Sul lago

[Foto di Daniele Levis Pelusi da Unsplash.]

A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell’alba, erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si stagliano sull’azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi montagne. La luce era più forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.

[Stendhal, La Certosa di Parma, 1839.]

 

Il mondo salverà il mondo #8

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#8: Anton Genberg, Eftermiddagsstämning – Åre, 1920~

Come scritture con l’inchiostro simpatico sul paesaggio

Gironzolare per i luoghi vicino casa anche solo per fare una rilassante passeggiata, ma senza mai abbandonare uno spirito curioso e mantenendo i sensi ben attivi, ti fa ribadire ogni volta la peculiare bellezza del paesaggio e ti può regalare piccole/grandi sorprese, anche quando di quei luoghi domestici pensi di sapere ormai tutto. D’altro canto i paesaggi sono libri aperti che narrano innumerevoli storie, scritte da chi li ha vissuti nel tempo su altrettante pagine: a volte sono “testi” ben leggibili, altre sono come messaggi scritti con un inchiostro simpatico per la cui lettura servono condizioni particolari. Così, ecco che nel bosco d’inverno, spoglio e privo di fogliame, torna visibile quello che a tutti gli effetti – visto il suo andamento rettilineo e il profilo regolare – sembra* essere stato un canale artificiale di scarico del legname che mai avevo notato prima, lungo il quale i tronchi abbattuti nella faggeta soprastante venivano fatti scivolare a valle grazie alla copertura del fondo del canale con lamiere o altre superfici lisce oppure semplicemente per gravità:
È la testimonianza, chissà ancora per quanto visibile, di un tempo nel quale la montagna era non solo luogo di vita ma pure forma indispensabile di sussistenza quotidiana: non un tempo necessariamente “migliore”, come molti oggi in preda alla “sindrome di Heidi” tendono a pensare, ma certamente nel quale la relazione tra uomini e montagne era diversa, ben più stretta e “vissuta”. Una relazione che per alcuni aspetti andrebbe considerata in modo assai meno folclorico, come sovente accade, e più antropologico nonché recuperata culturalmente, contestualizzandola, al presente e al futuro. Se ne fossimo capaci, e lo facessimo in modo strutturale, ne avremmo tutti da guadagnare: abitanti, residenti occasionali, turisti, ambiente naturale, animali, montagne, paesaggio.

È anche un “invito” a voi, questo mio post, per fare altrettanto nel vostro paesaggio di casa e non solo lì. Per gironzolare ovunque con constante curiosità, dacché ogni luogo, anche quello apparentemente più conosciuto, più frequentato, più “ovvio”, può certamente celare piccole o grandi scoperte, sia materiali che immateriali, capaci di narrare storie tanto belle quanto a volte dimenticate ma, forse, ancora importanti.

*: mi affido comunque a chiunque ne possa sapere di più al riguardo, anche se il mio segretario personale a forma di cane ha testato da par suo il canale – come si vede qui sopra – e ritiene che sia effettivamente quello che ho scritto.

Costruire bene in montagna (si può)

[Immagine tratta da caminada-architekten.ch.]

Nei cantoni Berna, Grigioni e Vallese ci sono tante stalle e fienili sparsi nel paesaggio montano. Ormai non li usa più nessuno: non accolgono né mucche né attrezzi del contadino. Cosa farne? Lasciare che la natura se ne impossessi, demolirli oppure trasformali in case di vacanza?
«Dipende dal tipo di stalla», dice l’architetto grigionese Gion A. Caminada, professore al Politecnico federale di Zurigo ed esperto in materia. La questione centrale a cui bisogna rispondere è la seguente: dove si trova la stalla? In un villaggio, in un prato o in un pascolo?
«Anch’io posseggo alcune stalle a Vrin. Mio padre era contadino», racconta Caminada. «Anche se non le usano più, gli abitanti del posto cercano di preservarle perché hanno una relazione con queste costruzioni». Nell’ambito della sua attività di architetto, Caminada ha ristrutturato stalle, ad esempio a Fürstenau dove ha trasformato una stalla nella pensione ‘Casa Caminada’.
L’architetto non ha alcun dubbio sul destino delle stalle nella natura: devono sparire se non vengono più usate dagli agricoltori. «I nostalgici sostengono che sono una caratteristica del paesaggio svizzero. Ma duecento o trecento anni fa non c’erano ancora. Il territorio era coperto da foreste». Il paesaggio intatto non esiste. È un’idea dell’essere umano. Chi converte i fienili in abitazioni non preserva un patrimonio culturale; lo distrugge. «La cultura è più di un’immagine».

Swissinfo” ha pubblicato qualche giorno fa un interessante articolo dal titolo Si può trasformare una stalla in una casa di vacanza? e il cui sottotitolo enuncia il tema, di grande importanza per i territori alpini (e non solo), che tratta: «Molte persone sognano di avere una casa in montagna. Le possibilità di acquistarne una sono poche e poi non è proprio alla portata di tutti. Nelle Alpi ci sono innumerevoli stalle e fienili vuoti e in disuso. E allora ci si chiede se sia meglio demolirli o ristrutturarli

[Uno scorcio del villaggio di Vrin, nel Canton Grigioni. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Dall’articolo, che potete leggere nella sua interezza qui, ho tratto e pubblico lì sopra i passaggi con gli interventi di Gion A. Caminada, architetto svizzero tra i più importanti e apprezzati nel campo della progettazione in aree montane. L’esperienza di Caminada risulta alquanto emblematica anche per come si sia manifestata, tra le altre cose, nella gestione del processo rigenerativo sociale, economico, urbanistico e di rimando culturale del villaggio svizzero di Vrin, in Val Lumnezia, dove Caminada è nato e del cui paesaggio antropico, dagli anni Ottanta-Novanta in poi, è diventato una sorta di nume tutelare, ripensando gli spazi pubblici e della vita sociale, ristrutturando abitazioni e edifici di lavoro, contribuendo a sostenere filiere economiche circolari basate in loco e ridefinendone l’estetica architettonico-urbanistica tra salvaguardia della tradizione e possibilità d’innovazione. Il tutto per attivare una rivitalizzazione dell’anima del luogo così da rigenerare conseguentemente la sua vitalità sociale, contrastando i fenomeni di spopolamento e abbandono delle attività lavorative locali ovvero creando opportunità concretamente valide per restare a vivere e lavorare nel piccolo villaggio, oltre a salvaguardare l’identità culturale del luogo dandole solide basi contemporanee che custodiscono il passato e sostengono il futuro.

[Immagine tratta da www.reddit.com.]
Qui potete trovare un approfondimento sul lavoro di Gion A. Caminada in generale e nello specifico nel territorio di Vrin, tratto dalla rivista internazionale di architettura e paesaggio “ArchAlp”. Nelle immagini qui presenti vedete invece alcuni dei progetti più significativi di Caminada in località delle Alpi.

[Immagine tratta da www.constructivealps.net.]
Un’esperienza assolutamente significativa, insomma, che può senza dubbio diventare un modello di intervento teorico e pratico, con gli ovvi e dovuti adattamenti ai vari contesti locali, per qualsiasi territorio alpino e montano, e per questo da tenere ben d’occhio.

Un viaggio artistico nel paesaggio della Valtellina

A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»

Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.

Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.