Livigno, record di auto (e di perplessità)

Da questo articolo de “La Provincia – Unica TV”:

«Livigno, presenze da record ad agosto. 160mila le auto entrate.»
«Come non essere soddisfatti dei dati di agosto, lo siamo certamente! – commenta Sharon Zini, assessore al Turismo del Comune di Livigno».

“Soddisfazione”, già. Per la località sicuramente; per la montagna, invece?

Tuttavia…

«Con una frenata, però, sui consumi extra alberghieri. Da questo punto di vista c’è stato un calo, il commercio e la ristorazione non sono andati così bene come tutto il resto. Il sentore è che il turista non rinunci ad andare in vacanza ma rinunci a buona parte delle spese extra alberghiere».

Dunque «soddisfatti» per cosa, in concreto? Per aver ingolfato di autovetture come non mai un territorio alpino a oltre 1800 metri di quota? E a vantaggio di chi?

Anche perché, di regola, i record si stabiliscono per poter essere continuamente superati. O no?

Forse, di questo passo, la zona franca di Livigno non la farà più tanto franca – non il suo territorio e la comunità che lo abita, innanzi tutto – come invece gli amministratori locali pensano ancora, evidentemente.

«Cinquant’anni fa Livigno era soltanto natura, se lo ricordano ancora i nostri genitori. Oggi è località turistica internazionale che ha un sole come logo. È un impegno a rispettare l’ambiente che ogni giorno abbiamo in testa, ma la natura ce l’abbiamo nel cuore» (dal sito web livigno.eu.)

N.B.: si tenga conto che l’articolo citato denota pure che per più giorni il sistema il sistema elettronico di rilevazione dei passaggi «ha fatto i capricci», dunque il numero di auto è sicuramente più elevato.

P.S.: dell’emblematica realtà turistica (e non solo) di Livigno me ne sono occupato più approfonditamente in questo recente articolo.

Un biglietto d’ingresso alle mete turistiche montane: giusto o sbagliato?

[Panoramica invernale del centro di Zermatt. Foto di The 414 Company su Unsplash.]
Sulla scia di molte grandi città meta del turismo di massa, sempre più località di montagna in balìa di crescenti fenomeni di sovraffollamento turistico – l’overtourism, sì – stanno pensando di introdurre non solo tasse di soggiorno per i villeggianti ma pure biglietti di ingresso per le visite di breve durata (quello che viene sovente definito turismo mordi-e-fuggi), nel tentativo di arginare una pressione che produce effetti inesorabilmente stressanti per i territori, le comunità residenti e in generale degradanti per i luoghi coinvolti. Riassume la questione un ottimo articolo di qualche giorno fa su “Swissinfo.ch”, dal punto di vista elvetico (perché sono soprattutto alcune rinomate località svizzere a pensare quanto sopra) ma ma non solo.

[Affollamento di turisti al Gornergrat, sopra Zermatt. Foto di rhysara da Pixabay.]
Che ne pensate? Può rappresentare un metodo efficace per contrastare l’overtourism e salvaguardare i luoghi, oppure è qualcosa di inutile e magari pure controproducente per le località stesse?

N.B.: di tale questione in relazione a un’altra rinomata località turistica svizzera, ne ho scritto già qui.

La mirabile Val Roseg tra bellezza e pericolo

(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)

[Foto di Markus Kammermann da Pixabay.]
Qui sopra vedete una eccezionale “cartolina” del massiccio del Bernina, tra Svizzera e Italia, con in primo piano una delle vallate engadinesi più rinomate in forza della sua bellezza peculiare, la Val Roseg. Si riconosce l’ampia zona alluvionale del fondovalle che adduce al Lej da Vadret, il cui colore denuncia l’origine da fusione glaciale delle sue acque; a sinistra vi sono le vette più elevate del gruppo, con il Piz Bernina che raggiunge i 4049 m (il “quattromila” più orientale delle Alpi), mentre a far da testata alla Val Roseg vi sono le cime che la dividono con l’italiana Valmalenco il cui solco si riconosce al di là, confluente nella Valtellina che corre trasversalmente. Invece a destra, appena fuori dall’immagine, si trova l’Engadina con i suoi celebri laghi. Si vede bene anche il Disgrazia, in territorio italiano, e l’occhio ben allenato può facilmente riconoscere pure il Monte Legnone, le Grigne e, affioranti dalle nubi, addirittura le cime del Resegone (ma ingrandendo l’immagine si possono scoprire innumerevoli altri dettagli che caratterizzano l’ampia regione alpina fotografata).

Di recente ho ancora sentito qualcuno sostenere che il toponimo “Roseg” abbia qualcosa a che fare con le rose – i fiori, sì – forse anche per la grafia romancia del toponimo, Val Rosetj, che tuttavia si pronuncia come quello principale. In realtà “Roseg” probabilmente deriva dal longobardo hrosa, similare al latino rosia, termine utilizzato per indicare i grandi ripiani di ghiaccio visibili da lontano, proprio come quelli che si scorgono fin dall’ingresso della valle verso la sua testata. È la stessa origine del toponimo del Monte Rosa, in pratica: dunque per entrambi il fiore non c’entra – gli escursionisti più romantici non ne abbiano a male!

[Foto di Martin Keller su Unsplash.]
Ma non è certo quello di equivocare l’etimologia del toponimo il rischio maggiore che corre la Val Roseg. Infatti il bacino vallivo, in corrispondenza del Lej da Vadret, è stato fatto oggetto di studi propedeutici alla realizzazione di un invaso artificiale e dunque di una grande diga, una di quelle pensate in sede confederale per accrescere la produzione energetica da fonti rinnovabili sulle Alpi svizzere. Ciò significherebbe la costruzione di una diga di sbarramento alta circa 150 metri nell’area dell’estremità settentrionale – cioè verso valle – del Lej da Vadret, oltre alle infrastrutture cantieristiche, le strade di accesso, i tratti dei deflussi residuali e le conseguenti opere di presa dell’acqua invasata verso le centrali di produzione dell’energia. La valle ne verrebbe stravolta, questo è poco ma sicuro.

Il progetto, inevitabilmente, è stato da subito fortemente osteggiato e non solo da parte delle associazioni di tutela ambientale. D’altro canto la Val Roseg è un biotopo protetto a livello nazionale le cui acque sono studiate fin dagli anni Novanta per capire gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità, sia animale che vegetale, e sull’idrochimica che caratterizza i suoi corsi d’acqua; vi vengono inoltre compiute indagini inerenti la relazione tra condizioni climatiche, fusioni glaciali e portate idriche superficiali.

[Foto di Renato Muolo su Unsplash.]
Insomma, non è solo un luogo dal paesaggio meraviglioso, la Val Roseg, ma è anche prezioso e importante dal punto di vista scientifico. Il suo toponimo non ha niente a che fare con le rose ma la valle è, per così dire, una sorta di mirabile giardino alpestre la cui bellezza rivela equilibri naturali altrettanto belli e preziosi che c‘è da sperare si preservino intatti ancora a lungo, ovvero la cui importanza possa sempre essere compresa profondamente e compiutamente da chiunque, prima di ipotizzare qualsiasi attività antropica nella valle. Si rischierebbe di perdere un luogo di valore inestimabile, più di qualsiasi pur ciclopico mazzo di rose.

Davide Sapienza, Lorenzo Pavolini, “Nelle Tracce del lupo”

«Lupo». Basta pronunciare il termine che, posto un tot di persone comuni variamente interessate alle sue accezioni, subito se ne vedrà una parte cominciare a inveire e demonizzare l’animale, un’altra parte celebrarlo e santificarlo e poi entrambi denigrarsi e insultarsi a vicenda.

Bene: mi allontano da queste due parti e vado oltre, sia chiaro da subito.

Un paio d’anni fa su RaiPlay Sound sono uscite le puntate di un podcast assai particolare: si intitola(va) Nelle Tracce del lupo, il primo dedicato in Italia alla questione del ritorno – sulle Alpi in particolare – del grande carnivoro da due rinomati autori (e preziosi amici), Davide Sapienza e Lorenzo Pavolini, i quali dichiarano di aver pensato il podcast al fine di «invitare l’ascoltatore alla conversazione tra il mondo selvatico e quello umano». Nel mese di maggio di quest’anno è uscita la manifestazione cartacea di quella notevole e significativa avventura “georadiofonica” (neologismo non troppo consono ma che rende bene l’idea), l’omonimo libro Nelle Tracce del lupo (Ediciclo Editore, 2024, prefazione di Matteo Righetto), con il quale i due autori mettono nero su bianco e ampliano narrativamente i contenuti del podcast, incamminandosi al seguito di biologi, esploratori, storici, guardiacaccia, addetti forestali, naturalisti, scrittori, pastori – non certo di appartenenti a quelle due parti in conflitto sopra citate, appunto – ovvero di persone che con il lupo e con i territori da esso colonizzati hanno potuto e saputo costruire una relazione, meditata, consapevole, compiuta, sensibile, sapendone così riportare ciascuno a suo modo la realtà vivida e oggettiva.

A tal proposito il titolo del libro (e del podcast) dice già molto: non “sulle tracce” del lupo ma nelle tracce, cioè nella sua dimensione, nel suo mondo selvatico ma inopinatamente simile a quello umano, cercandovi una (ri)connessione, elaborando una reattività funzionale a cogliere quanto più possibile della realtà del lupo sulle Alpi e sul portato di tale evento, per certi versi straordinario, sia nel bene che nel male []

(Potete leggere la recensione completa di Nelle tracce del lupo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Livigno, le gare di sci d’estate per le vie del paese, la pagliuzza e la trave nell’occhio

[Immagine tratta da facebook.com/Livigno.]
Come ogni anno in moltissimi sul web criticano la gara di sci (BWT 1K Shot e Gara da li Contrada la denominazione ufficiale) che Livigno organizza a fine agosto tra le vie del paese “spalmate” di neve e che quest’anno è andata in scena giusto ieri 29 agosto, definendola sostanzialmente – per riassumere e sintetizzare il senso delle variegate critiche – una baracconata senza senso.

Trovo che Livigno sia uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e quelle critiche le capisco benissimo, sono certamente giustificate. Tuttavia a mio modo di vedere il punto della questione non è l’evento in sé ma tutto quanto vi è intorno. La gara di sci estiva è una “baracconata” turistica pure simpatica anche perché transitoria, ci può stare, ma rischia di rappresentare la pagliuzza nell’occhio che non fa vedere la trave ben più invasiva e irritante. Livigno s’è ormai incollata addosso un abito di consumismo economico e ambientale che la rende sempre più simile a una specie di pittoresco Viale Ceccarini in quota o, per usare le parole di Alessia Spalma, amica sensibile e notevole fotografa dunque dotata di visione particolarmente attenta e approfondita dei luoghi, «un triste centro commerciale a cielo aperto» per il quale le “ordinarie” attività di montagna sembrano più un contorno funzionale alle continue lottizzazioni sparse per la valle dell’Aqua Granda e agli affari relativi (legittimi, per carità – forse, ecco…) piuttosto che altro di più tipicamente alpino. Tra meno di due anni poi, lo sapete, ci saranno le Olimpiadi di Milano-Cortina, Livigno è località di gare e pure ciò sta contribuendo ad ampliare e infrastrutturare ulteriormente lo shopping mall livignasco.

[Immagini tratte dalla pagina Facebook “Livigno is magic“.]
Sotto certi aspetti li capisco, quelli di Livigno, per come amministrano la loro straordinaria enclave, derelitta fino a pochi decenni fa – cioè prima che fosse realizzata la strada del Passo del Foscagno, quando la zona rimaneva sostanzialmente isolata per l’intero inverno – e poi fortunata come poche altre nelle Alpi italiane, non solo per la zona franca – oggi invero piuttosto evanescente se non per i costi dei carburanti e poco altro. Il loro isolamento “morale” (Livigno è Italia, sì, ma solo amministrativamente e per qualche altra cosa, il resto della Valtellina guarda i livignaschi in tralice ma d’altro canto non è affatto Grigioni ergo Svizzera, nonostante il progetto di collegamento ferroviario con la rete elvetica della Ferrovia Retica) e le caratteristiche peculiari del territorio li rende liberi di fare molte cose altrove interdette sicché a volte esagerano, come testimoniato dalle diverse «bandiere nere» già assegnate negli anni scorsi a Livigno dalla “Carovana delle Alpi” di Legambiente – dell’ultima potete leggere qui. Sotto certi aspetti i livignaschi li capisco, dicevo, e pure li ammiro ma sotto altri aspetti molto meno. Vivono in una sorta di Eden alpino, protetti dal resto della realtà montana nazionale ordinaria ma pure separati, se non scollati, da essa. Hanno tra le mani un tesoro inestimabile – geografico, ambientale, naturale, paesaggistico, culturale, turistico e anche commerciale, certo – e lo sanno benissimo ma sembra che ne siano talmente convinti da finire per trascurarlo, in certi casi. Come quando ci si sente troppo sicuri di se stessi finendo così per sopravvalutarsi e facendo qualche passo più lungo delle proprie gambe: che senza dubbio sono forti e atletiche ma chissà fino a che punto.

[Foto di Maurizio Moro5153, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La “gita” a Livigno, quando non la vacanza, è da sempre un classico lombardo, un tempo per acquistare sigarette e orologi a prezzi convenienti, oggi anche solo perché è bello farla a prescindere: ma quanti amici e conoscenti negli ultimi anni ho sentito ritornare da lassù esclamando cose del tipo «Basta, troppo caos, troppo rumore non ci torno più, peggio che essere in centro a Milano!» e altro di simile. Suvvia, che se la facciano pure la loro divertente e pacchiana gara di sci in piena estate sulla neve dell’inverno prima conservata appositamente e stesa tra le vie! Ma che sappiano renderla ben più giustificata e accettabile ai tanti che oggi la contestano con una maggior consapevolezza generale della fortuna di cui godono vivendo il loro territorio e della necessità ineludibile di gestirlo al meglio salvaguardandone la bellezza unica e speciale. Una bellezza, è bene ricordarlo, che è fatta innanzi tutto di montagne emozionanti e della loro preziosa cultura, non di boutique scintillanti coi loro prezzi allettanti.