(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 9 luglio 2024.)
Viene da pensare che a qualsiasi autentico appassionato di montagna la visione di attrazioni come il “tubing” appena inaugurato a 1550 metri di quota sui prati dell’Alpe Giumello, bellissima località montana dell’alta Valsassina (provincia di Lecco), equivalga a un violento schiaffone in pieno volto. In questo come in casi simili si parla sempre di “valorizzazione” della montagna, ma veramente non si capisce come la possa valorizzare quella che a tutti gli effetti è una giostra di plastica (non si denuncia da tempo che pure sui monti c’è pieno di microplastiche?), la quale, peraltro, fatta un tot di volte poi inevitabilmente annoia. Come tutte le cose banali, d’altronde, che finiscano per banalizzare pure ciò che hanno intorno – cosa perfettamente dimostrata dalla “panchina gigante” dell’Alpe Chiaro, posta a una manciata di minuti a piedi dal Giumello. Inoltre, queste installazioni fanno sempre pensare a cose tipo – per dire – un biliardino piazzato dentro un museo ricco di capolavori artistici: lì ci si va per ammirare l’arte e educarsi alla bellezza o per giocare e schiamazzare?
Poste tali premesse, da subito sono comparsi sul web numerosi commenti critici verso l’installazione dell’Alpe Giumello e ben pochi favorevoli. Sono i «soliti ambientalisti che dicono sempre di no» i primi e quelli che «avranno da guadagnarci qualcosa» i secondi? Nel caso specifico è forse il caso di andare oltre queste prese di posizione tanto legittime quanto semplicistiche.
Ormai da tempo e da più parti si invoca e sostiene la necessità di un cambio dei paradigmi alla base della frequentazione turistica delle montagne, innanzi tutto dal punto di vista culturale e poi per ogni altro. I territori montani stanno cambiando, in primis per i motivi climatici e ambientali ben noti, così come stanno cambiando gli immaginari diffusi e la sensibilità generale verso l’ambiente – nonostante a volte verrebbe da pensare l’opposto, ma come sempre le buone pratiche fanno meno notizia di quelle becere. Quei paradigmi non si possono cambiare di colpo, anche se in molti casi sarebbe auspicabile farlo ma risulta per vari motivi impossibile: è necessario trovare dei compromessi che agevolino il cambiamento, la transizione verso frequentazioni turistiche meno impattanti e più consone ai luoghi e alla realtà in divenire.
Dunque, in base a tali considerazioni, il tubing di plastica dell’Alpe Giumello può rappresentare un compromesso rispetto alle attività sovente ben più virtuose portate avanti in loco su base volontaristica dall’Associazione Alpe Giumello, che le hanno valso una segnalazione tra le “buone pratiche” sul dossier “Nevediversa 2024” di Legambiente?
[Questa immagine e la precedente sono tratte da www.leccoonline.com.]Di nuovo, ogni risposta a questa domanda è legittima. Per tornare all’esempio del museo d’arte di prima, si può dire che può essere che su cento opere custodite di notevole fattura ce ne sia una di qualità sgradevole e irritante: bisognerebbe chiedersi per quali motivi il curatore della collezione l’abbia voluta mettere in mostra, a fronte di tutte le altre esposte. Tuttavia, basta andare oltre quella patacca, magari segnalare a chi di dovere la stonatura, e godersi al meglio e consapevolmente gli altri capolavori presenti.
[Veduta invernale dell’Alpe Giumello, con la Grigna Settentrionale o Grignone sullo sfondo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Associazione ALPE Giumello“.]All’Alpe Giumello di “patacche” ce ne sono già due in poco spazio, la suddetta panchina gigante dell’Alpe Chiaro e ora questo tubing. Due brutture o due schiaffoni in pieno volto, per citare l’altra metafora iniziale. Secondo molti, l’unico modo con il quale si possano giustificare banali attrazioni ludiche come queste, fatte per turisti obiettivamente carenti di consapevolezza e sensibilità nei confronti delle montagne, è il loro inserimento in un progetto ben strutturato su base ampiamente culturale attraverso le cui pratiche si sappia valorizzare veramente il territorio, i luoghi, i paesaggi. Un progetto con il quale si dimostri ai turisti d’ogni specie che per godere le montagne, e per divertirsi lassù, non servono affatto manufatti giostreschi come quelli perché la montagna non è un luna park ma un ambito talmente traboccante di meraviglie da far credere che chi non le veda e non le comprenda probabilmente ha qualche serio problema mentale.
[Il panorama dalla vetta del Monte Croce di Muggio. Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]Ma se attraverso quelle giostre si è in grado di attrarre visitatori e, dopo l’iniziale fruizione ludica del luogo, mostrare loro che la montagna è ben altra cosa, e che è ben più divertente e appagante perdere lo sguardo – ad esempio e per restare in zona – dalla vetta del Monte Croce di Muggio, sovrastante l’Alpe Giumello e facilmente raggiungibile, nei vastissimi orizzonti da lassù visibili, grazie ai quali pare di essere in volo su un aereo osservando il paesaggio sottostante a perdita d’occhio, invece di perdere tempo e forze a scivolare banalmente su un ciambellone gonfiabile lungo una pista di plastica, allora il compromesso prima citato si può anche considerare – seppur senza mettere da parte le osservazioni sopra rimarcate e manifestando molte perplessità al riguardo. È tuttavia sperabile che l’Associazione che si è presa in carico la cura e la valorizzazione dell’Alpe Giumello sappia muoversi efficacemente in tal senso, ora e in futuro. Il luogo è di rara peculiarità e bellezza, come rimarcato, e merita che chiunque, residente o turista, ne abbia piena coscienzaa prescindere dalla presenza del tubing e di altre amenità.
In ogni caso, per non prendersi un tale gran schiaffone in pieno volto basta stare a debita distanza da chi o cosa lo mena.
[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?
Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.
[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.
[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.
Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.
I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.
In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.
[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.
In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.
[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».
[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?
Assurdo, vero?
Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!
[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!
Già.
Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!
È più che evidente, nei, modi, nelle parole, negli atteggiamenti (ben spalleggiati dagli enti superiori di parte) del sindaco di Bellagio, che ormai la vicenda del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, che per la sua dissennatezza ha fatto il giro del mondo – e ovunque è stato biasimata – il primo cittadino l’abbia trasformata in una questione personale (finanziata con soldi pubblici, però!), totalmente ideologica e propagandistica. Egli a tutti gli effetti considera il San Primo “roba sua” e dei suoi sodali, pretendendo dunque di imporgli il proprio progetto pur se palesemente irrazionale sotto ogni punto di vista (ambientale, climatico, ecologico, paesaggistico, economico, turistico, politico) e destinato al fallimento, per ciò infatti negando qualsiasi confronto e interlocuzione con chiunque non stia dalla sua parte – in primis le 38 associazioni che formano il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – e al contempo continuando a fare di costoro il bersaglio di espressioni sprezzanti (le sue ospitate televisive lo hanno ben dimostrato, ma al riguardo si legga anche l’articolo qui sopra) e di considerazioni ideologicamente strumentali. Nelle quali peraltro da sempre non si riscontra alcuna plausibile giustificazione al progetto, che con tutta evidenza ritiene superflue. Oppure, obiettivamente, perché non ce ne possono essere.
Una posizione, quella del sindaco, che la dice lunga sulla “filosofia” alla base del progetto del San Primo ma pure sulla sensibilità e la relazione che egli vuole mantenere con la montagna locale: un luogo meraviglioso, ricco di bellezza e di infinite potenzialità per lo sviluppo di un turismo realmente in grado di valorizzare la montagna, dal sindaco e dai suoi sodali visto come uno spazio vuoto da riempire di cose prive di logica e da sfruttare il più possibile solo per averla vinta su tutti.
Tutti, sì: perché tutti sono contro tale dissennato progetto, cioè chiunque abbia a cuore il Monte San Primo, la sua bellezza, la possibilità di goderne pienamente senza inutili e irrazionali contaminazioni nonché, di rimando, chiunque abbia a cuore tutte le nostre montagne e il loro buon futuro.
Cose fondamentali ma che, evidentemente, il sindaco di Bellagio disdegna e considera insignificanti, purtroppo. Già, perché non ci si può che dispiacere nel constatare un atteggiamento di questo genere, così avverso alla realtà della montagna e alla sua più consona e equilibrata frequentazione. Ma che possano rinsavire, il sindaco e gli altri rappresentanti politici sostenitori del progetto sul San Primo, resta comunque la speranza. Che è l’ultima a morire, come si dice – con l’augurio che non “muoia” prima la bellezza del Monte San Primo!
N.B.: cliccate sull’immagine dell’articolo de “La Provincia” per leggerlo direttamente nel sito del giornale.
N.B.#2: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Invece qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.
A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.
[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.
Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.
Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.
P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.