Qui sotto potete vedere – e/o riascoltare – l’intervento che ho proposto domenica 24 agosto a Bormio nel corso dell’incontro pubblico dedicato alle opere olimpiche in Valtellina e, nello specifico, alla questione della “Tangenzialina dell’Alute”, uno dei progetti più emblematici, discutibili e giustamente contestati tra quelli proposti per i prossimi Giochi Olimpici.
Nell’intervento ho cercato di spiegare, da forestiero che non ha alcun titolo per venire a dire ai bormini cosa fare del loro territorio ma pure da studioso dei paesaggi montani e della loro importanza per le comunità che li abitano, quanto io creda sia speciale un luogo come l’Alute per il territorio di Bormio e non solo, visto il suo potente e evidente valore culturale e identitario per tutta la regione montana circostante. E per ciò ho chiesto ai bormini, a prescindere da qualsiasi opera che verrà realizzata oppure no, di salvaguardare il più pienamente e il più a lungo possibile un luogo così speciale: perché l’Alute è Bormio e i bormini sono l’Alute, e ogni cosa che vi possa essere realizzata lascerebbe il segno non solo sul terreno ma pure, e soprattutto, sull’immagine della comunità e sull’anima dei suoi abitanti. Un luogo del genere non può essere svenduto ad interessi altri che poco o nulla c’entrano con l’anima del territorio e con l’identità della comunità, altrimenti saranno proprio quest’anima e tale identità a essere svendute – in tal caso per un orribile nastro d’asfalto a uso turistico del costo di oltre sette milioni di Euro. È proprio il caso che una circostanza del genere possa realizzarsi, e che un domani ci si veda costretti a raccontare com’era bella la piana dell’Alute, al passato, senza più poter affermare com’è bella?
Ma il mio intervento, ovviamente centrato sulla causa dell’Alute, è nei principi di fondo espressi valido per molte altre località alpine ciascuna delle quali ha la propria “Alute”, un luogo speciale che più di altri manifesta l’anima del territorio locale e della comunità che lo abita, e in tante di esse questi luoghi speciali sono minacciati da altrettanti progetti impattanti e privi di attenzione verso il paesaggio. Dunque, anche qui: sono veramente disposti gli abitanti di queste località, a svendere la propria anima e il proprio territorio ancora intatto per favorire gli interessi di pochi altri? E siamo disposti, tutti noi che frequentiamo le montagne, a perdere questi luoghi così speciali, patrimonio inestimabile di chiunque?
Ecco.
Buona visione e, se vi va, fatemi sapere che ne pensate di ciò che ho detto.
Ogni volta che ammiro un’immagine del Lago Bianco al Passo di Gavia* in tutta la sua bellezza potente e insieme delicata, primigenia, ancestrale, un brivido doppio mi scuote la mente e l’animo. L’uno, per quanta bellezza vi sia in certi luoghi, appunto, e per come siamo fortunati a poterne godere; l’altro, al pensiero che tutta questa meraviglia alpestre ha corso il rischio di essere distrutta con quello scellerato progetto di captazione delle acque del lago per alimentare i cannoni delle piste di Santa Caterina Valfurva. Un vero e proprio misfatto, fortunatamente sventato, ma della cui vicenda è fondamentale mantenere la memoria e l’esperienza conseguente.
Ma come è possibile, porca d’una miseria, che ci siano persone – alcuni montanari del posto, per giunta – che abbiano potuto accettare di danneggiare pesantemente un luogo così bello e di insuperabile valenza naturalistica solamente a scopo di lucro, per alimentare i propri affarismi senza nessuna attenzione e sensibilità verso il Lago e il suo paesaggio, un patrimonio di tutti trattato come una proprietà di pochi?
Come si può considerare un comportamento del genere, se non il frutto del più scriteriato egoismo ovvero di una devianza mentale parecchio grave? O viceversa dobbiamo ammettere di poterlo considerare un comportamento “normale”?
Mi auguro proprio di no, ed è anche per questo che custodire la memoria e conservare l’esperienza riguardo ciò che è accaduto al Lago Bianco è così importante, per qualsiasi autentico appassionato della montagna e per ogni persona di buon senso.
*: come quelle recenti che ha realizzato l’amico Fabio Sandrini, capace come sempre di cogliere e narrare con il proprio obiettivo fotografico la bellezza di questi luoghi e degli altri che immortala – l’immagine in testa al post lo dimostra bene.
[Foto di jacqueline macou da Pixabay.]Uno dei passaggi – in forma di emendamento – più controversi del recente “DDL Montagna” approvatolo scorso 11 settembre in montagna è quello che riapre la caccia su 475 valichi montani lombardi, bypassando le sentenze dei tribunali (TAR e Consiglio di Stato, per la precisione) che l’avevano precedentemente vietata.
Ovviamente l’emendamento è stato calorosamente festeggiato dai cacciatori e duramente contestato dagli animalisti nonché, in particolar modo, dal Centro Italiano Studi Ornitologici, la principale associazione scientifica nazionale, che negli stessi giorni cui si approvava il DDL Montagna curava a Lecce il XXII Convegno Italiano di Ornitologia, elaborandovi una specifica risoluzione critica sulla questione votata all’unanimità. Al netto di ciò ovvero di questo tema in generale, è comunque vero e risaputo da anni che la situazione dell’avifauna in Italia è problematica: dei 250 uccelli che nidificano nel Paese, il 30% è in stato di conservazione “cattivo” e il 33% in stato “inadeguato”; alcune specie un tempo del tutto “ordinarie” come la rondine, l’allodola e il saltimpalo hanno subito perdite drammatiche, rispettivamente del 51%, 54% e 73%.
Da persona che non farebbe (e non fa) del male a una mosca, come si usa dire, tanto più con un’arma da fuoco, e che non coglie nessun raziocinio nell’attività venatoria praticata per svago, ma di contro – al netto di quanto appena rimarcato – conoscendo cacciatori più assennati di certi “ambientalisti” e consapevole del fatto che, ad esempio, sulle “mie” montagne la manutenzione residua di certe zone sono rimasti solo i cacciatori a eseguirla (per loro interesse, certo, ma intanto la fanno, contribuendo a mantenere transitabili molti sentieri e agibili le zone attraversate altrimenti dimenticate da tanti “amanti della natura”) nonché da studioso dei paesaggi e delle culture montane, trovo parecchio bizzarro se non assurdo che attraverso un emendamento a una legge si consenta la caccia su ben quattrocentosettantacinque valichi montani ove prima era vietata. Non su qualche valico in più di prima ma su quasi cinquecento, cioè pressoché ovunque – restano interdetti all’attività venatoria 23 valichi, praticamente solo quelle compresi in aree protette e salvaguardati da specifiche tutele normative.
Per come l’emendamento è stata promulgato, più che una concessione o un’apertura alla caccia mi pare un vero e proprio “liberi tutti”, ma forse mi sbaglio; tuttavia mi chiedo, senza alcuna retorica: veramente la caccia ha bisogno di avere accesso a tutti quei valichi prima interdetti per poter essere praticata in modi «responsabili e sostenibili» (come le stesse associazioni venatorie sostengono della loro attività)? Forse prima erano troppi quelli vietati? E ora, a situazione ribaltata?
Un’altra questione di frequente citata sul tema venatorio, è che certa politica – di quale colore sia non importa – approvi tali risoluzioni favorevoli all’attività venatoria per sostenere o per compiacere la “lobby” della caccia e delle armi. Questione plausibile, visto il comportamento di quella certa politica, d’altro canto mi chiedo: ma esiste veramente una “lobby” della caccia ed è realmente così potente nella sua influenza sui politici?
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]In verità, il numero dei cacciatori in Italia è da decenni in costante forte calo: oggi se ne stimano tra i 5 e i 600mila attivi (alcune fonti ritengono siano ancora meno) peraltro con un’età media sempre più elevata; nel 1980 erano più di 1,7 milioni, nel 2000 già calati a 800mila circa. Se questo trend dovesse continuare anche nel prossimo futuro, in pochi anni la categoria si estinguerebbe, quasi. Ciò determina che il giro d’affari del settore armi e munizioni per uso civile subisca da tempo una altrettanto forte contrazione: ormai dati quali i fatturati complessivi delle industrie del settore, il giro d’affari stimato o il numero degli addetti rappresentano degli “zero-virgola” rispetto ai macrodati economici e industriali nazionali.
Sia chiaro: so bene che possa fare lobbying anche un piccolo gruppo di individui particolarmente potenti, ma in presenza di determinate circostanze che alimentino la loro influenza e, di contro, le più adeguate contropartite. Circostanze che tuttavia io qui non vedo e non colgo.
Dunque, perché tale vibrante sensibilità da parte di quella certa politica a favore della caccia, al punto da andare contro sentenze giuridiche e infilare emendamenti a leggi già definite pur di sostenere l’attività venatoria (giusto o sbagliato che sia, ribadisco)? Si tratta di pura ideologia di parte legata a convenienze elettorali (ma quali, posto quanto sopra evidenziato)? Forse che tutti gli esponenti di quella certa parte politica siano cacciatori praticanti? (Possibile ma invero assai improbabile.) Oppure c’entra il fatto che l’attività venatoria è comunque parte, seppur in abiti “civili”, dell’industria bellica militare, da sempre legata a triplo filo al potere politico e dunque dotata di una irresistibile influenza al riguardo – non fosse altro per le montagne di denaro che vi sottendono? O ancora è solo perché i politici odiano gli animali eccetto soltanto quelli domestici personali? (Possibile anche questo, ma mi auguro altamente improbabile). Oppure ancora c’è sotto dell’altro, lecito tanto quanto spinoso?
Insomma: la questione, al netto delle sue evidenze concrete, mi pare possegga una “logica” – se di logica si può parlare – alquanto ambigua e sfuggente. D’altro canto, proprio per questo, mi appare assolutamente emblematica rispetto a ciò che oggi è la politica (tutta, non solo certa), sempre parecchio attenta e impegnata – sovente con motivazioni scarsamente logiche e sostenibili – su questioni molto poco utili alle comunità sulle quali governa e quindi assai svagata sulle reali problematiche che determinano la quotidianità dei cittadini, nonché perennemente distaccata, se non alienata, dalle realtà materiali e immateriali dei territori governati – in ambito economico, sociale, culturale, ecologico, ambientale, eccetera.
Rimarco tutto questo, ribadisco, senza retorica e non essendo di principio contro la caccia, semmai essendo sempre favorevole e alla ricerca del buon senso, in tutto ciò che viene compiuto nel mondo in cui tutti viviamo e dei cui eventuali danni – ove le cose siano fatte senza buon senso ciò accade sempre – tutti possiamo subire le conseguenze.
P.S.: gli ultimi aggiornamenti sulla questione – variamente inquietanti – li ha elencati l’amico Alberto Marzocchi con questo articolo sul “Fatto Quotidiano” del 28 settembre.
Dunque, il 10 settembre scorso il Senato italiano ha approvato il cosiddetto “DDL Montagna”, ovvero il Disegno di legge per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. È la prima legge nazionale che parla di montagna da 30 anni a questa parte e contiene numerose disposizioni a favore di sanità, istruzione, agricoltura e servizi nelle aree montane: ci sarebbe da festeggiare parecchio, a vederla così, e in parte è giusto farlo visti i tre decenni di noncuranza istituzionale nei confronti della montagna finalmente conclusi.
Di contro siamo in presenza di una legge italiana, promulgata dalla politica italiana – e di quale parte politica non importa nulla, visto il panorama generale: ciò fa subito aguzzare vista e mente sicché rapidamente nel testo promulgato si colgono alcuni aspetti primari che non possono non far storcere il naso, inevitabilmente.
Il primo e più palese (infatti è quello che in tanti già rimarcano) è la dotazione finanziaria della legge, 200 milioni all’anno per l’intero paese (nel triennio 2025-2027). Facendo i conti della serva e dividendo la somma per le 20 regioni italiane, ciascuna delle quali comprende territori montani e dunque ne può beneficiare, fanno 10 milioni a regione. Praticamente quanto costa un singolo impianto di risalita e nemmeno dei più grandi, come quelli che a decine vengono finanziati da soldi pubblici in comprensori sciistici spesso prossimi alla chiusura per ragioni climatiche e/o economiche.
Il secondo: l’assoluta assenza, nel DDL, di misure atte a contrastare le conseguenze della crisi climatica in divenire, particolarmente evidenti e impattanti sui territori di montagna.
Il terzo, di carattere generale ma purtroppo inevitabile quando si ha a che fare con la politica e la burocrazia italiche: il passaggio dalle parole (e dalle promesse) ai fatti concreti ed efficaci. Il testo della legge contiene numerosi intendimenti importanti e lodevoli: anche al netto della dotazione finanziaria più o meno scarsa, l’amministrazione pubblica saprà “mettere a terra” quegli intendimenti producendo risultati realmente vantaggiosi per i territori montani? I decreti e le disposizioni attuative necessarie a ciò saranno messi in atto rapidamente ed efficacemente? La burocrazia sarà conseguentemente snellita o finirà di nuovo per rallentare e magari per bloccare le azioni previste?
Fatto sta che, posto quanto sopra e riflettendo in maniera generale sul tema, a me pare che ancora una volta (l’avevo già denotato qui) la montagna venga condannata al principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto. Una condizione che rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, che alla fine di realmente concreto e tanto meno «rivoluzionario» non porta niente o quasi, e piuttosto rimarca l’attenzione pervicacemente (nonché deprecabilmente) scarsanonché l’altrettanto costanteassenza di una visione strategica organica da parte della politica italiana per i territori montani, le loro comunità e il miglior sviluppo futuro – economico, sociale, ecologico, culturale – per esse possibile.
Sono troppo pessimista? Può essere, anzi, me lo auguro vivamente.
Ogni volta che partecipo, assisto o vengo a sapere di eventi come quello di domenica a Bormio riguardante il famigerato progetto della “tangenzialina” dell’Alute, mi chiedo: «Ma, a fronte di tanta partecipazione popolare e di una chiara posizione collettiva, sovente maggioritaria, verso certi progetti imposti e palesemente sbagliati, che cosa diranno gli amministratori pubblici? Ci rifletteranno sopra oppure se ne infischieranno bellamente e tireranno dritto verso i propri obiettivi personali?»
Nella maggior parte dei casi, purtroppo, la risposta che mi do è la seconda.
Basta constatare il comportamento reiterato degli amministratori del Monte San Primo, di Valtournenche e della Val d’Ayas per il Vallone delle Cime Bianche, della Valfurva per il Lago Bianco, del sondriese per le opere stradali “olimpiche” in Valtellina, di Bormio per la Piana dell’Alute appunto… e cito qui solo le vicende delle quali ho conoscenza diretta tra le tante altre citabili. Tutti casi nei quali il modus operandi delle amministrazioni pubbliche coinvolte è stato ed è lo stesso: presunzione, arroganze varie e assortite, negazione di qualsiasi dialogo con i comitati nati contro le opere proposte e di interlocuzione con le comunità, a volte pure gli insulti contro chi non si allinea alle loro posizioni.
A parte che tali atteggiamenti non c’entrano nulla con qualsivoglia concetto e idea di democrazia, dimostrando piuttosto una volontà di reggenza del potere che tiene conti solo dei propri interessi particolari – politici di parte, propagandistici, elettorali per non dire di altri ancora più biechi – a me sembrano la pura e semplice dimostrazione di come tali amministrazioni siano nel torto, ne siano pienamente consapevoli e, per questo ovvero sapendo di non poter sostenere le proprie posizioni in maniera logica e ammissibile, decidono di evitare qualsiasi confronto virando nell’aggressività e nell’ingiuria.
È veramente tollerabile un comportamento del genere da parte di amministrazioni pubbliche che rappresentano intere comunità e non solo una parte spesso minima di esse quando, peggio, soltanto pochi soggetti ad esse sodali? O da ciò emerge non soltanto un problema ambientale, economico, giuridico, politico oltre che di rappresentanza ma pure, e forse soprattutto, di democrazia?
Sappiamo ancora, poi, cos’è la democrazia? O finiamo sempre più spesso per darla per scontata facendo il gioco di certa politica e dei suoi oscuri fini, ancor più tali se imposti a territori in ogni senso “speciali” come quelli delle nostre montagne?