Sylvain Tesson, “Piccolo trattato sull’immensità del mondo”

Ogni viaggiatore che si rispetti, cioè che si possa definire autenticamente tale, sa benissimo che l’infinito comincia appena oltre la punta dei propri piedi, e dunque che ogni passo compiuto rappresenta già l’esplorazione dell’immensità, che rappresenta la dimensione dell’infinito. Per questo motivo, ciascun singolo passo compiuto è già in potenza un viaggio verso l’infinito: non conta tanto la distanza percorsa e la lontananza dal punto di partenza quanto la predisposizione all’immensità, che in fondo è ciò che sostenne anche Fernando Pessoa con quel suo celeberrimo «I viaggi sono i viaggiatori», solo detto in altre parole. Una predisposizione che, appunto, ogni viaggiatore autentico coltiva incessantemente nel proprio animo.

Tuttavia l’immensità, se appare difficilmente definibile in senso materiale (non sappiamo e sapremo mai dire ovvero stabilire quanto sia vasto l’infinito), non può restare indefinita nella mente del viaggiatore che la esplora: come detto, è una dimensione in tutto e per tutto tuttavia immateriale, più filosofica che geografica ma comunque referenziale, che il viaggiatore stesso definisce in base al senso del proprio viaggiare, al valore ineludibile per la propria esistenza che egli vi conferisce e alla relazione spirituale che elabora con il viaggio (si veda Pessoa, ribadisco) e con ciò che ne ricava. Il viaggio in effetti è una pratica per imparare a conoscere il mondo e, come sostiene quel noto detto, di imparare non si finisce mai: un apprendimento a sua volta infinito, dunque, un cerchio che si chiude riaprendosi ogni volta come ogni fine di un viaggio che rappresenta l’inizio del successivo.

Un viaggiatore che più di tanti altri ha interpretato a modo suo la citata affermazione di Pessoa, facendo del viaggio una pratica di apprendimento del mondo e al contempo di definizione di se stesso rispetto al mondo “ viaggiato” è Sylvain Tesson, scrittore francese autore di alcuni dei maggiori best seller nella produzione editoriale di viaggio degli ultimi anni come La Pantera delle Nevi, Nelle Foreste Siberiane e Sentieri Neri. A proposito di dimensioni filosofiche del viaggiare, in  Piccolo trattato sull’immensità del mondo (Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro; originale Petit traité sur l’immensité du monde, 2005; 1a edizione italiana Guanda, 2006) racconta e delinea la propria filosofia personale alla base dei viaggi compiuti o, per meglio dire – anzi, meglio direbbe Tesson – dei vagabondaggi effettuati in varie parti del mondo, con una predilezione per quelli a cavallo tra la Russia europea e l’Asia centrale (intervallati da varie ascese alpinistiche nelle Alpi, una sorta di verticalizzazione del vagabondare sulla base degli stessi principi di quello “orizzontale”).

In tal senso la figura che Tesson prendere come riferimento è quella del Wanderer, termine tedesco e ideale di origine ottocentesca che indica non tanto il vagabondo in senso generale quanto il viandante intriso degli ideali romantici che va per il mondo avendo come unico obiettivo la ricerca della bellezza, ovunque essa si nasconda []

[Immagine tratta da www.segnalibro.net.]
(Potete leggere la recensione completa di Piccolo trattato sull’immensità del mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Marco Pastonesi, “Se cadono tutti vinco io. Dino Zandegù: cento storie vere al 90%”

Quand’ero ragazzino il ciclismo mi piaceva tantissimo: le telecronache dei Giri d’Italia o dei Tour de France mi tenevano incollato alla TV per ore e giorni interi, e non dico che conoscessi i nomi di tutti i ciclisti in gara ma quasi. Poi il doping diffuso, certi casi eclatanti al riguardo e un’indifferenza da parte della stampa che a me pareva omertosa mi hanno disilluso del tutto sulle gare ciclistiche e sui loro protagonisti. Però il fascino del “vecchio” ciclismo rimaneva, alimentato da campioni leggendari, imprese epiche, storie affascinanti e altre cose tra le quali quelle grosse biglie trasparenti con dentro facce e nomi dei corridori più importanti con le quali si potevano organizzare delle gare, sulle spiagge durante le vacanze al mare o altrove.

In una di quelle biglie con cui giocavo c’era la faccia e il nome – anzi, il solo cognome – di Zandegù. Almeno a me pare così (è passato quasi mezzo secolo, in effetti) e comunque il suddetto me lo ricordo negli anni Ottanta, non più in sella e in gara ma alla guida delle “ammiraglie” in veste di direttore sportivo di alcune delle più forti squadre. Poi basta, svanita la mia passione per il ciclismo è svanito anche Zandegù e gli altri pedalatori. Fino a una dozzina d’anni fa, quando per conoscenze reciproche me lo ritrovo di fronte, inizialmente non riconosciuto del tutto (il nome mi diceva molto, il volto meno), in veste di venditore di vini pregiati prodotti da un altro ex grande del ciclismo italiano, Francesco Moser. Ma, come è immaginabile, non mi ci volle molto per ricollegare i puntini e tracciare con nitidezza la storia che mi era improvvisamente apparsa davanti. Sì, era quel Zandegù, quello dentro la biglia con cui giocavo, il ciclista vincitore di molte corse prestigiose, di ori ai mondiali su pista, di tappe al Giro d’Italia e di classiche del Nord. E il vivace cantante che, appesi definitivamente biciclette e ammiraglie al chiodo, frequentava spesso alcune note trasmissioni televisive deliziandone gli spettatori con le sue doti canore peraltro da sempre manifestate, anche quando pedalava per le strade del mondo, nel gruppo durante le corse o sui palchi delle premiazioni.

D’altro canto non avevo bisogno della TV per avere piena certezza della simpatia, della cordialità, dell’estroversione, delle capacità affabulatorie (e della bontà dei vini che vende) di Dino Zandegù, già ampiamente manifestate durante i nostri incontri nei quali, posta la confidenza ormai instaurata, ci ritroviamo a parlare di tutto e di più. Un “personaggio” nel senso più pieno e frizzante del termine, Zandegù, un uomo dalle mille energie e dagli altrettanti talenti, uno spirito libero, un pazzo scatenato, a suo modo un genio e comunque una di quelle persone la cui permanente allegria te le rende sempre belle e gradevoli da incontrare.

Marco Pastonesi, cronista sportivo di lungo corso per “La Gazzetta dello Sport”, conferma e se possibile rilancia tutto quanto ho scritto su Dino Zandegù e ciò che chiunque lo conosca potrà pensare di lui (soprattutto nel bene, se qualcuno anche nel male amen, è la vita) e lo fa da par suo in Se cadono tutti vinco io. Dino Zandegù: cento storie vere al 90% (Ediciclo Editore, 2023), sorta di originale “biografia a tappe” (ben cento!), dal titolo quanto mai significativo e per certi versi programmatico, di uno dei ciclisti e degli sportivi italiani più estroversi di sempre []

[La “Zande-dica(gù)” sulla mia copia del libro.]
(Potete leggere la recensione completa di Se cadono tutti vinco io cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Le montagne sono una «fonte di vita» per tutti. O quasi.

[Foto di Melina Kiefer su Unsplash.]

Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita.

[John Muir, The Wild Parks and Forest Reservation of the West, in “The Atlantic”, gennaio 1889. Citato da Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia, Piano B Edizioni, 2020.]

Già quasi un secolo e mezzo fa Muir – una delle figure che secondo me incarna e rappresenta più di ogni altra l’idea stessa di “montagna”, come ho scritto anche qui – aveva perfettamente compreso l’importanza culturale, spirituale e psicogeografica della montagna per l’uomo moderno e, inutile rimarcarlo, ciò vale ancora di più per l’uomo contemporaneo. Ma se riflessioni del genere hanno fatto di Muir uno dei padri storici e in senso assoluto del conservazionismo della tutela degli ambienti montani, da quando proferii le parole citate alle montagne è stato perpetrato di tutto, quasi sempre per ragioni di affarismi, di guadagni, di interessi particolari; sono state degradate, distrutte, svilite, mercificate e ciò è accaduto proprio nel momento in cui si è ignorata, trascurata o negata la loro prerogativa di essere «fonti di vita», come scritto da Muir.

[John Muir nel 1912. Fonte: Library of Congress via commons.wikimedia.org.]
E si continua ancora, da più parti, in quell’opera di mercificazione, che se non regolamentata ovvero fermata, ove necessario, finirà per fare delle montagne non più una fonte di vita ma un ambito di “morte”: dell’ambiente, delle comunità residenti, della loro cultura, dei paesaggi, del futuro. E della nostra imprescindibile e inestimabile possibilità di «andare in montagna per tornare a casa», appunto.

Se il turista è la prima vittima (inconsapevole) dell’iperturismo

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]

Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.22.]

Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.

Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.

Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.

P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.