[Immagine tratta da www.quotidiano.net.]È passato quasi un mese dal disastro di Blatten, in Svizzera: come probabilmente saprete, il 28 maggio scorso il bel villaggio della Lötschental, nel Canton Vallese, è stato sepolto da una gigantesca frana di rocce, ghiaccio e neve originatasi dal cedimento di una grossa parte del versante nord del Kleines Nesthorn, una delle montagne sovrastanti la zona, per cause variamente collegate alle conseguenze del cambiamento climatico. Ne scrissi all’epoca in questo articolo, mentre su come stanno le cose ad oggi si trova un buon resoconto su “Swissinfo.ch”.
Al netto delle ovvie criticità geologiche ancora presenti, pur con il graduale assestamento del versante crollato, e della difficile gestione dei danni causati dalla frana a un’ampia parte del fondovalle e alla comunità che vi abitava, in Svizzera è già iniziato il dibattito sul futuro prossimo di Blatten: ed è una discussione parecchio interessante non solo riguardo il caso in sé ma pure per altri similari, anche se non catastrofici, che si possono trovare lungo le Alpi. D’altro canto, come già scrivevo in quest’altro articolo, ciò che è accaduto a Blatten accadrà inevitabilmente altrove, nelle Alpi: non possiamo farci nulla (se non evacuare i luoghi a rischio), temo, ma di contro possiamo da subito fare moltissimo per migliorare e sviluppare nel modo più sensato e virtuoso possibile la nostra presenza sulle montagne.
Ecco: su tale sostanziale punto ruota il dibattito avviatosi in Svizzera sul futuro di Blatten. Di recente sul sito “Nimbus.it”, che fa capo alla Società Meteorologica Italiana (SMI), è stato pubblicato un bellissimo e assai dettagliato articolo su quanto accaduto a Blatten, nel quale si trova anche un ottimo sunto del dibattito suddetto:
Le posizioni si sono polarizzate su due opposti schieramenti: secondo alcuni, i villaggi alpini rappresentano per la Svizzera un patrimonio storico e culturale irrinunciabile e dunque occorre investire nella ricostruzione del villaggio, pur immaginando una rilocalizzazione delle abitazioni in aree valutate sicure. Secondo altri, occorre riconsiderare la presenza antropica negli ambienti di alta quota, lasciando le aree glacializzate e con permafrost più suscettibili ad instabilità prive di infrastrutture antropiche e libere di evolversi in risposta alle nuove sollecitazioni ambientali in atto per effetto del cambiamento climatico.
[Immagine tratta da www.nimbus.it.]In verità pare che le autorità e gli abitanti di Blatten abbiano già le idee ben chiare su come procedere: l’articolo di “Swissinfo.ch” denota che
Durante un’assemblea pubblica a Wiler il 12 giugno, le autorità di Blatten hanno sorpreso le persone presenti presentando una tabella di marcia per ricostruire il villaggio nei prossimi tre-cinque anni. Bellwald ha indicato due frazioni vicine risparmiate dalla frana – Eisten e Weissenried – come possibili sedi della “Nuova Blatten”, insieme al centro di Blatten.
I primi lavori inizieranno quest’anno con lo sviluppo delle due frazioni. È già in costruzione una strada di accesso d’emergenza, e saranno installati provvisoriamente acqua, fognature ed elettricità. Nel 2026 sono previsti ulteriori lavori di bonifica, tra cui lo svuotamento del lago e la canalizzazione della Lonza (il torrente che percorre la valle, il cui corso era stato bloccato dalla frana originando un lago a monte della stessa – n.d.L.).
Secondo l’ambizioso piano, i primi edifici temporanei saranno realizzati nel 2027, mentre la costruzione di un nuovo centro con immobili multifunzionali, una chiesa, un negozio e un hotel inizierà nel 2028. Il comune prevede anche la costruzione di nuove abitazioni. I primi abitanti potrebbero tornare nel centro di Blatten dal 2030.
Le 200 persone presenti hanno accolto il piano con una standing ovation ma, nonostante l’ottimismo, restano molte domande su autorizzazioni, iter politici, finanziamenti e sicurezza.
[Immagine tratta da www.nimbus.it.]Ecco: posto quanto ho affermato (e ribadito) lì sopra circa la probabilità che eventi del genere possano accadere in molte altre zone delle Alpi, dibattiti come quello di Blatten potrebbero parimenti avviarsi anche altrove. Evitando qualsiasi ottuso catastrofismo e di contro elaborando una articolata presa di coscienza su quanto sta accadendo alle nostre montagne anche in forza dell’impronta antropica, un’altra buona lezione da ricavare dal disastro svizzero sarebbe di affrontare il tema prima di doverlo sostenere dopo un altro evento così catastrofico, investendo risorse adeguate nella cura delle montagne, nella gestione, nella pianificazione e nelle buone pratiche di salvaguardia dei territori montani a favore della quotidianità di chi le vive, in questo modo alimentando la relazione culturale con esse e dunque, senza dubbio, anche la salvaguardia reciproca che vi sta alla base. Risorse che invece troppo spesso vengono ancora investite in opere, iniziative e progetti che vanno nel senso opposto a ciò, verso il reiterato sfruttamento dei territori di montagna senza alcuna considerazione della loro realtà climatica e ambientale in costante evoluzione critica.
«Prevenire è meglio che curare», dice quel noto motteggio popolare. Che vale sempre di più anche per le montagne, territori bellissimi tanto quanto fragili verso i quali dobbiamo tutti mostrare il più ampio buon senso, non certa perniciosa cattiva coscienza.
Sapete qual è la peculiarità toponomastica di matrice storica che accomuna le tre montagne raffigurate nelle immagini? (Poste in ordine di altezza, dalla meno elevata a sinistra alla più elevata a destra; cliccateci sopra per ingrandirle.)
Be’, non è così difficile indovinarla, per chi conosca un po’ le Alpi italiane e le frequenti. Per di più, un bell’aiuto pur indiretto alla risposta esatta è proprio nel numero di vette raffigurate…
Soluzione: sono, nell’ordine, il Pizzo dei Tre Signori (2554 m, nelle Alpi Orobie tra Valle Brembana e Valtellina/Val Gerola), il Corno dei Tre Signori (3360 m, nel gruppo dell’Ertles-Cevedale tra Lombardia e Alto Adige) e il Picco dei Tre Signori (3499 m, negli Alti Tauri tra Alto Adige e Tirolo; Dreiherrenspitze in tedesco).
Montagne tripartite tra altrettanti signori e domini, appunto!
Nello specifico: la vetta del Pizzo era storicamente il punto d’incontro dei territori dello Stato di Milano, della Repubblica di Venezia e della Repubblica delle Tre Leghe Grigie, quand’essa occupava la Valtellina, mentre oggi lo è della provincia di Bergamo, la provincia di Sondrio e la provincia di Lecco. Similmente, la cima del Corno in passato era toccata dai territori della Repubblica di Venezia, del Ducato di Milano o dei Grigioni (entrambi dominanti sulla Valtellina per un certo periodo) e del Principato Vescovile di Trento, mentre oggi i territori che vi confluiscono sono quelli delle province di Brescia, Sondrio e Trento. Infine, la sommità del Picco era tripartita solo in passato (e fino al 1873) tra i domini dei vescovi di Salisburgo, dei conti del Tirolo alternativamente con i vescovi di Bressanone e dei conti di Gorizia.
Peraltro, sono montagne tutte quante accomunate pure dalla grande bellezza morfologica e paesaggistica. In tal caso si può affermare che il “tre” è un numero perfetto anche esteticamente!
In ogni caso, non sono le uniche montagne a presentare un triplice confine geopolitico, ma sono le uniche delle Alpi a sancire tale peculiarità nel proprio toponimo. Altre sommità presentano suggestive “varianti” a questo tipo di denominazione oronomastica: ad esempio il Pizzo dei Tre Confini (2824 m, nelle Alpi Orobie), la cui vetta fino al 1927 faceva da giunzione ai comuni di Vilminore di Scalve, Bondione e Lizzola – ma ancora oggi si chiama così; a questa montagna bergamasca fa il paio la Foce dei Tre Confini, in realtà un passo dell’Appennino ligure a 1408 m sul quale in passato si toccavano i confini della Repubblica di Genova, del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma, poi del Regno di Sardegna, del Granducato di Toscana del Ducato di Parma e oggi di Liguria, Emilia-Romagna e Toscana. Poco lontano si trova invece l’Alpe Tre Potenze, montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano alta 1940 m che anticamente segnava il triplo confine tra il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena ed il Ducato di Lucca.
Un caso ancora più particolare di tripartizione è quello della Cima Garibaldi, sommità dalla morfologia invero modesta alta 2843 m e posta appena sopra il Passo dello Stelvio. La vetta della montagna fu la triplice frontiera tra l’Impero Asburgico, il Regno d’Italia e la Svizzera, ma sono i toponimi tedesco Dreisprachenspitze e romancio Piz da las Trais Linguas a segnalare la vera particolarità della cima: l’essere confine tra tre differenti zone linguistiche, quella italiana del versante lombardo, quella tedesca del versante altoatesino e quella romancia del Canton Grigioni.
(Crediti delle immagini in testa al post: Pizzo dei Tre Signori, foto di Lorenui, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org; Corno dei Tre Signori, foto di Gregorini Demetrio, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org; Picco dei Tre Signori, foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)
Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.
Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.
Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.
Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?
Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.
Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):
Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:
L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.
Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?
Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?
Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.
[Il gruppo dell’Adula visto dalla Valle di Blenio. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]Nelle Alpi vi sono alcune montagne che, pur essendo morfologicamente importanti ma non vantando altitudini tra le maggiori, risultano meno note di altre ben più celebrate, eppure possiedono una storia geografica e un carisma alpestre assolutamente notevoli. Ma non solo: a volte possiedono doti addirittura… strabilianti.
L’Adula (3.402 m, Rheinwaldhorn in tedesco e Piz Valragn in romancio), la vetta più alta del Canton Ticino, in Svizzera, è senza dubbio una di queste. Quale altra montagna d’altro canto potrebbe vantarsi di aver “girovagato” qui e là per buona parte delle Alpi tra l’Italia e la Svizzera?
Ma andiamo con ordine – un ordine gerarchico, per così dire. Sì, perché l’Adula, pur non essendo come detto una delle vette alpine più elevate e nemmeno tra le più imponenti, è risultata sempre centrale nella considerazione antica della catena alpina e nei primi tentativi di elaborarne una identificazione geografica.
[L’Adula in una carta svizzera del 1868 e, qui sotto, in una foto satellitare del 2021. La vetta è indicata dalla freccia gialla e rossa; per ingrandire le immagini cliccateci sopra. Si noti la drammatica riduzione della superficie dei ghiacciai del monte.]
Infatti nella Cosmographia di Claudio Tolomeo, risalente al secondo secolo dopo Cristo e riscoperta in Europa nel Quattrocento, i toponimi riferiti alla regione alpina sono pochissimi, segno di una conoscenza assai scarsa della catena. Il più frequente, se si toglie il termine generico «Alpes», è proprio Adula. Ciò perché con questo toponimo si intendeva un territorio montano molto più grande di quello che è l’attuale Gruppo dell’Adula: sicuramente si identificava la zona tra gli attuali Passo della Novena e Passo del San Bernardino, quindi tra il Piemonte, l’alta Lombardia e i cantoni svizzeri adiacenti (al proposito Stefano Franscini, celebre politico e pedagogista svizzero-ticinese ottocentesco, scrive che «la contrada cis-cenerina costituisce il pendio meridionale di un anello della vastissima catena delle Alpi, vogliam dire le Alpi Lepontine, o Elvetiche, o Adule»), ma secondo alcuni addirittura le «Alpi dell’Adula» arrivavano fino all’alta Valtellina e alle sorgenti dell’Adda. Al punto che si è ipotizzato che lo stesso toponimo «Valtellina» originasse – in maniera lessicale invero parecchio “acrobatica” – da Adula, da cui derivava il termine Tulla e da questo Val Tullina.
[Il versante ovest dell’Adula, quello del Canton Ticino. Foto di Marco Lurati, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Ecco, a tale proposito: ma l’oronimo Adula che origine avrebbe, poi?
Non si sa con precisione e ciò è piuttosto strano, vista la così antica conoscenza dello stesso e la sua riconosciuta referenzialità geografica.
Forse, al riguardo, è proprio il fiume Adda a darci una buona dritta, e d’altro canto una certa apparente assonanza tra i toponimi «Adda» e «Adula» è piuttosto intuitiva. Secondo alcuni studiosi Adda è un termine di origine celtica, derivando dal vocabolo abda, nel senso di «acqua che scorre impetuosa». Secondo altri, il toponimo originerebbe dal latino Ad dua con il significato di «due sorgenti». In effetti anche dai monti dell’Adula si originano due fiumi importanti: a nord vi è una delle principali sorgenti del fiume Reno, uno dei maggiori d’Europa, a sud scendono i principali affluenti dell’alto corso del fiume Ticino, il principale affluente del Po per volume d’acqua e in assoluto il secondo fiume italiano per portata d’acqua. Peraltro, se si considera la georeferenza antica del termine Adula, quella con cui si identificava un’ampia regione delle Alpi Centrali, vi si trovano le sorgenti di altri importanti fiumi, tutti parecchio impetuosi. Dunque, pur rimanendo nel campo (sempre un po’ spinoso) delle ipotesi toponomastiche, potrebbe effettivamente essere che l’oronimo «Adula» condivida l’origine con il fiume Adda, con ciò riconferendo valore anche all’antica referenza geografica.
[Il versante nord dell’Adula, nel territorio del Canton Grigioni. Foto di 32 Fuß-Freak, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Ma veniamo alla dote più “strabiliante” che presenta l’Adula: quella di essere stata una montagna navigante! Già, proprio così.
Qualcuno avrà capito che, con tale definizione, mi ispiro al titolo del celebre e bellissimo libro di Paolo Rumiz, mentre spero che tutti intuiscano che non fosse la montagna vera e propria ad andarsene a zonzo per la catena alpina, ma lo ha fatto per molto tempo il suo toponimo – così che, formalmente, per certi versi vi sia “andata appresso” anche la montagna.
Come detto poco fa, in origine con il nome «Adula» si identificava non un singolo monte ma una regione alpina variamente ampia, e la citazione sulla Cosmographia di Tolomeo non fa capire a cosa il toponimo faccia riferimento nello specifico.
Nel 1495Conrad Türst pubblica la prima carta della Svizzera: su di essa l’Adula si piazza più o meno sul Passo del San Gottardo, dal quale in realtà dista quasi 40 chilometri in linea d’aria. Con altre pubblicazioni cartografiche di ispirazione tolemaica più o meno coeve la montagna se ne va ancora più a zonzo e diventa veramente “navigante”, venendo indicata nelle più disparate ubicazioni.
[Immagine fotografica del 1906 con il villaggio di Hinterrhein, la Rheinwaldtal, lo Zapportgletscher e il versante est dell’Adula/Rheinwaldhorn. Sulla sinistra si intravede anche l’inizio della salita della strada verso il Passo del San Bernardino. Fonte commons.wikimedia.org.]Nel 1511 una mappa che appare a Venezia, ripresa anche da Sebastiano Münster nella sua Cosmographia del 1544, di Adula ne segna persino due, una posta più a nord e una più a sud della reale posizione. Dalla seconda vengono addirittura fatti nascere molti dei principali fiumi delle Alpi occidentali come l’Aar, la Doubs, il Rodano, l’Isère, la Durance, il Var ed il Reno (cosa che, pur idrograficamente errata, darebbe credito a una delle possibili origini del nome della montagna prima citate quale dispensatrice di «acque impetuose»).
Più o meno negli stessi anni Aegidius Tschudi pubblica l’Alpisch Rhetia, uno studio storico-geografico comprendente anche una cartina della Svizzera: su di essa l’Adula si è spostata a est della Val Calanca, cioè più a sud della sua posizione reale.
Finalmente a fine Cinquecento il cartografo fiammingo Abramo Ortelio, su una delle tante carte prodotte, fa tornare e piazza per la prima volta l’Adula nell’ubicazione più o meno corretta. Tuttavia, ancora per un certo periodo alcune delle carte precedenti faranno scuola reiterando le imprecisioni geografiche e quindi il vagabondaggio dell’Adula qui e là per le Alpi centrali. Fino a che nei secoli successivi la progressiva evoluzione delle scienze geografiche, e dunque della cartografia, termineranno le navigazioni alpestri e consentiranno all’Adula di diventare “stanziale” nel punto dove oggi la possiamo ammirare in tutta la sua bellezza.
[L’Adula/Rheinwaldhorn visto dal vallone di Lanta sul versante settentrionale, con l’omonimo ghiacciaio. Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]In ogni caso, nonostante l’Adula abbia ormai acquisito una definitiva immobilità (!), resta intatto il fascino e il carisma di una montagna non tra le più celebri in assoluto, come detto, ma sicuramente tra quelle più importanti e emblematiche per un’ampia parte delle nostre Alpi.
N.B.: buona parte delle informazioni geografiche che avete letto sono tratte da questo articolo (risalente al 1941!) sul sito web del Club Alpino Svizzero.