La “Montagna Sacra”, un tabù per allargare lo sguardo (e la mente)

Sul numero 4 di “Q CODE”, «trimestrale di geopoetica», è uscito un bell’articolo dedicato al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” – meglio conosciuto come «La Montagna Sacra» -, firmato da Marzia Bona con gli interventi sul tema di Toni Farina e Duccio Canestrini, tra i promotori del progetto. È un testo succinto ma già in grado di fornire qualche buon dettaglio sull’iniziativa a chi ancora non la conosca; lo potete leggere in pdf cliccando sull’immagine in testa al post.

Nel frattempo il comitato promotore del progetto, del quale ho la fortuna di fare parte, sta lavorando alle nuove iniziative che a breve torneranno a elaborare concretamente, con alcuni eventi dedicati proprio ai piedi del Monveso di Forzo, l‘idea alla base della “Montagna Sacra”, forte dei continui apprezzamenti, spesso prestigiosi che sta raccogliendo e nel rispetto di chi ancora lo critica, forse – mia mera opinione – fermandosi troppo al contenitore del progetto e non approfondendo l’analisi del contenuto. Ma va bene così, ove il dibattito intorno ai temi del senso del limite e dell’invadenza umana in montagna sia franco e costruttivo: è uno degli obiettivi principali del progetto, questo (e no, non è il non voler proibire agli alpinisti di salire sulla vetta del Monveso di Forzo, come ancora qualcuno insiste nel sostenere), insieme alla proposta di uno sviluppo turistico-culturale della Valle Soana innovativo, sostenibile, consapevole, benefico per l’intero territorio e per i suoi abitanti.

Il Monte San Primo e la “maggioranza turistica”

Sono più di duemilacento le firme ormai raccolte dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” a difesa della maggiore elevazione del Triangolo Lariano e del suo territorio dagli insensati progetti di “sviluppo turistico” presentati dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, nella cui giurisdizione rientra il versante settentrionale della montagna interessato dal progetto (qui potete leggere uno degli articoli che ne dà notizia). Il quale, è sempre bene rimarcare, vorrebbe riportare lo sci ovvero impianti, piste e innevamento artificiale, a circa 1100 metri di quota, il tutto finanziato da soldi pubblici: una proposta che già da sola dimostra l’insensatezza delle azioni prospettate.

Il grande successo dell’iniziativa di raccolta delle firme è evidente: sono tantissime considerando che si tratta di firme reali, raccolte personalmente su moduli cartacei dalle associazioni che compongono il Coordinamento e non tramite una petizione on line la quale avrebbe conseguito numeri sicuramente ben più alti: ma la scelta di agire in tal modo è stata elaborata proprio per dare maggiore forza “politica” alle firme nonché per radicarle al territorio, facendone una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto turistico presentato.

Su tali basi concrete, che già raccontano molto, voglio proporre una riflessione sicuramente empirica nella forma (o forse non così tanto) ma significativa nella sostanza, che nasce da certe repliche spesso formulate contro iniziative del genere al fine di sminuirne la portata: «Sono poca roba!», «Una minoranza!» eccetera – perché ovviamente i sostenitori dei suddetti progetti danno per scontato (a se stessi, in pratica) che siano ciò che la “maggioranza” vuole e chiede loro: un atteggiamento frequente soprattutto in presenza di progetti particolarmente arbitrari e ingiustificabili che per ciò abbisognano di simili sostegni, non potendone formulare altri più solidi. Bene, proprio a tal proposito: 2.100 e più firme singole, dunque duemilacento persone, rappresentano quasi un numero triplo rispetto a quanti fruitori potrebbero attrarre le infrastrutture sciistiche che si vorrebbero installare sul San Primo. Si prendano a paragone i numeri conseguiti dalle similari infrastrutture dei Piani di Artavaggio, indicati di recente dallo stesso Sindaco del comune valsassinese (e che qui prendo formalmente per validi, anche se sarebbero da verificare con maggior precisione): 5/600 persone al giorno nei weekend invernali “normali” al netto di chi salga sui Piani non per sciare, e circa 9/1.000 in quelli tra Natale e Capodanno, periodo di maggior affluenza stagionale. Posto che le ipotetiche piste del Monte San Primo farebbero risultati inevitabilmente inferiori per numerosi motivi contingenti e per maggiori variabili ivi presenti, a partire da quelle climatiche (basti rimarcare i 1100 m di quota contro i 1600 di Artavaggio), e considerando che buona parte di chi ha firmato la petizione a difesa del Monte San Primo è composta da frequentatori piuttosto abituali della zona, si può facilmente concludere che la maggioranza, sul San Primo, è quella dei frequentatori non sciistici, di chi ha consapevolmente firmato la petizione, coloro i quali chiedono che il Monte non venga degradato da opere non solo insensate e impattanti, ma pure destinate a una fetta di frequentatori minoritaria per la quale si vorrebbero invece spendere la maggior parte dei finanziamenti in gioco per il progetto che sono – ripeto – pubblici ergo di tutti.

Ecco anche perché il progetto della Comunità Montana e del Comune di Bellagio appare così insensato: perché oltre alle criticità climatiche, ambientali, ecologiche, economiche e culturali palesa l’incapacità delle istituzioni che lo sostengono di capire dove sia il vero e proficuo sviluppo turistico del San Primo, di comprendere come a tale riguardo vi sia già un pubblico potenziale, abbondante e maggioritario, di frequentatori della montagna la cui presenza va sostenuta e non avversata con iniziative che con tutta probabilità lo allontanerebbero in cerca di altre località meno turisticamente degradate e dunque vivibili con maggior godimento. Come si fa a non capire tali palesi evidenze? Come ci si può dire buoni amministratori del proprio territorio se non si vuole considerare queste circostanze, se le si vuole ignorare solo per inseguire i propri obiettivi sostanzialmente imposti al territorio senza considerare tutte le altre possibilità?

Forse è anche per tali motivi che, come segnala il Coordinamento, a fronte dei ripetuti inviti a un confronto, le istituzioni a capo del progetto contestato continuano a non dare risposte e, in pratica, a fuggire. O, forse, sono i loro stessi rappresentanti i primi a rendersi conto dell’insensatezza del progetto ma per proprie ragioni non possono e vogliono fare marcia indietro, assumendosi così la responsabilità di sprecare, probabilmente, una gran quantità di soldi pubblici e al contempo deteriorando il territorio che rappresentano e del quale, magari, si dicono “tutori”.

Be’, non resta che augurarci che alla fine l’unica maggioranza a vincere sul San Primo sia quella del buon senso: sarebbe una vittoria autentica, preziosa e di tutti.

P.S.: qui trovate una rassegna dei numerosi articoli che nel corso dell’ultimo anno ho dedicato al “caso” del Monte San Primo.

C’era una volta Sankt Moritz

Sulla pagina Facebook del meraviglioso scrigno di tesori documentali e visivi che è l’Archivio Culturale dell’Alta Engadina (Kulturarchiv Oberengadin/Archiv culturel d’Engiadin’Ota), vera e propria macchina del tempo che permette di viaggiare nella cronistoria di uno dei territori fondamentali delle Alpi (e del quale vi avevo già scritto qui con similari toni enfatici, ma non riesco a trattenermi!), è stata pubblicata una nuova serie di eccezionali foto storiche del villaggio di Sankt Moritz, della quale lì sopra vi offro un minimo assaggio (cliccate sulle immagini per ingrandirle); la potete gustare integralmente qui.

Nel commento alle immagini sono indicate come risalenti ai primi del Novecento; io credo che si possano datare tra il 1910 e il 1920, per come in alcune si veda la stazione ferroviaria di Sankt Moritz già dotata di elettrificazione, che sia sulla linea per Thusis che su quella per Tirano fu completata in quegli anni, oppure, in un’altra immagine, l’Hotel s-Chantarella con la sua funicolare, inaugurata nel 1912. Mostrano un villaggio turisticamente già piuttosto infrastrutturato, con alcuni dei suoi attuali grandi alberghi, vie con illuminazione pubblica e tranvia elettrica, campi da tennis e molte ville signorili, ma non ancora troppo urbanizzato al punto da rendere evanescente la sua origine rurale e povera, come nella Sankt Moritz odierna certamente fascinosa ma eccessivamente cementificata. In ogni caso già una bella evoluzione per l’abitato engadinese, considerando i tempi, le possibilità tecnologiche dell’epoca e che il vero e proprio turismo in loco nasce “solo” 50 anni prima, suppergiù: dal 1858 l’Hôtel Engadiner Kulm di Johannes Badrutt diventa uno degli alberghi più rinomati delle Alpi – al quale peraltro molti riconoscono anche l’“invenzione” del turismo invernale; oggi il Badrutt’s Palace è tra gli hotel di montagna più lussuosi al mondo ed è ben riconoscibile nelle foto del Kulturarchiv Oberengadin, pressoché immutato nel secolo trascorso da allora.

Mi auguro che queste immagini vi suscitino la curiosità e l’interesse di esplorare l’eccezionale patrimonio documentale custodito dall’Archivio Culturale dell’Alta Engadina nel quale, statene sicuri, c’è veramente da sbizzarrirsi e ancor più da emozionarsi ma dove si possono anche trovare alcune chiavi di lettura estremamente significative per comprendere meglio l’evoluzione antropica, in senso turistico e non solo, del territorio alto-engadinese e dei tanti altri similari sparsi sulle Alpi. Da visitare assolutamente.

Chi sono gli egoisti, in montagna?

Puntualmente, criticando la progressiva tendenza ad addomesticare le montagne con nuove e impattanti infrastrutture, si viene accusati di promuovere una montagna elitaria.
Niente di più scorretto.
Il rimprovero viene quasi sempre accompagnato da una formula retorica che puzza di slogan: “Non tutti hanno l’esperienza o le possibilità di giungere in vetta e di poter ammirare certi paesaggi”.
Attraverso questo ragionamento si giustifica acriticamente ogni iniziativa.
Tuttavia, uno dei migliori insegnamenti offerti dalla montagna è il “senso del limite”: un principio etico molto importante per muoversi nel territorio con rispetto ed equilibrio.
Acquisire la consapevolezza di non avere delle capacità universali, in un presente culturale propenso ad abbattere indiscriminatamente qualsiasi tipologia di ostacolo (spesso con pesanti ritorsioni ambientali), penso sia un grande valore.
Bisognerebbe imparare a essere coscienti delle proprie possibilità ed eventualmente, se il sentimento nei confronti di un determinato ambiente è davvero sincero, saper rinunciare all’ascesa. Guardare la terra, per una volta, dal basso verso l’alto, può infondere la consapevolezza che, anche a quote inferiori, si riesce a godere di paesaggi gradevolissimi e che, più in generale, si può dialogare con l’ambiente senza necessariamente sopraffarlo.
In questo momento, ad esempio, non avrei la preparazione fisica per scalare il Cervino, oppure per affrontare gli itinerari più severi delle Dolomiti, ma non sono giustificato a pretendere la costruzione di una qualsivoglia seggiovia per riuscire a godere della prospettiva aerea offerta dalla vetta.
Inoltre la bellezza di molti panorami è amplificata dall’esperienza. Se essa viene puntualmente ridotta, il mondo apparirà sempre più scialbo e il nostro vivere più incompleto e inappagato. Conseguenza diretta è l’intramontabile sentimento di delusione che contraddistingue la nostra società.
Rigiro dunque la frittata: è più elitario (o egoista) chi, con uno sguardo rivolto verso le generazioni future, promuove un rapporto dialogico ed equilibrato tra l’uomo e i territori alpini, oppure chi impone a tutti la realizzazione di invadenti opere infrastrutturali per appagare (momentaneamente) le proprie velleità?

Questo che avete letto è il post di Pietro Lacasella pubblicato lo scorso 24 aprile su “Alto-Rilievo / Voci di Montagna”. Riflessioni ineccepibili, che mettono bene in luce la deviante contraddizione alla base di tali questioni e come, per superarla al fine di perseguire la miglior cura possibile per le nostre montagne, sia necessario mantenere ben saldi certi punti fermi che sono essi stessi “montagna” nell’accezione culturale più piena e compiuta. Il senso del limite è uno di essi: trascurarlo, ignorarlo, dimenticarlo quando non avversarlo, come di frequente fa chi usa la montagna per ottenere i propri meri tornaconti senza curarsi di null’altro, non permette alcuna concertazione al riguardo ma ammette solo la più ferma e radicale opposizione verso le iniziative di quella sorta. Non si può fare altrimenti, per le montagne è una questione di vita o di morte. Nel senso: le vogliamo vive della loro impareggiabile essenza, e noi con esse, o le vogliamo morte soffocate da ipocrisie, dissennatezze, egoismi e cementificazioni da periferia metropolitana?

(Anche l’immagine in testa a questo articolo è tratta dal post di Pietro Lacasella citato.)

Notte da Gufi sul Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza di notte, un’isola di naturale oscurità nel mezzo delle luci lecchesi e brianzole. Foto di Lino Rizzetto, tratta dalla pagina Facebook dell’Associazione Monte di Brianza.]
La conoscenza del territorio con il quale si interagisce, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, è un principio che ritengo ineludibile del nostro stare al mondo, e indispensabile per intessere quella relazione culturale con il paesaggio che al mondo ci fa stare e sentire bene – d’un ben-essere reciproco sia per noi che per il mondo stesso.

Posto ciò non posso che applaudire lungamente all’Associazione Monte di Brianza che continua nella sua preziosa opera di scoperta, esplorazione e conoscenza dell’omonimo piccolo/grande gruppo montuoso la cui modesta altitudine, come ho già scritto altre volte, è un dato inversamente proporzionale al grande fascino che sa offrire a chi vada lungo i suoi sentieri, scoprendo innumerevoli angoli di sorprendente bellezza nonché, in tal caso, chi li abita da secoli insieme agli umani e probabilmente molto di prima di loro.

Anche quando il buio notturno sembra celare il paesaggio, come capiterà con la Notte da Gufi di domani sera, 29 aprile, per i fortunati che vi parteciperanno (mi pare che al momento le iscrizioni siano chiuse per esaurimento posti, ma potete scrivere e chiedere maggiori dettagli al riguardo all’Associazione): peraltro, un modo di passare una serata veramente diversa dal solito e, anche per questo, assolutamente intrigante. D’altro canto, esiste un “locale notturno” più affascinante e meglio frequentato di un bosco di montagna? (La domanda è retorica, ovvio!)

«Chapeau!» insomma all’Associazione Monte di Brianza, un modello di attivismo culturale assolutamente da seguire e imitare.