Paesaggi cacofonici

Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.

(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)

Noi e gli animali

Più passa il tempo e più noi umani arriveremo a dimostrare, anche scientificamente e non solo etologicamente (l’esempio proposto dall’immagine qui sopra – fateci clic per saperne di più – è solo l’ultimo di una serie già lunga), che come e noi e forse più di noi gli animali hanno intelligenza, perspicacia, razionalità, consapevolezza di sé, sensibilità, carattere, emozioni, umori, stati d’animo, sogni, fantasie e ogni altra cosa che, con la solita e parecchio miope presunzione, crediamo siano solo nostre prerogative, di noi razza “dominante”. Capiremo che ogni animale possiede quelle doti, probabilmente in forme diverse dalle nostre – cosa che ce le rende difficili da comprendere, insieme a quella nostra superbia – ma con paragonabili valenze, capiremo che anche loro, in modi assai strutturati come i nostri, pensano, riflettono, meditano, almanaccano, decidono, discutono, amano, odiano, gioiscono, sperano, soffrono, si divertono eccetera, magari scopriremo pure facoltà intellettive e psichiche che nemmeno immaginiamo persino nelle creature che riteniamo più primitive e “banali” (tipo le seppie, appunto) o altre prerogative imprevedibili e incredibili. È solo una questione di tempo, di studio scientifico e di maggior sensibilità nei loro confronti ma, io credo, arriveremo a quella conoscenza compiuta.

Ma quando ci arriveremo, ora io mi chiedo, che faremo noi umani? Sapremo riequilibrare la nostra razza, il ruolo e la presenza nel mondo abitato rispetto a tutte le altre creature? Avremo la capacità di ammettere l’insussistenza della nostra presuntuosa superiorità dominante e di relazionarci con gli animali – tutti gli animali – in un modo finalmente e naturalmente armonioso?

Oppure, se mai conseguiremo quella conoscenza scientifica riguardo i nostri coabitanti, su questo pianeta, non sapremo fare nulla di tutto ciò, la ignoreremo per ottusità o per strafottenza e continueremo a crederci superiori, più intelligenti, più progrediti ergo ineluttabilmente dominanti? O, ancora peggio, ci sentiremo addirittura minacciati dagli animali, così “simili” se non superiori a noi, e diventeremo ancor più crudeli di quanto – per motivi opposti – già non siamo con essi?

Che faremo, insomma?

In tal caso, forse non solo ai posteri avremo da domandare l’ardua sentenza.

Ri-vedere, ri-sentire, ri-leggere

[…] Quanto tempo dedichiamo a riflettere su ciò che stiamo guardando? Ne abbiamo poco, è vero, qualcuno direbbe che ne avremo sempre meno: piuttosto che insistere sulla concentrazione, cediamo volentieri allo scroll e passiamo oltre. Se è vero che viviamo nella cosiddetta “civiltà delle immagini”, è altrettanto vero che alle immagini spesso riserviamo sguardi sbadati, occhiate veloci. E non lo facciamo solo con quelle che riteniamo banali o poco interessanti: usiamo lo stesso approccio anche con quelle “in cornice”.
Quale terapia, allora? Non possiamo offrire soluzioni definitive, di certo una delle strade da percorrere sarebbe quella di “tornare a vedere”, in senso letterale si intende, cioè di ri-vedere. Antonio Martino, in uno degli scritti raccolti da Pendragon in Disegno dal vero, avanzava una simile proposta per la lettura, anzi per il ri-leggere. “Si rilegge perché siamo stanchi dell’editoria delle classifiche e di un abbassamento della qualità. Questa è una buona ragione. […] Ma la ragione che sento più vicina mi dice che si rilegge perché guardiamo noi stessi, con il distacco e la saggezza necessaria che il tempo ha scolpito in noi, scoprendo il nuovo che siamo oggi. Leggiamo ora nello stesso libro, quello che eravamo”. Se in questa proposta sostituissimo la parola libro con immagine, troveremmo sicuramente alcuni consigli utili sulle ragioni di un necessario ritorno alla visione, di una re-visione. […]

È un brano tratto da un ottimo editoriale di Claudio Musso, intitolato Educazione al margine, tratto da “Artribune#52 (cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente), nel quale l’autore riflette sulla necessità di ri-attivare la nostra capacità più sensibile e consapevole di visione delle cose del mondo, che dovrebbe a suo modo ricordare l’abitudine di tornare a rileggere un capoverso o un passaggio d’un libro per poterlo capire al meglio. Vedere e rivedere, appunto, per cogliere e capire ciò che osserviamo.

Nel principio sono osservazioni che si ricollegano a quelle da me proposte solo qualche giorno fa, in questo articolo dedicato all’inopinato silenzio, o quasi, generato dalla sospensione delle attività per l’emergenza coronavirus. Ecco: provare a risintonizzare i nostri sensi, a “pulire” la ricezione dalle frequenze inutili e fastidiose per poter recepire meglio ciò che è veramente importante e utile. Un’altra cosa che ci può impegnare proficuamente, forse, in questo gravoso periodo emergenziale.

(Nella foto: Maurits Cornelis Escher al lavoro. Immagine tratta dall’articolo di “Artribune”.)

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.

Per un autentico diritto di voto

Ma poi, piuttosto di dibattere se sia il caso o meno di concedere il diritto di voto ai sedicenni, non sarebbe più logico, e più equo rispetto alla contemporaneità, introdurre un sistema di valutazione civica e culturale che giustifichi il prezioso e democraticamente fondamentale usufrutto del diritto di voto da parte di chiunque, a prescindere dall’età? In parole povere: se votare alle elezioni di uno stato democratico determina il presente e il futuro dello stato stesso nonché ne sancisce le sorti fortunate o nefaste al pari di tutta la comunità sociale che lo forma, è giusto che chiunque possa godere di un tale diritto, anche quando palesemente ignorante di rudimenti civici e culturali ovvero ostile ai principi democratici che stanno alla base della sua società e del suo ordinamento giuridico?

Insomma: è giusto che del diritto di voto (un tema del quale mi sono più volte occupato, qui sul blog) ne godano certi adulti terribilmente ignoranti e privi di senso civico, magari pure imbottiti di fake news assunte acriticamente dai social, e non ne godano dei sedicenni pur con tutta l’ingenuità dell’adolescenza ma, spesso, ben più consci del mondo che hanno intorno, più capaci di utilizzare le nuove tecnologie e di capire la realtà contemporanea nonché, e soprattutto, aventi davanti il futuro da vivere ben più delle generazioni precedenti?

Non ci vuole molto: un sistema di registrazione volontaria on line nelle liste elettorali, come già avviene in altri paesi, e qualche semplice ma indicativa domanda di cultura civica generale, che quanto meno – se non si conosca per essa la risposta – obblighi a una minima ricerca e a un processo di apprendimento della nozione richiesta. Tutto qui. Rispondi correttamente, così dimostrando di conoscere almeno un poco la democrazia del paese che ti chiama alle urne, e puoi votare; non rispondi correttamente, dimostrando al contrario di non possedere la più elementare cultura civica necessaria a dirsi a pieno titolo cittadini, non voti, e arrivederci alla prossima tornata elettorale.

Qualcuno forse ritiene che un tale sistema risulti sostanzialmente antidemocratico? E allora non è ugualmente antidemocratico, se non di più cioè maggiormente antitetico allo stesso concetto di “democrazia”, il voto di persone che vanno nella cabina elettorale come se andassero allo stadio (o in bagno, mi viene da dire!), votando di pancia (appunto) senza nemmeno sapere realmente cosa comporti il proprio voto ma ubbidendo meramente a comandi mediatici, a relativi slogan propagandistici e a falsità funzionalmente generate a fini di tornaconti elettorali a cui nulla interessa del bene del paese da governare? E non è forse vero che la democrazia, proprio in quanto tale, debba necessariamente formulare dei processi atti a garantire la propria salvaguardia e la difesa delle libertà da essa garantite, contro qualsiasi elemento che invece ne mini i principi fondamentali e la ponga in potenziale pericolo?

Ecco.

Come dite? In Italia l’elettorato verrebbe decimato? Be’, amen. Meglio pochi ma buoni e dotato di intelletto funzionante: in qualsiasi caso il futuro del paese ne trarrebbe un gran giovamento, qualsiasi risultato a favore di qualsivoglia partito o schieramento o idea politica possa scaturire dalle urne, statene certi.