Davide Sapienza, “Ultra Orobie”

Quello che uscirà venerdì 10 giugno in allegato gratuito con il “Corriere della Sera” nelle province di Bergamo e Brescia, come vedete qui sopra, è un libro di Davide Sapienza e, per quanto mi riguarda, tanto basta per recarmi in edicola appena posso, venerdì, e accaparrarmelo.

Ma se a qualcuno questa mia affermazione potrebbe sembrare eccessivamente “di parte”, sappia che a, lo è (riguardo Sapienza e i suoi libri, ovviamente) e b, ho avuto la fortuna di leggerne qualcuno, almeno parzialmente, dei reportage che formano il volume nonché molti dei suoi Sentieri d’autore pubblicati dal 2014 in poi sullo stesso quotidiano, e la lettura di ciascuno di questi testi ha rappresentato un piccolo/grande viaggio geopoetico nel cuore delle montagne lombarde (e non solo lì) nonché la preziosa testimonianza di un dialogo sincero e profondo con il Genius Loci di ogni luogo narrato. Qualcosa di oltre modo prezioso e importante, insomma: non solo per capacitarsi della bellezza del nostro territorio ma anche, e forse di più, per comprendere quanto sia bello viverci in armonia e nella consapevolezza piena del suo valore.

Ci si vede in edicola, dunque, venerdì prossimo! E se volete scaricare la locandina in testa al post (in pdf), cliccateci sopra.

Sulla montagna come “divertimentificio”

Ringrazio di cuore Fabio Balocco, scrittore e giornalista da sempre attento alle tematiche ambientali, che nell’ultimo articolo pubblicato sul proprio blog che cura per “Il Fatto Quotidiano”, dedicato alla triste tanto quanto grave questione della lunaparkizzazione turistica delle montagne, mi ha citato in merito ai post che ho scritto sulla stessa questione e in particolare sulle mie dissertazioni intorno allo scriteriato progetto di rilancio turistico-sciistico del Monte San Primo, nel Triangolo Lariano (provincia di Como).

La speranza è che le varie e in effetti sempre più numerose voci che sostengono la necessità di un cambio netto di paradigmi, nella gestione turistica delle montagne e dei loro territori, d’altro canto ineluttabile in forza della situazione climatica in essere e in evoluzione (negativa), riescano col tempo a vincere l’apparente analfabetismo funzionale sul tema degli ancora troppi decisori, pubblici e privati, che invece continuano a ignorare e rifiutare la realtà dei fatti.

Potete leggere l’articolo di Balocco nella sua interezza cliccando sull’immagine lì sopra.

Una cartolina dalla Jungfraubahn

«Qui su in cima, tra la Kleine Scheidegg e lo Jungfraujoch, si trova una delle chiavi fondamentali per comprendere al meglio la Svizzera moderna, la cellula primordiale di un progetto straordinario nel cuore dell’Europa. Una vera e propria visione, l’eccezionale arte ingegneristica, un sistema bancario funzionante, una dose di senso degli affari e di ospitalità, in aggiunta ad un pizzico di buona fortuna e molta perseveranza – che molti preferiscono chiamare testardaggine. È ormai da tempo che la Svizzera ha fatto il suo ingresso nel mondo.»

Si poteva leggere così su Chemin de Fer de la Jungfrau, Oberland Bernoise, un testo del 1903 di presentazione della celeberrima Ferrovia della Jungfrau, che sarebbe stata inaugurata qualche anno dopo. Ai tempi l’opera fu considerata un’ennesima, possibile “ottava meraviglia del mondo”; oggi come la possiamo, o dovremmo, considerare? Uno dei massimi trionfi per quell’epoca dell’ingegno umano sulla più ostica Natura, oppure una sua cocente sconfitta perpetrata da uno dei primi e più emblematici atti di prepotenza tecnologica dell’uomo?

[Foto di Michal Gorski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.