Uno dei più bei dipinti dell’Engadina (“senza” l’Engadina)

L’Engadina è uno dei luoghi più affascinanti delle Alpi e del mondo, inutile rimarcarlo, e nel tempo il fascino assoluto del suo paesaggio si è cercato di catturarlo in molti modi attraverso narrazioni letterarie e immagini di vario genere. Tamara de Lempicka – d’altro canto forse la più fascinosa artista della storia – in Saint Moritz (1929, esposta al Museo di Belle Arti di Orléans) ha saputo rendere il fascino engadinese senza in fondo raffigurarlo, ovvero condensandolo in una figura femminile – un autoritratto, peraltro – effigiata in un ambiente invernale dietro la quale si intravede una porzione di rocce innevate. Una figura la cui bellezza intrigante e un po’ malinconica è del tutto femminile e umana, ma che al contempo riesce a rappresentare perfettamente quella della montagna, che nell’opera sostanzialmente non si vede tuttavia l’osservatore s’immagina e della quale, per tutto questo, è come se percepisse il grande fascino – paesaggistico e non solo.

Saint Moritz è un piccolo e poco noto capolavoro di “arte alpina” senza esserlo, in effetti, ma assolutamente capace di raffigurare un immaginario di paesaggio nel modo più intenso e consono al luogo che ne è fonte e ispirazione.

Il futuro dello sci, in breve

Ci si ritrova spesso a discutere – tra addetti al settore, professionisti della montagna, studiosi di vario genere, appassionati – intorno al futuro del turismo dello sci, quello che per convenzione “istituzionalmente” stereotipata e mediaticamente imposta viene considerato “il” turismo della montagna invernale ovvero l’economia ineluttabile di essa, ma di contro che appare per vari motivi e sotto diversi punti di vista claudicante, se non già in stato comatoso. Poi, alle riflessioni che scaturiscono da tali dibattiti, di qualsiasi genere esse siano, a volte si aggiungono dati sui quali invece c’è ben poco da discutere. Come quelli indicati nella tabella sottostante, che ho trovato in questo articolo di “Swissinfo.ch” (cliccateci sopra per ingrandirla):

Ecco: nell’ottica del futuro dello sci su pista e rispetto alla realtà di fatto della montagna del presente e degli anni prossimi, ragionando grossolanamente ma fondatamente, posti tali dati possiamo considerare che il costo di produzione di un metro cubo di neve artificiale varia dai 2 Euro (clic) ai 5 Euro (clic); dunque le stazioni sciistiche italiane, che essendo sul versante Sud delle Alpi (pur con esposizioni locali apparentemente favorevoli) in genere stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici – non a caso devono produrre più neve artificiale, come la tabella dimostra – sono costrette a sostenere al riguardo spese quasi doppie rispetto alle località svizzere e quasi triple rispetto a quelle francesi. Oltre a tutto il resto, e  denotando che i costi suddetti sono riferiti al periodo precedente l’attuale che, come sappiamo tutti, sta registrando aumenti dei costi energetici mai riscontrati prima, con inevitabili ricadute sulle attività in questione e sui bilanci delle società di gestione, già da anni alquanto disastrati e puntellati da risorse pubbliche.

Dunque, la domanda (ri)sorge spontanea per l’ennesima volta: dove sta andando a finire lo sci su pista? O forse è ormai più corretto chiedere: come sta andando a finire?

Il mondo salverà il mondo #7

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#7: Konstantin Korovin, Inverno, notte di Luna piena, 1913

Altezza neve 80 cm, farinosa

Belli i bollettini della neve di una volta, vero? Tanto artigianali quanto affascinanti. E chi ne voleva sapere di più e magari salire in funivia per farsi una sciata, poteva chiamare un numero telefonico assolutamente semplice da ricordare, vista la sua brevità!

Per giunta fa specie che a Valcava, una delle prime località sciistiche italiane posta sulla dorsale montuosa dell’Albenza, prospiciente la pianura bergamasca e brianzola a pochi km dall’hinterland di Milano, l’11 di aprile del 1938 vi fossero ancora ben 80 cm di neve farinosa, quando negli ultimi anni, e nell’“inverno” in corso particolarmente, di neve i bellissimi prati di Valcava ne vedono ben poca e assai di rado.

Di Valcava abbiamo scritto – io e i miei colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles – anche nella guida Dol dei Tre Signori, essendo la località posta propria lungo la Dorsale Orobica Lecchese nel tratto che divide la Valle Imagna dalla Val San Martino (ovvero il territorio percorso dalla seconda tappa del trekking che raccontiamo nella guida). Altre volte ho invece scritto della storia della funivia di Valcava, un autentico gioiello ingegneristico novecentesco quasi del tutto scomparso: ad esempio nel testo che vi propongo di seguito, con il corredo di alcune immagini tratte dalla pagina Facebook della Pro Loco Valcava.

Solo il relitto di alcuni piloni di sostegno che spuntano dal bosco e la stazione a monte (ora casa privata) che conserva una delle cabine ricordano oggi a chi sale verso Valcava che un tempo la località sull’Albenza era unita a Torre De’ Busi da quella che fu la prima funivia costruita in Lombardia e seconda in tutta Italia, vero e proprio gioiello ingegneristico le cui cabine superavano in undici minuti un dislivello di 800 metri su un percorso lungo 2680 metri.
Concepita nel 1925 da un’idea dell’architetto Alessandro Comolli, la funivia fu progettata dall’ingegnere sudtirolese Luis Zuegg, uno dei maggiori esperti nel settore, e inaugurata il 28 ottobre 1928 alla presenza del celebre aviatore Antonio Locatelli. Da subito l’impianto svolse un ruolo determinante per la vita della frazione, trasportando non solo persone ma anche materiali e generi alimentari: con la gestione affidata alla Società Anonima Funivie Lombarde, la funivia svolse regolarmente il servizio per molti anni, contribuendo a fare di Valcava una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche della Lombardia, dotata persino nel 1936 di un trampolino per il salto con gli sci e successivamente di una manovia e uno skilift che giungeva sulla sommità del Prato della Costa, a 1400 m di quota.
Dagli anni ’50, a fronte del progressivo deterioramento degli impianti e delle funi, l’esercizio della funivia divenne sempre meno remunerativo. Seguì un periodo costellato da intralci di varia natura, tecnici, economici, burocratici ed amministrativi, che provocarono frequenti sospensioni del servizio fino al fallimento, nel 1973, della Società Anonima Funivie Lombarde. L’impianto, con nuova gestione, ripartì e continuò il suo funzionamento fino al 10 marzo 1977, data in cui fu deciso di cessarne definitivamente l’esercizio in quanto la continua usura del materiale lo aveva reso troppo pericoloso nonché oltremodo oneroso da mettere a norma. Infine, il 13 luglio 1978 il Comune di Torre De’ Busi decise di procedere al suo smantellamento, concludendone mestamente la pur gloriosa storia e, parimenti, quella dello sci sui pendii di Valcava.

Sentire lo spazio

[La conca aquilana, alla quale si riferisce Piovene, nei dintorni di Rocca Calascio. Foto di Federico Di Dio photography da Unsplash.]

Dovunque si sente lo spazio. Lo sguardo, appena trova un varco, subito va lontano, con l’immediatezza di un corpo sommerso che viene a galla, fino al Gran Sasso ed al Sirente dominanti la vasta vallata.

[Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldini & Castoldi, 2013, pagg.557-558; 1a ed. Mondadori, 1957.]