«Essere»

[Foto di Ali Gooya su Unsplash.]
Tutti quanti, noi, siamo esseri umani. Lo so, ho affermato qualcosa di totalmente ovvio; ma, al di là dell’evidente ovvietà di questa affermazione, almeno dal punto di vista biologico, mi interessa mettere in evidenza qualcosa di altrettanto ovvio e parimenti trascurato quando non ignorato, ancorché d’importanza sostanziale, decisiva. Soprattutto per quanto riguarda la nostra relazione con il mondo che viviamo e che, nel bene e nel male, facciamo giorno per giorno “inventandone” continuamente il paesaggio..

Ogni creatura vivente, ma in particolare l’uomo, la si definisce essere. Un termine che indica e compendia, nelle due sue accezioni principali, lo stato di vita attivo: “essere” come entità vivente, dunque essenza, ed “essere” come esistenza e presenza, in senso astratto e, soprattutto, in relazione ad un dato spazio. La creatura vivente “uomo”, definendosi pienamente vivo, è un “essere” in entrambe le suddette accezioni del termine. L’una giustifica l’altra, in buona sostanza: io sono in quanto essenza vivente, e io sono in quanto esistente e presente nel mondo in cui tutti viviamo. Dunque quando dichiaro ciò, “io sono”, in pratica sto affermando allo stesso tempo la coscienza del mio stato di vita biologico e spirituale e la mia presenza in uno spazio, nel quale mi muovo interattivamente con cognizione di causa. Il caro vecchio descartiano cogito ergo sum, in pratica: la autoconsapevolezza dell’uomo in qualità di creatura pensante è parimenti la consapevolezza della sua esistenza al mondo.

Tuttavia non è certo mia intenzione, qui e ora, costruire disquisizioni fin troppo filosofeggianti. Nella vita mi occupo di paesaggi e parole, semmai, e guarda caso proprio esse, o meglio la loro origine, mi aiuta in ogni caso a supportare e confermare quanto ho appena affermato in relazione alla nostra presenza nei paesaggi che viviamo. Prendiamo infatti l’etimologia di “esistere”: viene dall’unione dei vocaboli latini “ex” e “sìstere”, con questo secondo che a sua volta deriva da “stàre”, col significato di stare saldo, essere stabile. “Esistere” vale “essere” – da cui si deriva “essenza” – che guarda caso, nella forma verbale, forma i suoi tempi composti col participio passato del verbo “stare” – “io sono stato laggiù”, ad esempio. Continuando su questa via etimologica, scopriamo che “stare” deriva dalla radice indoeuropea originaria “stal”, “stalk” che significa porre: da qui viene anche il tedesco “stal”, dimorare – “stalla”, infatti, un tempo significava dimora ma anche stazione (spazio in cui si sta). Per metatesi, poi, “stal/stalk” è divenuto “stlak”, vocabolo che è all’origine del termine antico “st-locus” il quale nella forma latina ha perso la prima parte, diventando semplicemente “locus”: luogo.

A questo punto diventa chiaro, credo, quanto sia forte il legame – in primis etimologico ma subito dopo, a cascata, in ogni altro senso – tra “essere” in quanto essenza, “essere” in quanto esistenza e, di conseguenza, quest’accezione in rapporto a un dato spazio, ovvero allo stare (essere/esistere) in un luogo. Questo è un altro passaggio fondamentale: io sono in correlazione a uno spazio determinato, che giustifica il mio “essere”. In ciò si genera la realtà antropologica dell’essere umano, il quale è nel rapporto con lo spazio – nonché per certi versi col tempo – che legittima la propria esistenza al mondo e nel mondo. Nello spazio mi muovo, vi interagisco, mi ci rifletto e riferisco. In esso cerco di fissare dei marcatori referenziali – personali o condivisi non importa, ora – che identificano lo spazio ma, soprattutto, vi identificano la mia presenza, vi conferiscono valore e dunque, allo stesso modo, danno valore alla mia essenza – a me stesso, in pratica. D’altro canto tutti noi abbiamo bisogno di riconoscerci nello spazio per non sentirci smarriti: una condizione che inevitabilmente si riflette nel nostro animo, arrivando nel caso a confondere e disorientare la stessa percezione di noi stessi – dunque l’esistenza tanto quanto l’essenza. È una necessità comune a buona parte delle creature viventi: non è solo una rivendicazione di presenza e di appartenenza (reciproca) nei confronti della spazio (questa semmai viene più avanti), in primis è una naturale, spontanea, elementare e comunque vitale necessità di orientamento, il che conferisce non solo un valore al nostro essere nello spazio ma pure un senso, materiale e immateriale. Di rimando, il trovare un senso al nostro essere nello spazio conferisce un corrispondente senso allo spazio stesso: è nuovamente la dualità essenza/esistenza, non ci si scappa da essa.

Dunque, per riassumere: il nostro “essere” si correla e rapporta ad un dato spazio nel quale ci riconosciamo, e per la cui riconoscibilità abbiamo bisogno di marcare con il segno della nostra presenza: un segno che ci certifica presenti in quello spazio così come la nostra essenza consapevole. È qualcosa che l’uomo ha messo in atto fin dalla notte dei tempi e che fin da allora – ribadisco – si è rivelata questione del tutto sostanziale eppure, malauguratamente, poco pensata, poco affrontata, spesso resa in modo superficiale e di frequente travisata – ad esempio deviandola di forza verso prese di posizioni ideologiche reazionarie – salvo che per l’opera di rari pensatori novecenteschi, tra cui Heidegger e Foucault: il primo con Costruire, abitare, pensare, nel quale la relazione tra uomo e spazio è sviluppata soprattutto nell’accezione stanziale, il secondo con vari scritti poi raccolti principalmente nel volume Spazi altri. I luoghi delle eterotopie. Ma, appunto, al netto di elucubrazioni filosofiche più o meno pesanti, essere consapevoli nel nostro vivere il mondo che noi siamo quando stiamo (nel mondo) e viceversa – cioè stiamo, siamo presenti, contiamo qualcosa e manifestiamo un valore umano quando siamo consci di ciò che realmente siamo – è il principio fondamentale alla base della nostra relazione con il mondo che viviamo, inteso sia come lo spazio abituale quotidiano e sia come quello occasionale in cui sostiamo e transitiamo (la meta di un viaggio, ad esempio). Senza quella consapevolezza, compiutamente assimilata, non vi può essere una buona e virtuosa relazione con il mondo, e ciò finirà per ripercuotersi inevitabilmente sul mondo stesso, sulla sua bellezza, sulla qualità dei suoi paesaggi, sulla vivibilità dei suoi spazi – e purtroppo di situazioni del genere nel nostro mondo se ne vedono parecchie, ne converrete.

Eppure, è qualcosa di così elementare da capire. Di spontaneo, genetico, naturale. Basta volerlo e, io credo, possiamo facilmente migliorare il mondo nel quale tutti viviamo, almeno per la parte che individualmente ci compete. Basta poco, già.

Ieri, al Salone del Libro di Torino

Per chi non sapesse o capisse (legittimamente, peraltro) che diavolo ci facessi lì, ieri… be’, a parte che per constatare di essere ancora affetto, e in modo invariabilmente grave, dalla «Sindrome da acquisto compulsivo di libri in qualsiasi posto ce ne siano in vendita» (una sorta di disturbo psicologico incontrollabile al punto di risultare quasi inquietante e d’altro canto apprezzato non solo da editori e librai ma pure da chi costruisca scaffali e mobili-libreria; comunque una patologia non pandemica, almeno dalle italiche parti), nonché, da un certo momento della giornata in poi, per agognare un rapido ritorno alla quiete e al silenzio delle montagne (ma questo non lo scrivo altrimenti passo per un selvati… ops!), ci stavo per questo:

Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
Data di Pubblicazione: 18 maggio 2023
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita da maggio 2023 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Cliccate sull’immagine della copertina per saperne di più, oppure qui per visitare il sito web di Fusta Editore, dal quale potete direttamente ordinare il libro.

Oggi mi trovate qui…

…con il mio nuovo libro:

Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
Data di Pubblicazione: 18 maggio 2023
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita da maggio 2023 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Cliccate sulle immagini delle copertine per saperne di più, oppure sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Fusta Editore, dal quale potete direttamente ordinare il libro. Qui invece c’è il link al sito del Salone del Libro di Torino 2023, nel quale trovate tutte le info necessarie alla visita.

Piani Resinelli: nuovi parcheggi, vecchi oltraggi

P.S. – Pre Scriptum: questo è il testo integrale dell’articolo pubblicato qualche giorno fa sui media locali riguardante i Piani Resinelli, sopra Lecco, e certe criticità inerenti la gestione turistica della meravigliosa località ai piedi della Grignetta della quale mi sono “occupato” in passato sia per iscritto che in loco la scorsa estate in un bell’incontro con residenti e villeggianti proprio sullo stessa tema. Da quanto è uscito dall’incontro, per come ne hanno dato conto i media locali, ho tratto alcune riflessioni e relative considerazioni, riportate nell’articolo per l’appunto, che ritengo assolutamente significative sia per i Piani Resinelli che per molte altre località affini le quali godono – o soffrono – simili circostanze turistiche.
Grazie fin d’ora per la lettura e per le eventuali considerazioni che a vostra volta magari vorrete trarne e manifestare.

[I Piani Resinelli – o meglio una parte di essi – visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
Per un impegno assunto da tempo, giovedì 11 maggio scorso purtroppo non ho potuto partecipare all’incontro tra amministratori locali e residenti, commercianti e villeggianti dei Piani Resinelli intorno alla questione dei parcheggi a pagamento e, più in generale, della gestione turistica della località ai piedi della Grignetta – uno dei luoghi più affascinanti delle Prealpi lombarde, ci tengo sempre a rimarcarlo. Anche per questo mi è spiaciuto molto non poter essere presente e così ascoltare direttamente le voci e osservare le espressioni degli intervenuti, dopo che in passato sui Resinelli alcune volte ci ho dissertato, sia per iscritto che in loco la scorsa estate – e frequentandoli da sempre, da buon appassionato di vagabondaggi montani.

Posto ciò, non posso entrare nel merito di quanto discusso e ne traggo le impressioni dagli articoli pubblicati al riguardo dei media locali. Eccetto che su un tema, proprio perché già da me toccato in passato, e che è riemerso nell’incontro di giovedì: come leggo su uno degli articoli, «Sempre più persone raggiungono i Piani Resinelli e al di là dei posteggi a pagamento resta la carenza di posti auto. Questo porta spesso molti turisti a posteggiare in aree e vie private, creando disagio a villeggianti e residenti impossibilitati, tra l’altro, a far intervenire la Polizia Locale. Da qui, la richiesta alle Amministrazioni di impegnarsi nell’individuare nuove aree da destinarsi a parcheggio. Anche su quest’ultimo punto, il sindaco (di Abbadia Lariana, n.d.s.) ha assicurato: “Ci siamo già attivati in questa direzione e prossimamente inizieremo a contattare alcuni proprietari di terreni per capire se c’è la disponibilità di intraprendere una trattativa”».

[L’inconfondibile mole della Grignetta “spunta” dai prati fioriti dei Resinelli. Foto tratta da www.leccotoday.it.]
Ma veramente si crede di poter trasformare ancor più di ora i Piani Resinelli in un enorme parcheggio per poterci far sostare più auto possibile? È questa la strategia di valorizzazione del luogo che viene proposta dalla politica locale? I Resinelli sono il classico luogo che subisce le due facce della medaglia turistica contemporanea: l’overtourism dei fine settimana contrapposto al deserto o quasi dei giorni feriali. Dunque si vorrebbero rubare al territorio naturale della località altri spazi da riempire di auto solo il sabato e la domenica per poi farne desolati spazi vuoti nei restanti giorni? Magari asfaltandoli pure, dunque degradando ancor di più la valenza paesaggistica dei Resinelli banalizzandola in una sorta di periferia metropolitana a mero uso e consumo dei turisti occasionali, per di più con il consenso (che mi auguro non ci sia ma non vorrei sbagliarmi) dei residenti i quali in tale aspetto vedono solo la possibilità di ottenerne vantaggi materiali trascurando di intuire i danni al loro territorio che ne deriverebbero.

[Il parcheggio principale dei Piani Resinelli – Piazzale Daniele Chiappa – in un’ordinaria domenica di affollamento turistico. Foto tratta da laprovinciadilecco.it,]
E se invece si pensasse il contrario, di liberare i Piani Resinelli dal cappio soffocante del traffico veicolare, quand’esso diventi troppo intenso e sostanzialmente insostenibile – anche solo a livello di immagine visiva del paesaggio locale – strutturando finalmente un serio e adeguato progetto di mobilità sostenibile? Un efficiente servizio di bus navetta con mezzi ecologici, un sistema integrato treno+bus, una sorta di “rete metropolitana montana” con i capolinea a Lecco e ai Resinelli che unisca lungo il percorso tutti i centri abitati, così da offrire un servizio e apportare un vantaggio logistico non solo ai turisti ma pure agli abitanti del territorio a sua volta soffocato dal traffico veicolare dei fine settimana, una gestione in real time delle presenze di mezzi e persone ai Piani, la messa in rete di tutti gli operatori non solo dei Resinelli ma dell’intero circondario al fine di  ampliare lo stakeholding legato al polo attrattivo dei Piani e in generale delle Grigne… Veramente si pensa che un corpus di soluzioni del genere potrebbero rappresentare uno “svantaggio” per i Resinelli – e per gli affari dei locali, evidentemente – come sembra di dover intuire, e viceversa non ci si capacita del deterioramento e dell’oltraggio imposti al luogo dalle scelte di overtraffic – mi viene da definirlo così – cioè di sovraffollamento automobilistico/turistico che si vorrebbero portare avanti? Come si può tutelare, valorizzare e esaltare la bellezza dei Piani Resinelli ingolfandoli sempre più di autovetture e dunque di turisti meccanizzati che, lo dico con tutto il rispetto del caso, se pretendono ciò sapranno apprezzare ben poco le reali e preziose peculiarità montane dei Resinelli, la loro cultura, la storia del luogo, il valore inestimabile del suo paesaggio? Le spettacolari guglie della Grignetta che emergono da un mare di carrozzerie metalliche automobilistiche di mille colori, è questo che si vuole ottenere?

Insomma, tutto ciò mi pare veramente qualcosa di illogico, obsoleto, decontestuale, insensato. E obiettivamente nocivo, per i Resinelli e il loro futuro. Qualcosa che, se effettivamente attuato, non mi fa proprio sperare il meglio per un luogo così speciale. Ma, come si usa dire, la speranza (del necessario ravvedimento di chi di dovere) è l’ultima a morire ed è opportuno che vada così, a costo di mantenerla a forza in vita.

“Il miracolo delle dighe” al Salone del Libro di Torino (e in tutte le librerie)

Il miracolo delle dighe, il mio nuovo libro già da alcuni giorni prenotabile e che da oggi, 18 maggio, arriva in tutte le librerie e nei bookshop on line, parla di dighe ma anche no, per come in realtà racconta molte altre cose, e non parla nemmeno di energia idroelettrica in senso “politico” cioè a favore o contro, nonostante varie pagine dissertino anche su questo aspetto soprattutto in chiave presente e futura. E nonostante, a ben vedere, sia (voglia essere) un atto politico anche la narrazione dei paesaggi alpini nei quali da una vita vagabondo trovandomi spesso di fronte quegli enormi muraglioni di calcestruzzo dei quali infine ho scritto, a mio modo, nel libro: perché la nostra relazione con i territori coi quali interagiamo, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, e dunque la partecipazione all’elaborazione dei loro paesaggi – che i giganteschi muri delle dighe rendono così evidente – se ci pensate è politica. È la relazione con il mondo nel quale viviamo e che trasformiamo, che sfruttiamo o che tuteliamo, è appropriazione identitaria culturale, è inscrizione sul territorio come sulle pagine d’un libro della nostra storia, attraverso i segni che vi lasciamo tra i quali la diga è uno dei più ciclopici e più emblematici, per le tante antinomie in essa rapprese.

Già, perché un enorme, rude e per alcuni inquietante (se non spaventoso, ma invece per altri affascinante) muro di cemento piazzato tra i fianchi delle montagne che si tiene dietro una gran massa d’acqua come fosse un lacustre sospiro vitale arieggiante il paesaggio trattenuto dalla diga lassù tra i monti, è capace di raccontare una storia della nostra conquista e della conseguente relazione tra noi e le alte quote montane assolutamente impensabile e altrettanto originale. Una storia che ho cercato di trascrivere in un libro che è (anche) un diario di viaggio abbastanza autobiografico, una guida breve e appassionata ad alcuni dei più suggestivi paesaggi delle Alpi, un quaderno di appunti sulla bellezza delle montagne, una serie di buoni motivi per i quali riflettere su cose che altrimenti, forse, non ci verrebbe di meditare… e altre cose ancora.

In ogni caso, sia quel che sia, Il miracolo delle dighe lo troverete insieme al suo autore domenica 21 maggio alle ore 15 al Salone del Libro di Torino presso lo stand di Fusta Editore (B59, Padiglione 1), e sarà una prima buona occasione per dissertarne meglio, del libro, dei temi di cui tratta, di montagne e di ogni altra cosa interessante. E di conoscerci, anche.

Dunque ci si vede a Torino, se lo vorrete; per saperne di più fin da ora sul libro e ordinarlo direttamente dal sito dell’editore, cliccate sull’immagine della copertina in testa al post.