necessariamente visitare e vedere almeno una volta nella vita – ritrovandosi spesso tra decine di migliaia di altri visitatori e tra rumore, confusione, chiasso, calca… inevitabilmente, appunto. A volte c’è più “follia” nelle cose ordinarie, nonostante ci si aspetti che siano esattamente così (ve la immaginate una visita solitaria al Colosseo o alla Tour Eiffel? Sarebbe del tutto straniante e confondente, a ben vedere!) invece che in certi altri luoghi che sfuggono al tempo presente, sempre così forsennato e pretenzioso verso le nostre vite, e si lasciano governare da dinamiche differenti, non per questo migliori (almeno per chiunque) ma diverse, appunto, inconsuete, speciali e anche per ciò alla fine più sorprendenti di quelle solite, forse.
In effetti anche i flâneurs venivano presi per dei tipi un po’ fuori di testa e la stessa deriva, pratica fondamentale della psicogeografia, per come venne teorizzata da Debord è un metodo di abbandono degli schemi mentali ordinari, quelli che facilmente provocano fenomeni di alienazione nell’uomo contemporaneo ma che dal suo stesso sistema vengono ritenuti (e imposti) come il “pensiero comune”. Un abbandono necessario al fine di cogliere ciò che la realtà offre in abbondanza ma la nostra mente non è più in grado di percepire e apprezzare come dovrebbe, nonostante sappia regalare infinite, preziose fascinazioni.
Ecco, anche Vicosoprano – si può dire – è un luogo sospeso al di sopra degli schemi mentali ordinari nel quale si può invece ritrovare il gusto, il piacere e la bellezza della scoperta minima ma intensa, facendosi influenzare dal fascino del luogo e diventando parte del suo paesaggio geografico e antropico, naturale e umano. Cioè parte di una bellezza solo apparentemente piccola, in realtà delicata tanto quanto penetrante nella mente, nel cuore e nell’animo.
N.B.: salvo quella in testa al post, che infatti è bella, le altre foto le ho fatte io e non sono granché, d’altro canto non sono un fotografo e uso uno smartphone non recentissimo. Accontentatevi, se potete.


