Per evitare opere pubbliche dannose (sui monti e non solo)

[Il versante bergamasco del Resegone, visto dalla Val Taleggio. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
In calce al post su Facebook con il quale ho pubblicato sul social il mio articolo di qualche giorno fa sulla progettazione di una strada asfaltata alle pendici del Resegone, in una zona montana di grandissimo pregio paesaggistico e assai poco antropizzata, nonché sulla relativa petizione co la quale si stanno raccogliendo firme e pareri contrari, l’amico e collega di penna Ruggero Meles mi ha lasciato un breve ma interessante commento:

Mi piacerebbe assai che oltre che firmare la petizione nascesse la possibilità di un confronto pubblico tra chi vuole asfaltare questa strada e chi no. Un confronto serio e pacato, ma anche capace di far emergere le vere e profonde motivazioni dei contendenti.

In effetti Meles mette in luce uno degli aspetti fondamentali di una situazione del genere, e tale perché posto, teoricamente, a monte di essa: il dibattito pubblico e il confronto equilibrato tra le parti – favorevoli, contrari, amministratori pubblici, portatori di interesse – in occasione di progetti che poco o tanto risultano particolarmente impattati sui luoghi e sui paesaggi dove si vorrebbero realizzare, in special modo se tali luoghi risultino ancora poco antropizzati e ove le opere da realizzare possano sviluppare funzionalità ulteriori rispetto a quelle meramente progettuali, dovrebbero rappresentare per regola uno degli elementi fondanti e costitutivi del progetto stesso, insieme a ogni altra pratica propedeutica all’avviarsi della teoria progettuale – e ben prima della pratica in loco. Purtroppo, molto spesso bisogna invece prendere atto del modus operandi di enti amministrativi e pubblici che presentano alla cittadinanza – quando lo fanno, che non è cosa automatica – proposte e progetti già bell’e pronti per diventare cantieri operativi, con spazi di manovra per interventi di interesse pubblico e collettivo ovvero di variazione delle opere assai ristretti quando non nulli. Ciò non significa poi che tali opere non possano essere fermate, tuttavia capite bene che tali situazioni portano quasi sempre a un inesorabile muro-contro-muro tra favorevoli e contrari e tra parti politiche interne all’amministrazione territoriale, generando uno scontro inevitabilmente estremizzato nelle prese di posizione proprio perché privo di qualsiasi dialogo precedente, in condizioni e momenti che sarebbero ben favorevoli al riguardo dacché ancora lontani da qualsiasi belligeranza, e che si rivela quasi mai costruttivo. Per giunta potrebbe pure capitare che certi progetti siano mal pensati e mal proposti ma per certi versi risultino plausibili, ma lo scontro tra le parti avverse lascia poco spazio alla diplomazia e al compromesso sicché anche la potenziale buona idea finisce per insozzarsi nel gran polverone sollevato.

Di certo, quel modus operandi piuttosto ordinario della politica è anche segno (senza fare di tutta l’erba un fascio) di una frequente e eccessiva autoreferenzialità della stessa, che si rivendica competenze e capacità invero opinabili, e di una sorta di frenesia nel “fare cose” ideate attraverso una visione temporale prettamente elettorale ovvero legata al dover spendere alla svelta i soldi di finanziamenti pubblici e fonti affini la cui burocrazia, lo posso dire per esperienza diretta, comprime i tempi progettuali entro limiti sovente assurdi, nei quali è necessario concepire qualcosa subitamente e senza troppe finezze pur di rispettare le condizioni e le scadenze imposte, anche ove i progetti proposti presentino un impatto potenziale materiale e immateriale ingente sul luogo prescelto. Tutto ciò, poi, senza contare diversi altri fattori a volte presenti nell’attività politica a livello locale (e non solo lì, certamente) ben più bassi e meschini ma dei quali qui non voglio fare cenno per non peccare di malignità. Fatto sta che spesso l’impressione derivante è che la politica rifugga il confronto pubblico e, quando debba sostenere, ne sia parecchio infastidita, temendo da una parte che i cittadini non comprendano (e dunque non assecondino) le sue ragioni e dall’altro che la propria autonomia d’azione possa in qualche modo venir limitata e decurtata di meriti che, inesorabilmente, diventano medaglie elettorali da appuntarsi al petto (lo dico senza alcuna malevolenza: ben venga il politico che si vanti di cose “sue” belle e fatte bene!), in una rivendicazione di posizioni acquisite non sempre equilibrata e giustificata.

Ora, non dico che si debba arrivare al livello di democrazia diretta esistente in Svizzera – temo che a Sud delle Alpi non ci sia un’adeguata preparazione culturale diffusa, al riguardo – ma senza dubbio sarebbe buona cosa se l’osservazione di Ruggero Meles diventasse il nuovo e logico modus operandi in ogni opera pubblica (salvo il mettere tombini e poco altro di altrettanto elementare) che vada a modificare il territorio abitato e il paesaggio vissuto, magari normandola in modalità che ne garantiscano tanto la pluralità di voci e opinioni quanto la concretezza costruttiva. Forse ciò porterà alla realizzazione di opere migliori, più belle e condivise, forse no, ma io credo che probabilmente genererà una crescita importante di attenzione, sensibilità civica e consapevolezza politica sia tra i cittadini che tra gli amministratori pubblici. E di ciò chiunque non potrà che trarne un gran vantaggio.

 

Nove città alpine impegnate per il clima

[Panorama di Briga-Glis. Foto di Daniel Reust, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
A proposito di clima, in senso generale ma con particolare attenzione alla regione alpina, lo scorso anno è stato avviato da parte della Convenzione delle Alpi il progetto Climate Action in Alpine Towns che nel corso del 2022 impegnerà nove città alpine a realizzare interventi per il clima in termini di pianificazione territoriale e partecipazione dei cittadini – cosa quanto mai importante e necessaria in tali contesti, anche come forma di sensibilizzazione attiva verso la politica amministrativa che troppo spesso risulta assente – si veda il post che ho pubblicato qualche giorno fa, per dire. Il progetto sarà realizzato nel quadro della Presidenza svizzera della Convenzione delle Alpi e dell’Agenda territoriale 2030 nell’arco dei prossimi due anni; in esso verrà pure elaborato un rapporto scientifico sulla situazione di queste città alpine e le relative ripercussioni territoriali in tema di clima e aspetti correlati con il proposito di integrare alcuni dei risultati del rapporto con misure concrete.

La percezione diffusa delle Alpi è spesso rurale e non urbana. Tuttavia, circa un terzo degli abitanti vive in città alpine densamente popolate con peculiarità specifiche e altrettanto specifiche criticità ecologiche e ambientali. Come si può sviluppare un’azione climatica a bassa soglia nella pianificazione territoriale? Come coinvolgere maggiormente la società civile in questi processi di pianificazione? In che modo la partecipazione modifica la consapevolezza di queste persone e quindi anche la qualità della vita? Queste e altre domande costituiscono il fulcro del progetto; trovarvi risposte valide (e sempre più necessarie, d’altronde) ne rappresentano lo scopo principale.

Le nove città partecipanti al progetto sono Annecy e Chambéry in Francia, Briga-Glis in Svizzera, Belluno e Trento in Italia, Sonthofen in Germania, Villach in Austria, Idrija e Tolmino in Slovenia.

Potete saperne di più su Climate Action in Alpine Towns visitando il sito del progetto, qui.

Il mondo salverà il mondo #6

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#6: Edward Munch, Utsikt fra Fossveien, 1880

Un luogo come nessun altro al mondo

Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.

[Friedrich Nietzsche, lettera a Carl von Gersdorff, 1883. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]

Montagne-orologio

[Foto di Eric Terrade da Unsplash.]
Un tempo delle vette ai montanari non interessava nulla: erano posti brulli, sterili e inutili alla sussistenza quotidiana, privi d’alcuna valenza estetica, vi regnava il clima peggiore possibile, erano sovente coperte di neve e ghiacci e a salirci si rischiava pure la vita. Non stupisce che venissero considerate la dimora di divinità soprannaturali quando non di demoni, mostri spaventosi e altre creature arcane: tutto il contrario dell’epoca odierna, nella quale sulle vette “dimorano” impianti funiviari e sciistici, rifugi d’ogni sorta e alpinisti a frotte!

Tuttavia, nonostante la timorosa circospezione appena citata, a certe vette particolarmente prominenti anche i montanari d’un tempo trovarono una funzione utilitaristica: quella di orologi naturali i quali, grazie al transito del Sole sulla verticale della sommità, generalmente indicavano l’ora principale della giornata diurna, il mezzogiorno. La metà della giornata, la fine del mattino e l’inizio del pomeriggio, il momento del pranzo e la suddivisione di molte delle attività quotidiane. Per tale motivo quasi ovunque vi siano montagne di una certa prominenza morfologica e altitudinale, ci sono sommità nel cui toponimo c’è il riferimento al mezzogiorno: ad esempio nella foto in testa al post vedete i Dents du Midi (“Denti di Mezzogiorno”) nel Vallese, ma penso anche al Pizzo Meriggio nelle Orobie Valtellinesi, sopra Sondrio, al Sas de Mesdì nel gruppo del Sella, tra Trentino e Alto Adige, al Bric di Mezzogiorno sopra la Val Troncea, vicino Sestriere, ai tanti Mittaghorn (“Corno di Mezzogiorno”) sparsi per le regioni alpine di lingua tedesca…

D’altro canto, posta la suddetta circospezione, anche questa semplice funzione di misurazione del tempo ha rappresentato una forma minima ma importante di relazione antropologica con il territorio e il suo paesaggio, un atto di identificazione di matrice culturale con il monte che certamente non “serviva” materialmente alla vita del montanaro ma la cui presenza non poteva essere ignorata e, sotto molti aspetti, contribuiva a dare forma e anima al piccolo-grande mondo nel quale quella vita si svolgeva quotidianamente, rappresentandone inevitabilmente un marcatore referenziale non solo geografico. Un strumento elementare di misurazione del tempo che dava forma e identità allo spazio vissuto, insomma, ma pure a chiunque lo vivesse, identificandone la dimensione della quotidianità e generando un relativo processo di appropriamento geografico e antropologico del luogo.

Posto ciò, vi sono anche dalle vostre parti dei “monti-orologio”? Se sì, sarei alquanto curioso di saperne qualcosa e dunque vi prego di darmene notizia!

P.S.: per la cronaca, tra tanti monti di mezzogiorno esiste anche un “monte della mezzanotte”: il Mount Midnight, che guarda caso si trova in Antartide dove credo che nessun montanaro mai si sia interessato di che ora della notte fosse!