Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

La montagna di oggi e la sospensione dell’incredulità

[La Chiesa di Santa Maddalena in Val di Funes con lo sfondo delle Odle, di sicuro uno dei paesaggi più fotografati delle Dolomiti e di Tutte le Alpi. Foto di Harry Burgess da Pixabay.]

Avete fatto caso alle fotografie degli escursionisti? Non c’è mai un palo della luce, non ci sono funivie, sono censurate le automobili, eppure le Alpi soffocano di motori, cavi, pali e tralicci, al punto che riesce difficile escluderli dall’inquadratura. Però non compaiono negli scatti degli escursionisti perché la loro montagna dev’essere pura, naturale e incontaminata. Un sogno. Un falso.

[Enrico CamanniLa Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.123. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Come ben scrive Camanni nel suo ultimo libro, continuiamo a frequentare le montagne in base a immaginari artificiosi che rimandano al mito di Heidi e che ci fanno definire “bello” un paesaggio senza sapere bene cosa sia il paesaggio né come si possa realmente definire bello. Di sicuro non pubblicheremo mai un panorama montano dove si vedano dei sostegni di una funivia, dei tralicci dell’alta tensione o dei condomini di seconde case oppure dei mega parcheggi ingombri di auto, tutti elementi che inevitabilmente non rimandano all’idea di “natura”, magari pure di “wilderness”, che invece vogliamo trovare – e chiediamo di poter trovare – in montagna.

Che poi, se proprio non riusciamo a evitarli, quei “disturbi”, li possiamo sempre cancellare con qualsiasi software di fotoritocco, no?

È una montagna sulla quale però probabilmente ci arriviamo in auto (lasciata nei mega parcheggi), dormendo poi nei condomini degli hotel o delle casa di villeggiatura, arrivando in vetta con la funivia e persino ricercando lo scatto migliore del paesaggio, quello senza le suddette “interferenze”, magari stando in piedi su una panchina gigante o passeggiando su un ponte tibetano.

Ha ragione Camanni, insomma: la montagna (post)contemporanea che frequentiamo oggi è un sogno con il quale vediamo cose che non esistono e un falso che vogliamo credere sia la verità. In pratica è una declinazione montana del noto principio semiotico della sospensione dell’incredulità, applicato ad un ambito che invece è uno dei più veri e reali che l’uomo frequenta, proprio perché in esso la natura è ancora predominante rispetto alla pur invasiva presenza umana e impone (imporrebbe) una relazione con il luogo più diretta e franca.

Non capire questa realtà in buona sostanza significa mentire a sé stessi – quasi sempre in buona fede, ma tant’è – recitando la propria parte di finzione in una messinscena. L’errore in fondo non è tanto contribuire alla recita, ma pretendere che il sipario non debba mai calare. Ecco.

Il dente di quale gigante?

[Foto di Antonio Furingo, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Dente del Gigante, 4014  m, è certamente una delle vette più iconiche del Monte Bianco e tra le più fotografate, essendo proprio di fronte a Punta Helbronner ove giunge la funivia “Skyway” da Courmayeur (e quella francese dall’Aiguille du Midi).

Ma vi siete mai chiesti di quale gigante sarebbe il “dente”?

Il gigante in questione è Gargantua, la figura mitologica inventata nel Cinquecento dallo scrittore francese François Rabelais, protagonista della serie di romanzi La vie de Gargantua et de Pantagruel. La leggenda racconta che il gigante, dopo la sua morte, volle che varie parti del suo corpo fossero disperse in giro per il mondo e, di queste, un suo dente finì tra Valle d’Aosta e Savoia, conficcandosi tra i ghiacci del Monte Bianco e così conferendo il nome alla vetta.

Bisogna tuttavia denotare che il toponimo in uso è relativamente recente: fino al tardo settecento la sommità veniva chiamata Mont Malet o Mallet oppure semplicemente Le Géant, come per segnalare che lassù non si trovasse solo un dente di Gargantua ma l’intero gigante. Oggi invece il nome Mont Mallet identifica una sommità vicina, posta ai margini della Cresta di Rochefort.

Curiosamente, non sarebbe l’unica parte del corpo di Gargantua finita in Valle d’Aosta: infatti, la morena laterale del ghiacciaio della conca di Pila (comune di Gressan) nasconderebbe anche il dito mignolo del piede del gigante. Per questo la zona oggi è tutelata da una riserva natura denominata proprio Côte de Gargantua.

Montagne da osservare, fotografare, disegnare, conoscere, raccontare, interiorizzare

Quando raffiguriamo un paesaggio, con la fotografia e ancora più con il disegno, non stiamo solamente fissando in un modo o nell’altro la sua apparente bellezza. Al netto della banalità (quando non della bruttezza) delle immagini da social media, quelle raffigurazioni in realtà alimentano e rinnovano continuamente l’immaginario comune riguardo il paesaggio e parimenti raccontano la nostra relazione culturale con esso. Che non è sempre così consapevole e virtuosa (vedi le suddette foto-banalità) ma che in ogni caso c’è, è concreta e contribuisce alla vitalità del paesaggio stesso e alla nostra che lo frequentiamo.

Tutto ciò vale in senso assoluto in montagna, “iper-paesaggio” che forse come nessun altro, almeno alle nostre latitudini, da esteriore sa trasformarsi in paesaggio interiore: per questo è (sarebbe) bene interpretarlo nel modo più attento, sensibile e compiuto possibile, anche per poterlo godere pienamente elaborandone un’esperienza assolutamente preziosa e formativa.

Conseguire questa esperienza partendo dalla fotografia e dal disegno è dunque il passo migliore per portarci dentro, nell’intimo, il paesaggio montano che i nostri sensi percepiscono. Fissarlo in un’immagine oppure in un disegno significativamente narrativi ci permette di manifestare il legame intessuto con il paesaggio e la nostra capacità di farne parte dando voce – anzi, raffigurazione – al suo Genius Loci oltre che, ovviamente, alla sua bellezza.

Il workshop tour di fotografia e disegno che “Trekking Fotografici” organizza dal prossimo 28 giugno per tre giorni nel meraviglioso territorio delle Dolomiti di Brenta e della Presanella, lì dove due mondi alpini diversi si incontrano generando un paesaggio di potenza unica, è qualcosa che può servire molto a ciò che ho raccontato lì sopra. Ancor più per il prestigio dei docenti, Mirko Sotgiu e Cesare Martinato (lo posso affermare con cognizione di causa, conoscendoli e apprezzandone da tempo le capacità), con i quali chi parteciperà potrà conoscere come realizzare immagini efficaci, evocative e comunicative, comprendere e imparare a pre-visualizzare prima di realizzare un’immagine fotografica, apprendere lo studio delle luci e forme nel paesaggio alpino, utilizzare i filtri fotografici quando sono realmente richiesti… Ovvero, se posso condensare tutto ciò in poche parole, imparare a osservare compiutamente il paesaggio montano per sentirsene pienamente parte e manifestarlo.

Trovate tutte le info al riguardo nel sito di “Trekking Fotografici”, qui; trovate anche il modulo di prenotazione. Per particolari richieste è possibile scrivere a: info@trekkingfotografici.it.

Insomma, è una gran bella occasione da considerare, anche per conoscere una porzione delle Alpi italiane tra le più spettacolari, alla quale vi consiglio caldamente di partecipare.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De RossiLaura MascinoMatteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.